Approccio all’orizzonte – Louise Glück

Foto di Marcello Comitini

 

 

Una mattina mi sono svegliata incapace di muovere il braccio destro.
Avevo sofferto periodicamente di notevoli
dolori su quel lato, il mio braccio da pittrice,
ma in questo caso non c’era dolore.
In effetti, non c’era sensibilità.

Il mio medico è arrivato entro un’ora.
Ci fu subito la richiesta di altri dottori,
vari test, procedure —
Ho mandato via il dottore
e invece ho assunto il segretario che trascrive queste note,
le cui capacità, mi è stato assicurato, sono adeguate alle mie esigenze.
Si siede accanto al letto a testa bassa,
possibilmente per evitare di essere ritratto.

Quindi iniziamo. C’è un senso
di allegria nell’aria,
come se gli uccelli cantassero.
Dalla finestra aperta arrivano ventate di aria dolce e profumata.

Il mio compleanno (ricordo) si sta avvicinando velocemente.
Forse i due grandi momenti collideranno
e vedrò me stessa incontrarsi, andare e venire –
Naturalmente, gran parte del mio io originale
è già morto, quindi un fantasma sarebbe costretto
ad abbracciare una mutilazione.

Il cielo, ahimè, è ancora lontano,
non proprio visibile dal letto.
Esiste ora come ipotesi remota,
un luogo di libertà del tutto svincolato dalla realtà.
Mi ritrovo a immaginare i trionfi della vecchiaia,
immacolati, visionari disegni
fatti con la mia mano sinistra –
“Sinistra”, anche, come “residuo”.

La finestra è chiusa. Di nuovo silenzio, moltiplicato.
E nel mio braccio destro, ogni sensibilità scomparsa.
Come quando la hostess annuncia la conclusione
attraverso l’audio del servizio di bordo.

La sensibilità è scomparsa – mi viene in mente
che sarebbe una bella lapide.

Ma ho sbagliato a suggerire
che questo sia già accaduto.
In effetti, sono stata perseguitata dalla sensibilità;
è il dono dell’espressione
che così spesso mi ha delusa.
Mi ha delusa, mi ha tormentata, praticamente per tutta la vita.

Il segretario alza la testa,
pieno di astratta deferenza
ispirata dall’approccio della morte.
Non può aiutare, realmente, ma essere emozionante,
questo emergere della forma dal caos.

Una macchina, vedo, è stata installata vicino al mio letto
per informare i miei visitatori
del mio progresso verso l’orizzonte.
Il mio stesso sguardo continua a spostarsi su di essa,
linea instabile delicatamente
ascendente, discendente,
come una voce umana in una ninna nanna.

E poi la voce si ferma.
A quel punto la mia anima si sarà fusa
con l’infinito, rappresentato
da una linea retta,
come un segno meno.

Non ho eredi
nel senso che non ho nulla di sostanziale
da lasciare.
Forse il tempo attutirà questa delusione.
Per chi mi conosce bene non sarà una novità;
Lo capisco. Quelli a cui
sono legata dall’affetto
perdoneranno, spero, le distorsioni
imposte dall’occasione.

Sarò breve. Così si conclude,
come dice la hostess,
il nostro breve volo.

E tutte le persone che non si conosceranno mai
si affollano nel corridoio e vengono tutte incanalate
nel terminale.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Approach of the horizon

One morning I awoke unable to move my right arm.
I had, periodically, suffered from considerable
pain on that side, in my painting arm,
but in this instance there was no pain.
Indeed, there was no feeling.

My doctor arrived within the hour.
There was immediately the question of other doctors,
various tests, procedures—
I sent the doctor away
and instead hired the secretary who transcribes these notes,
whose skills, I am assured, are adequate to my needs.
He sits beside the bed with his head down,
possibly to avoid being described.

So we begin. There is a sense
of gaiety in the air,
as though birds were singing.
Through the open window come gusts of sweet scented air.

My birthday (I remember) is fast approaching.
Perhaps the two great moments will collide
and I will see my selves meet, coming and going—
Of course, much of my original self
is already dead, so a ghost would be forced
to embrace a mutilation.

The sky, alas, is still far away,
not really visible from the bed.
It exists now as a remote hypothesis,
a place of freedom utterly unconstrained by reality.
I find myself imagining the triumphs of old age,
immaculate, visionary drawings
made with my left hand—
“left,” also, as “remaining.”

The window is closed. Silence again, multiplied.
And in my right arm, all feeling departed.
As when the stewardess announces the conclusion
of the audio portion of one’s in-flight service.

Feeling has departed—it occurs to me
this would make a fine headstone.

But I was wrong to suggest
this has occurred before.
In fact, I have been hounded by feeling;
it is the gift of expression
that has so often failed me.
Failed me, tormented me, virtually all my life.

The secretary lifts his head,
filled with the abstract deference
the approach of death inspires.
It cannot help, really, but be thrilling,
this emerging of shape from chaos.

A machine, I see, has been installed by my bed
to inform my visitors
of my progress toward the horizon.
My own gaze keeps drifting toward it,
the unstable line gently
ascending, descending,
like a human voice in a lullaby.

And then the voice grows still.
At which point my soul will have merged
with the infinite, which is represented
by a straight line,
like a minus sign.

I have no heirs
in the sense that I have nothing of substance
to leave behind.
Possibly time will revise this disappointment.
Those who know me well will find no news here;
I sympathize. Those to whom
I am bound by affection
will forgive, I hope, the distortions
compelled by the occasion.

I will be brief. This concludes,
as the stewardess says,
our short flight.

And all the persons one will never know
crowd into the aisle, and all are funneled
into the terminal.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux. 2014

La voce – Cesare Pavese

Andrew Wyeth, Incoming Fog, 1952

 

Ogni giorno il silenzio della camera sola
si richiude sul lieve sciacquío d’ogni gesto
come l’aria. Ogni giorno la breve finestra
s’apre immobile all’aria che tace. La voce
rauca e dolce non torna nel fresco silenzio.

S’apre come il respiro di chi sia per parlare
l’aria immobile, e tace. Ogni giorno è la stessa.
E la voce è la stessa, che non rompe il silenzio,
rauca e uguale per sempre nell’immobilità
del ricordo. La chiara finestra accompagna
col suo palpito breve la calma d’allora.

Ogni gesto percuote la calma d’allora.
Tornerebbero i gesti del vano dolore,
percuotendo le cose nel rombo del tempo.
Ma la voce non torna, e il susurro remoto
non increspa il ricordo. L’immobile luce
dà il suo palpito fresco. Per sempre il silenzio
tace rauco e sommesso nel ricordo d’allora.

Cesare Pavese

[23-26 marzo 1938]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Nel village – Derek Walcott

Mario de Biasi, New York, 1955

I

Stavo salendo dalla metro e c’erano delle persone
ferme sui gradini come se sapessero qualcosa
che io non sapevo. Erano gli anni della Guerra Fredda
e della pioggia radioattiva. Ho guardato e l’intera avenue
era vuota, letteralmente intendo, e ho pensato:
Gli uccelli hanno lasciato le città e la piaga
del silenzio si moltiplica nelle loro arterie, c’è stata
la guerra e l’hanno persa e non c’è niente di sottile o di vago
in questo vuoto terrificante che è New York. Ho còlto
il rumore di un altoparlante che avvisava ripetutamente
le ultime persone, forse amanti a passeggio,
che il mondo stava per finire quella mattina
sulla Sesta o la Settima senza gente che andava al lavoro
in quella prospettiva terrificante e non contraddetta.
Non era il modo di morire, ma neanche di vivere.
Be’, se fossimo bruciati, almeno eravamo a New York.

II

A New York vivono tutti in una sit-com.
Io, in un romanzo latinoamericano, uno
in cui un viejo dai capelli color egretta è scosso
da un dolore invisibile, un’oscena afflizione, 
e l’annota segretamente, finché non gliela leggi in faccia,
le rughe parentetiche che, con suo sommo imbarazzo,
confermano il racconto. Senti, è solo la vecchia
storia di un cuore che non vuole darsi per vinto,
anche senza speranze, donchisciottesco. È solo uno che
non spezzerà il cuore a nessuno, anche se il colonnello brizzolato
si rizzasse sul suo destriero alla carica, in una battaglia
che non gli varrà una statua. È il sortilegio
di un normale amore non corrisposto. Guarda queste egrette
che incedono sul prato in truppe scomposte, bianche insegne
che arrancano derelitte; sono i rimpianti scoloriti
delle memorie di un vecchio, le loro strofe mai scritte.
Pagine che svolazzano come ali sul prato, segreti svelati.

III

Chi mi ha tolto la macchina per scrivere dalla scrivania,
così che adesso sono un musicista senza piano
con il vuoto davanti, limpido e grottesco come un’altra
primavera? Le mie vene gemmano, sono così pieno
di poesie, un cestino colmo di fili neri.
Fuori le note sono visibili; i passeri punteggeranno
le antenne come pentagrammi, com’erano le primavere,
ma i tetti sono freddi e il grande fiume grigio
con una nave che passa, enorme come una collina in inverno,
si muove impercettibilmente come gli anni
che si accumulano. Non ho ragione di perdonarla
per ciò che mi sono fatto da solo. Ho vinto l’odio,
il desiderio dell’Italia dove le raffiche di neve
assolvono e imbiancano le montagne inginocchiate
fuori Milano. Dietro il vetro, aspetto che il richiamo
di un uccello scardini l’inizio della primavera,
ma le mie mani, il mio lavoro, mi sembrano strani
senza la musica arrugginita della mia macchina. Nessuna parola
per la nave artica che scende lungo l’Hudson, per la scabbia
della neve che si scrosta dai tetti. Nessuna poesia. Nessun uccello.

IV
IL SWEET LIFE CAFÉ

Se sprofondo in un silenzio brizzolato
a volte, sulla tovaglia a scacchi rossi
fuori dal Sweet Life Café, quando il rumore
del traffico domenicale nel Village è lieve come una falena
indaffarata in un ripostiglio, è per via dell’età,
cosa che di rado ammetto, o, onestamente, persino penso.
I miei furori sono intatti, anche se la mia rabbia domestica
è illogica, diabetica, senza alcuna diminuzione dell’amore
anche se la mia mano trema follemente, ma non su questa pagina.
La mia lussuria è in piena forma, ma, se anche
tutte le mie torri si sgretolassero come sabbia,
la gioia continuerà a piegare i canneti con l’esultanza
della mia penna sulla strada per Vieuxfort con la citronella
bianca nel sole e, come per il mare che si frange
nella baia a Praslin, anche loro si sommano alla grazia
che ho provato e che la morte porterà via
dalla mia mano su questa tovaglia a scacchi in questo bel posto.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

In the Village

I

I came up out of the subway and there were
people standing on the steps as if they knew
something I didn’t. This was in the Cold War,
and nuclear fallout. I looked and the whole avenue
was empty, I mean utterly, and I thought,
The birds have abandoned our cities and the plague
of silence multiplies through their arteries, they fought
the war and they lost and there’s nothing subtle or vague
in this horrifying vacuum that is New York. I caught
the blare of a loudspeaker repeatedly warning
the last few people, maybe strolling lovers in their walk,
that the world was about to end that morning
on Sixth or Seventh Avenue with no people going to work
in that uncontradicted, horrifying perspective.
It was no way to die, but it’s also no way to live.
Well, if we burnt, it was at least New York.

II

Everybody in New York is in a sitcom.
I’m in a Latin American novel, one
in which an egret-haired viejo shakes with some
invisible sorrow, some obscene affliction,
and chronicles it secretly, till it shows in his face,
the parenthetical wrinkles confirming his fiction
to his deep embarrassment. Look, it’s
just the old story of a heart that won’t call it quits
whatever the odds, quixotic. It’s just one that’ll
break nobody’s heart, even if the grizzled colonel
pitches from his steed in a cavalry charge, in a battle
that won’t make him a statue. It is the hell
of ordinary, unrequited love. Watch those egrets
trudging the lawn in a dishevelled troop, white banners
trailing forlornly; they are the bleached regrets
of an old man’s memoirs, printed stanzas
showing their hinged wings like wide open secrets.

III

Who has removed the typewriter from my desk,
so that I am a musician without his piano
with emptiness ahead as clear and grotesque
as another spring? My veins bud, and I am so
full of poems, a wastebasket of black wire.
The notes outside are visible; sparrows will
line antennae like staves, the way springs were,
but the roofs are cold and the great grey river
where a liner glides, huge as a winter hill,
moves imperceptibly like the accumulating
years. I have no reason to forgive her
for what I brought on myself. I am past hating,
past the longing for Italy where blowing snow
absolves and whitens a kneeling mountain range
outside Milan. Through glass, I am waiting
for the sound of a bird to unhinge the beginning
of spring, but my hands, my work, feel strange
without the rusty music of my machine. No words
for the Arctic liner moving down the Hudson, for the mange
of old snow moulting from the roofs. No poems. No birds.

IV
THE SWEET LIFE CAFÉ

If I fall into a grizzled stillness
sometimes, over the red-chequered tablecloth
outdoors of the Sweet Life Café, when the noise
of Sunday traffic in the Village is soft as a moth
working in storage, it is because of age
which I rarely admit to, or, honestly, even think of.
I have kept the same furies, though my domestic rage
is illogical, diabetic, with no lessening of love
though my hand trembles wildly, but not over this page.
My lust is in great health, but, if it happens
that all my towers shrivel to dribbling sand,
joy will still bend the cane-reeds with my pen’s
elation on the road to Vieuxfort with fever-grass
white in the sun, and, as for the sea breaking
in the gap at Praslin, they add up to the grace
I have known and which death will be taking
from my hand on this chequered tablecloth in this good place.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

«L’enorme solitudine delle stelle» – Daniele Piccini

Foto di Nicholas Buer

 

L’enorme solitudine delle stelle
somiglia forse a quella
d’uomini alla deriva.
Si guardano negli specchi e attaccano
la carica del giorno
senza un soldo di fede nelle mani.
Come stanno vicine
le creature infinite e miserevoli
a queste solitudini,
come parlano chiaro,
come sussurrano accostando il muso.
E cosa stanno per dire con gli occhi
abbandonati, persi come stelle
nella ragnatela dell’universo?
Cosa vogliono dire?
Si scioglierà la lingua,
si scioglierà, e saranno le stelle
della nostra pazienza.

Daniele Piccini

da “Inizio fine”, Crocetti Editore, 2021

Il martin pescatore – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

As kingfishers catch fire…
G.M. HOPKINS

Vidi il martin pescatore in volo sul pelo del mare,
un volo retto come la vita di Euclide, retto e violento,
lo vidi esplodere, all’improvviso, della pienezza dei colori,
vedevo il selvaggio fuoco del mondo
abbracciarne le ali, ma il fuoco non uccideva, voleva
che quel proiettile iridescente tendesse in salvo
alla riva rocciosa, al nido lì nascosto;
si scopre che la fiamma può essere anche
riparo, dimora, dove i pensieri
ardono senza essere annichiliti,
una prigione che ci libera dall’indifferenza,
dall’osservazione estiva di un pomeriggio indolente,
un possente ossimoro,
a volte anche una poesia,
quasi un sonetto.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Zimorodek

As kingfishen catch fire…
G.M. HOPKINS

Zobaczyłem jak zimorodek w locie tuż nad powierzchnią morza,
locie prostym jak życie Euklidesa, prostym i gwałtownym,
wybucha nagle pełnij kolorów, widziałem jak dziki ogień świata
ogarnia jego skrzydła, lecz nie zabija tylko sprawia,
że ten tęczowy pocisk bezpiecznie zmierza
do skalistego brzegu, do ukrytego tam gniazda;
okazuje się, że płomień może być także
schronieniem, mieszkaniem, w którym
myśli płonę lecz nie zostaję unicestwione,
więzieniem, które wyzwala nas od obojętności,
od letniej obserwacji leniwego popołudnia,
potężnym oksymoronem,
niekiedy także wierszem,
nieomal sonotem.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014