Ostriche – Anne Sexton

 

Ostriche mangiammo
dolci bellezze blu,
dodici occhi mi guardavano dal piatto,
asperse di limone e di tabasco.
Avevo paura di mangiare questo padre-cibo
e il Padre rise
e tracannò un Martini
trasparente come lacrime.
Era un farmaco soave
che dal mare veniva alla mia bocca
molle e grassoccio.
Lo ingollavo.
Andava giú come un gran budino.
L’ho mangiato all’una in punto.
L’ho mangiato alle due in punto.
E poi ho riso, abbiamo riso allora
e − fammelo scrivere −
c’è stata una morte,
la morte dell’infanzia
là, alla Casa dell’Ostrica
avevo quindici anni
e mangiavo le ostriche.
Una bambina sconfitta:
la donna aveva vinto.

Anne Sexton

(Traduzione di Rosaria Lo Russo)

da “L’estrosa abbondanza”, Crocetti Editore, 1977

***

Oysters 

Oysters we ate,
sweet blue babies,
twelve eyes looked up at me,
running with lemon and Tabasco.
I was afraid to eat this father-food
and Father laughed and
drank down his martini,
clear as tears.
It was a soft medicine
that came from the sea into my mouth,
moist and plump.
I swallowed.
It went down like a large pudding.
Then I ate one o’clock and two o’clock.
Then I laughed and then we laughed
and let me take note —
there was a death,
the death of childhood
there at the Union Oyster House
for I was fifteen
and eating oysters
and the child was defeated.
The woman won.

Anne Sexton

da “The Book of Folly”, Houghton Mifflin, 1972

«C’è silenzio tra una pagina e l’altra» – Valerio Magrelli

 

C’è silenzio tra una pagina e l’altra.
La lunga distesa della terra fino al bosco
dove l’ombra raccolta
si sottrae al giorno,
dove le notti spuntano
separate e preziose
come frutta sui rami.
In questo delirio
luminoso e geografico
io non so ancora
se essere il paese che attraverso
o il viaggio che vi compio.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, 1980, in “Le cavie, Poesie 1980-2018”, Einaudi, Torino, 2018

«Io volli qui cosí cantar per voi» – Jaroslav Seifert

John William Waterhouse, Windflowers, 1902

XIV.

Io volli qui cosí cantar per voi
mentre ora il vento, per l’ultima volta
senza suggeritore ripeteva
la sua nella notte priva di luci.

Sulle labbra il suo nome, andrò da lei
come un bambino, seppure bruciasse.
Cosí l’amai come s’ama una donna
di cui la gonna il nostro corpo avvolge.

La capricciosa a cui sotto l’ascella
suona la luna come un mandolino,
e quella che veglia e monta la guardia

tenendo la mano in quell’orologio
che va e ancora va né mai piú s’arresta.
Praga! Ha sapore di sorso di vino.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Cordaus)

da “Corona di sonetti” (1951), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Poesie 1925-1967, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

XIV.

Já pro vás přece zpívat chtěl,
když už jen vítr naposledy
vedl si svou bez nápovědy
v té tmavé noci bez světel.

S tím jménem na rtech půjdu k ní
jak dítě, třeba do plamenů.
Já miloval ji jako ženu,
jíž choulíme se do sukní.

Tu rozmarnou, jíž v podpaží
zní luna jako mandolína,
i tu, která bdí na stráži

a drží ruku v orloji,
jenž jde a jde a nestojí.
Praha! To chutná jak hlt vína!

Jaroslav Seifert

da “Věnec sonetů”, in “Knížka polibků”, Konfrontace, 1984

Io, il primo nominato – Dylan Thomas

Toni Schneiders, Self Portrait, 1952

 

Io, il primo nominato, sono il fantasma di questo signore e amico cristiano
Che scrive queste parole che io scrivo in una stanza silenziosa in una casa
imbevuta di magia:
Sono il fantasma in questa casa piena degli occhi e della lingua
D’un fantasma senza testa che io temo fino all’anonima fine.

Dylan Thomas

(Traduzione di Ariodante Marianni)

da “Dylan Thomas, Poesie inedite”, Einaudi, Torino, 1980

Ottobre 1938. Fu inclusa in una lettera a Vernon Watkins, in data 14 ottobre 1938. Pubblicata con il titolo Poem sulla rivista « Seven », III, ottobre 1938.

∗∗∗

I, the first named

I, the first named, am the ghost of this sir and Christian friend
Who writes these words I write in a still room in a spellsoaked house:
I am the ghost in this house that is filled with the tongue and eyes
Of a lack-a-head ghost I fear to the anonymous end.

Dylan Thomas

da “The Notebook Poems, 1930-34”, J M Dent & Sons Ltd, 1989

«Quanti ne ho scritti di rondò e di canzoni» – Jaroslav Seifert

Elliott Erwitt, Dublin, 1962

 

Quanti ne ho scritti di rondò e di canzoni!
La guerra era in tutti gli angoli del mondo
e in tutti gli angoli del mondo
era il lutto.
Eppure io sussurravo versi d’amore
a orecchini sbrilluccicanti.

Un po’ me ne vergogno.
Ma forse non più di tanto.

Posai una corona di sonetti
sulle pieghe del tuo grembo.
Più bello delle corone d’alloro
per i vincitori del motocross.

D’improvviso ci siamo incontrati
ai piedi della fontana,
ciascuno se ne andava altrove, per vie e tempi diversi,
su altri marciapiedi.

Per anni continuai
a intravvedere le tue gambe,
talvolta sentivo anche il tuo riso,
ma non eri mai tu.
Vidi persino i tuoi occhi,
ma fu solo una volta.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Alena Wildová Tosi)

da “La colonna della peste”, Edizioni E/O, Roma, 1985

∗∗∗

«Co jsem se napsal rondelů a písní»

Co jsem se napsal rondelů a písní!
Byla válka na všech stranách světa
a na všech stranách světa
bylo smutno.
A přece jsem šeptal náušnicím s routou
milostné verše.
Za to se trochu stydím.
Či vlastně ani ne.

Věnec sonetů jsem ti položil
na záhyby klína.
Byl krásnější než vavřínové věnce
vítězům autokrosu.

Náhle jsme se však sešli
u schodů kašny,
každý šel jinam, jinudy a jindy,
po jiném chodníku.

Dlouho se mi však zdávalo,
že potkávám tvé nohy,
někdy jsem zaslechl i tvůj smích,
ale tys to nebyla.
A dokonce jsem spatřil i tvé oči.
Ty jen jedenkrát.

Jaroslav Seifert

da “Morový sloup (1977)”, Cologne; 1981, Prague