Li hanno giustiziati – Titos Patrikios

Titos Patrikios, foto di Danilo Di Marco

 

Li hanno giustiziati nella piazza centrale
li hanno giustiziati nelle cave di marmo dall’eco profonda,
davanti a caffè e a monumenti deserti,
e donne impazzite correvano a cercare gli abiti insanguinati,
li hanno giustiziati davanti al muro dei rifiuti
tra cocci di bottiglie e scatole di conserve,
li hanno giustiziati per strada, sulla soglia di casa,
nei poligoni di tiro di innumerevoli caserme,
nell’afona desolazione di campi affollati,
li giustiziavano ogni giorno nelle vostre mani,
nella vostra voce, nella fodera del vostro abito nuovo…

E voi li avete dimenticati?

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Tirocinio [1952-1962], 1963: Le radici e la pioggia)

da “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007 

∗∗∗

Τούς ἐϰτελέσανε

Τούς ἐϰτελέσανε στήν ϰεντριϰή πλατεία
τούς ἐϰτελέσανε σέ λατομεῖα μέ βαθιάν ἠχώ
μπροστά σ’ ἐρημωμένα ϰαφενεῖα ϰαί μνημεῖα,
ϰαί τρέχανε τρελές γυναῖϰες νά βροῦν τά ματωμένα ροῦχα,
τούς ἐϰτελέσανε στῶν σϰουπιδιῶν τή μάντρα
μέσα στά ϰοφτερά γυαλιά ϰαί τίς ϰονσέρβες,
τούς ἐϰτελέσανε στό δρόμο, στό ϰατώφλι τοῦ σπιτιοῦ τους,
στό πεδίο βολῆς χιλιάδων στρατοπέδων,
στήν ἄφωνη ἐρημιά συνωστισμένων χωραφιῶν,
τούς ἐϰτελοῦσαν ϰάθε μέρα μές στά χέρια σας,
μές στή φωνή σας, στή φόδρα τοῦ ϰαινούριου ρούχου σας…

Καί σεῖς τούς ξεχάσατε;

Τίτος Πατρίϰιος

Μαθητεία (1952-1962), 1963: Ὀἱ ρίζες ϰι ἡ βροχή’
da “Η αντίσταση των γεγονότων”, Κέδρος, 2000 

Cos’era – Mark Strand

Foto di Nicola Bertellotti

I

Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di se stesso, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che affoga
in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

II

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo ore, giorni. Era quello. Solo quello.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

What It Was

I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was…

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened—a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She’d forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun’s heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.

Mark Strand

da “Blizzard of One”, New York: Alfred A. Knopf, 1988

«Agosto. Non sappiamo che aspettarci» – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agosto. Non sappiamo che aspettarci
da una Luna così; sembra di lattice,
un guanto rotto a precipizio sopra
le magnolie del tuo giardino; pronta

a cadere, a tornare in fondo al mare
come all’inizio della storia umana.
Ché i primi uomini (siamo noi adesso)
non sapevano nulla della notte.

Gabriele Galloni

da “L’estate del mondo”, Marco Saya Edizioni, 2019

Privi di potere – Günter Grass

Nick Ut, Children fleeing an American napalm strike, Vietnam, 1972

 

Leggiamo «napalm» e ci immaginiamo il napalm.
Dal momento che non possiamo immaginarci il napalm,
leggiamo del napalm, finché possiamo
immaginarci meglio il napalm.
Ora noi protestiamo contro il napalm.
     Dopo la colazione, muti,
     vediamo in fotografia cosa può fare il napalm.
     Ci indichiamo l’un l’altro rozzi reticoli
     e diciamo: vedi, questo è il napalm.
Presto ci saranno libri di fotografie a buon prezzo
con foto migliori,
dalle quali risulterà più chiaramente
cosa può fare il napalm.
Ci rosicchiamo le unghie e scriviamo proteste.
     Ma c’è, così leggiamo,
     qualcosa che è ben più terribile del napalm.
     Subito protestiamo contro questa cosa più terribile.
     Le nostre proteste giustificate, che in ogni momento
     possiamo stilare piegare affrancare, le sbattiamo in libri.
Impotenza di cui si fa prova su facciate di gomma.
Impotenza fa suonare dischi: canti impotenti.
Senza potere e con la chitarra. –
Ma con il pugno di ferro e in piena tranquillità
fuori agisce il potere.

Günter Grass

(Traduzione di A. M. Giachino)

da “Poesia tedesca del Novecento”, Rizzoli, 1977

∗∗∗

In ohnmacht gefallen

Wir lesen Napalm und stellen Napalm uns vor.
Da wir uns Napalm nicht vorstellen können,
lesen wir über Napalm, bis wir uns mehr
unter Napalm vorstellen können.
Jetzt protestieren wir gegen Napalm.
     Nach dem Frühstück, stumm,
     auf Fotos sehen wir, was Napalm vermag.
     Wir zeigen uns grobe Raster
     und sagen: Siehst du, Napalm.
Das machen sie mit Napalm.
Bald wird es preiswerte Bildbände
mit besseren Fotos geben,
auf denen deutlicher wird,
was Napalm vermag.
Wir kauen Nägel und schreiben Proteste.
       Aber es gibt, so lesen wir,
       Schlimmeres als Napalm.
       Schnell protestieren wir gegen Schlimmeres.
       Unsere berechtigten Proteste, die wir jederzeit
       verfassen falten frankieren dürfen, schlagen zu Buch.
Ohnmacht, an Gummifassaden erprobt.
Ohnmacht legt Platten auf: ohnmächtige Songs.
Ohne Macht mit Guitarre. –
Aber feinmaschig und gelassen
wirkt sich draußen die Macht aus.

Günter Grass

da “Gesammelte Gedichte”, Luchterhand Verlag, Darmstadt und Neuwied, 1971

Lettera – Mark Strand

Danielle Maret

                                                   
                                                                                  for Richard Howard

Degli uomini attraversano un campo di corsa,
dalle tasche gli cadono penne.
Le raccoglierà la gente a passeggio.
È uno dei modi in cui le lettere vengono scritte.

Le cose, come cadono una nell’altra!
Il sé che non mi appartiene più, assopito
nell’ombra di un estraneo, ora veste
l’estraneo, ora lo conduce altrove.

È mezzogiorno, e ti scrivo.
La vita di non so chi mi è arrivata tra le mani.
Il sole sbianca gli edifici.
È tutto quel che ho. Lo do tutto a te. Tuo

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan)

da “Più buio, 1970”, in “L’uomo che cammina un passo davanti al buio”, Mondadori, 2011

***

Letter

                                                                     for Richard Howard

Men are running across a field,
pens fall from their pockets.
People out walking will pick them up.
It is one of the ways letters are written.

How things fall to others!
The self no longer belonging to me, but asleepin
a stranger’s shadow, now clothing
the stranger, now leading him off.

It is noon as I write to you.
Someone’s life has come into my hands.
The sun whitens the buildings.
It is all I have. I give it all to you. Yours,

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970