Ritorna – Costantino Kavafis

Rudolf Bonvie, Dialog, 1973

 

Ritorna spesso e prendimi
ritorna e prendimi o sensazione amata −
se la memoria del corpo si desta
e il vecchio spasimo passa nel sangue,
poi che le labbra e la pelle trasalgono
e ancora le mani sembra che tocchino.

Ritorna spesso e prendimi, la notte
poi che le labbra e la pelle trasalgono.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi)

da “Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Einaudi, Torino, 1968

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Επέστρεφε

Επέστρεφε συχνά και παίρνε µε,
αγαπηµένη αίσθησις επέστρεφε και παίρνε µε –
όταν ξυπνά του σώµατος η µνήµη,
κ’ επιθυµία παληά ξαναπερνά στο αίµα·
όταν τα χείλη και το δέρµα ενθυµούνται,
κ’ αισθάνονται τα χέρια σαν ν’ αγγίζουν πάλι.

Επέστρεφε συχνά και παίρνε µε την νύχτα,
όταν τα χείλη και το δέρµα ενθυµούνται…

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

A nord di San Francisco – Yehuda Amichai

Yehuda Amichai, Photo by Dan Porge

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui molli le colline toccano il mare
come s’incontrano due eternità.
E le mucche che pasturano lassú
ci ignorano, come fossero angeli.
Anche il maturo aroma di melone in cantina
profetizza la quiete.

Il buio non combatte con la luce
ma ci spinge avanti
verso altra luce, e l’unico dolore
è quello di non restare.
Nella mia terra che vien detta santa
non permettono mai all’eternità
di essere eterna:
l’hanno divisa in piccole fedi
frazionata in territori di Dio
sminuzzata in schegge di Storia
acuminate che feriscono a morte.
Delle sue quiete lontananze hanno fatto
prossimità che freme di pena del presente.

A Bolinas, sulla spiaggia, ai piedi
dei gradini di legno
vidi fanciulle dalle natiche nude
sul ventre stese nella sabbia ebbre
di regno sempiterno,
e le anime in loro come porte
si aprivano e chiudevano,
si aprivano e chiudevano nel ritmo
della risacca.

Yehuda Amichai

(Traduzione di Ariel Rathaus)

da “Una grande tranquillità: domande e risposte” (1980), in “Yehuda Amichai, Poesie”, Crocetti Editore, 1993

«Sa sedurre la carne la parola» – Patrizia Valduga

Donata Wenders, Reflection, Berlin, 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sa sedurre la carne la parola,
prepara il gesto, produce destini…
È martirio il verso,
è emergenza di sangue che cola
e s’aggruma ai confini
del suo inverso sessuato, controverso.

Patrizia Valduga

da “Medicamenta e altri medicamenta”, Einaudi, Torino, 1989

Houston, alle sei del pomeriggio – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di Damian Klamka

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa già dorme sotto un ruvido plaid di frontiere
e antichi odi: la Francia si stringe
alla Germania, la Bosnia è nelle braccia della Serbia,
la Sicilia solitaria nell’azzurro del mare.

Qui è l’inizio della sera, la lampada è accesa
e il sole scuro rapidamente si spegne.
Sono solo, un po’ leggo, un po’ penso,
un po’ ascolto musica.

Sono lì dove c’è l’amicizia,
ma non ci sono amici, dove cresce l’incantamento
ma senza incanto,
lì, dove ridono i morti.

Sono da solo perché l’Europa sta dormendo. Il mio amore
dorme in una casa alta nei dintorni di Parigi.
A Cracovia e a Parigi i miei amici
procedono sullo stesso fiume dell’oblio.

Leggo e penso; in una poesia
ho trovato queste parole: “Capitano delle disgrazie così terribili…
non domandare!”. Non lo faccio. Un elicottero della polizia
rompe il silenzio della sera.

La poesia ci chiama a una vita più alta,
ma ciò che è basso è già ugualmente eloquente,
più forte della lingua indoeuropea,
più forte dei miei libri e dei miei dischi.

Non ci sono usignoli né merli qui
con la loro triste, dolce cantilena,
solo l’uccello che imita
e sbeffeggia le altre voci.

La poesia ci chiama alla vita, al coraggio
di fronte alle ombre che salgono.
Puoi guardare con calma la Terra
– come un perfetto astronauta?

Dall’innocente indolenza, dalla Grecia dei libri,
dalla Gerusalemme della memoria là all’improvviso emerge
l’isola della poesia, disabitata;
un nuovo Cook la scoprirà, un giorno.

L’Europa sta già dormendo. Gli animali della notte,
malinconici e rapaci,
escono per la caccia, incontro alla morte.
Presto anche l’America dormirà.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

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Houston, szósta po południu

Europa już śpi pod szorstkim pledem granic
i dawnych nienawiści; Francja przytulona
do Niemiec, Bośnia w objęciach Serbii,
Sycylia samotna w błękitnym morzu.

Tutaj jest wczesny wieczór, pali się lampa
i szybko gaśnie ciemne słońce.
Jestem sam, trochę czytam, trochę rozmyślam,
trochę słucham muzyki.

Jestem tam, gdzie jest przyjaźń,
ale nie ma przyjaciół, gdzie rośnie
oczarowanie, ale nie ma czarów,
tam, gdzie śmieją się umarli.

Jestem sam, bo Europa śpi. Moja ukochana
śpi w wysokim domu pod Paryżem.
W Krakowie i w Paryżu moi przyjaciele
brodzą w tej samej rzece zapomnienia.

Czytam i rozmyślam; w pewnym wierszu
znalazłem słowa Zdarzają się ciosy tak straszne…
– Nie pytaj! Nie pytam. W ciszę wieczoru
wdziera się policyjny helikopter.

Poezja wzywa do wyższego życia,
ale to, co niskie jest równie wymowne,
głośniejsze niż język indoeuropejski,
silniejsze niż moje książki i płyty.

Tutaj nie ma słowików ani kosów
o słodkiej, smutnej kantylenie,
tylko ptak-szyderca, który naśladuje
i przedrzeźnia wszystkie inne głosy.

Poezja wzywa do życia, do odwagi
w obliczu cienia, który się powiększa.
Czy umiesz spojrzeć spokojnie na Ziemię
— jak idealny kosmonauta?

Z niewinnej indolencji, z Grecji lektur
i z Jerozolimy pamięci wynurza się nagle
wyspa wiersza, wyspa bezludna,
którą odkryje kiedyś nowy Cook.

Europa już śpi. Zwierzęta nocy,
melancholijne i drapieżne,
wyruszają na łowy, na śmierć.
Niedługo także Ameryka zaśnie.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Kraków: Wydawnictwo “a5”, 1999

Le mani – Vittorio Sereni

Foto di Ferdinando Scianna

 

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941