Terrazza – Vittorio Sereni

Ferdinando Scianna, Marpessa, 1987

 

Improvvisa ci coglie la sera.
                                                     Piú non sai
dove il lago finisca;
un murmure soltanto
sfiora la nostra vita
sotto una pensile terrazza.

Siamo tutti sospesi
a un tacito evento questa sera
entro quel raggio di torpediniera
che ci scruta poi gira se ne va.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

«La fedeltà mi obbliga a vegliarti» – Stefan George

Stefan George, Foto di Jacob Hilsdorf, 1910

 

La fedeltà mi obbliga a vegliarti ⋅
Mi soffermo sul tuo dolce soffrire ⋅
Mi è sacro desiderio essere triste
Per godere con te la tua tristezza.

Un benvenuto mai mi accoglierà ⋅
Per quanto durerà la nostra unione
Umile e ansioso devo riconoscere
Eredità d’inverni in un destino.

Stefan George

(Traduzione di Giorgio Manacorda)

da “Viandante nella neve”, in “Stefan George, L’anno dell’anima”, SE, 1986

∗∗∗

«Noch zwingt mich treue über dir zu wachen»

Noch zwingt mich treue über dir zu wachen
Und deines duldens schönheit dass ich weile
Mein heilig streben ist mich traurig machen
Damit ich wahrer deine trauer teile.
 
Nie wird ein warmer anruf mich empfangen ·
Bis in die späten stunden unsres bundes
muss ich erkennen mit ergebnem bangen
Das herbe Schicksal winterlichen fundes.

Stefan George

da “Waller im Schnee”in “Das Jahr der Seele”, 1897

Via Scarlatti – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche piú s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra piú ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Caffè – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 

Di questo tavolino al caffè,
dove nei pomeriggi invernali brillava  un giardino di brina,
sono rimasto io solo.
Potrei entrare, se volessi,
e tamburellando con le dita nel freddo vuoto
convocare le ombre.

La nebbia d’inverno sul vetro è la stessa,
ma non entra nessuno.
Il mucchietto di cenere,
la macchia di putredine coperta dalla calce
non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Prendiamoci una vodka.

Incredulo tocco il marmo freddo,
incredulo tocco la mia mano:
è così – io sto nel divenire della storia
e loro sono chiusi ormai per tutti i secoli
nel loro ultimo detto, nel loro ultimo sguardo.
Lontani, come l’imperatore Valentiniano,
come i duci dei Massageti, di cui non si sa nulla –
sebbene sia passato solo un anno, o due, o tre.

Posso ancora fare il boscaiolo nel lontano nord,
parlare da una tribuna o girare un film
con metodi che loro non hanno conosciuto.
Posso scoprire il sapore che ha la frutta delle isole oceaniche,
farmi fotografare vestito come usa nella seconda metà del secolo.
Ma loro ormai per sempre sono ridotti a busti in jabot e frac
di un mostruoso Larousse.

Pure talvolta, quando il crepuscolo colora i tetti della povera via
e fisso il cielo – vedo là, tra le nuvole,
un tavolino che oscilla. Il cameriere volteggia col vassoio,
e loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano di un uomo.
E loro lo sanno, lo sanno bene.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Salvezza”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966 

***

Kawiarnia

Z tego stolika w kawiarni,
Gdzie w zimowe południa błyszczał ogród szronu,
Zostałem ja sam.
Mógłbym tam wejść, gdybym chciał,
I bębniąc palcami w zimnej pustce
Przywoływać cienie.

Mgła zimowa na szybie ta sama.
Ale nie wejdzie nikt.
Garstka popiołu,
Plama zgnilizny wapnem przysypana
Nie zdejmie kapelusza, nie powie wesoło:
Chodźmyna wódkę.

Z niedowierzaniem dotykam zimnego marmuru,
Z niedowierzaniem dotykam własnej ręki:
To — jest i ja jestem w dziejących się dziejach,
A oni są zamknięci juŜ na wieki wieków
W ostatnim swoim słowie, w ostatnim spojrzeniu.
I dalecy jak cesarz Walentynian,
Jak wodzowie Massagetów, o których nie wie się nic —
Choć upłynął zaledwie rok, dwa albo trzy lata.

Mogę być jeszcze drwalem w lasach dalekiej północy,
Mogę przemawiać z trybuny albo nakręcić film
Sposobami, na których oni się nie znali.
Mogę doświadczyć smaku owoców z wysp oceanu
I mieć swoją fotografię w stroju z drugiej połowy stulecia.
A oni juŜ na zawsze jak popiersia w Ŝabotach i frakach
Z monstrualnego Larousse’a.

Ale czasami, kiedy wieczorna zorza barwi dachy ubogiej ulicy
I zapatrzę się w niebo — widzę tam, w obłokach,
Zataczający się stolik. Kelner wiruje z tacą,
A oni patrzą na mnie wybuchając śmiechem.
Bo jeszcze nie wiem, jak się ginie z okrutnej reki człowieka.
Oni wiedzą, oni dobrze wiedzą.

Czesław Miłosz

Warszawa, 1944

da “Ocalenie”, Czytelnik, 1945

Congedi – Gesualdo Bufalino

Foto di Nastya Kaletkina

1.

L’angelo cieco ha gridato
sulla tua fronte acerba, si dibatte
l’erba nel vento come un mare.

O statura delusa, e la foglia
guasta t’adorna, il tribolo confina
col tuo capo murato.

Inutile eri e stupenda,
guardavi sulle selci rosse del greto
forsennato il cavallo splendere.

Ora non ho che la tua voce
che folta trasogna e si dispera
nel mio sonno, talvolta.

2.

Passerà sul tuo petto il ferro dei convogli,
e uomini, cantando: è dolce
questa fine d’annata che si spoglia
adagio sulla tua bocca sepolta.

Dolce è la pioggia, ma tu non la senti,
tu piú non senti né pioggia né sole:
come un giornale invecchi e inutilmente
io vado fra me stesso di te dicendo parole.

3.

Venire nel tuo povero reame
quest’inverno, senza rumore,
sentendo d’un tratto nel cuore
la morte come una fame.

Fra i tanti occhi algidi e brulli
trovare i tuoi che mi trovano,
indovinare le tue labbra nuove
sulle mie labbra di terra e di nulla.

E insieme ancora aspettare laggiú,
al traghetto d’un fiume bruno,
come una volta nel quarantuno,
chissà dove, chi lo sa piú.

4.

Oggi d’uccelli cosí spoglio il cielo
parla soltanto con voce di vento,
soffio randagio di foglie infelici,
forestiero lamento che mi cerca.
Sei tu? Non è già tardi per dischiudere
come una volta il mio stipite freddo
al tuo viso che adagio disimparo,
dai grandi occhi di cieca, che precipita
sempre piú giú, per una cruna grigia
di caligine e sonno? Non rispondi,
nemmeno sei quest’alito che torna
a scompigliare inatteso lo sciame
di percalli e di sciarpe; e si scancella
l’alterigia soave del tuo sangue
in un velario di ruggine, funebri
esosi orpelli macchiano gli specchi.
Cosí s’adempie il patto. Piú nessuno
saprà di te ch’era la luna il lembo
della tua veste verde e ne balzavi
con la nuca di luce e il grembo tiepido
rapita al grido dei binari. Io solo
resto per poco al tuo nome d’allora.
Tu dormi, fioca isola di carne,
nella terra nemica e non rammenti.

5.

Una foglia fugace mi si posi sul volto,
e io ripenso un giorno senza sole,
e noi stanchi d’amarci e pieni di parole,
come chi recita la prima volta.

Andavamo nel vento allacciati e furenti
fra due filari di scialbo mattino,
odiandoci e piangendo come bambini.
Volevamo morire, te ne rammenti?

E ora dove sei, che ne è stato di noi,
dei tuoi capelli lisci che il vento turbava?
Io non so piú ritrovare la strada,
dove tu sottoterra dolcemente t’annoi.

6.

Fra croce e croce di pietra nera
un battito di rondine
se s’adira fuggiasco fa bufera
di cielo al buio che ti fascia gli occhi.
Ne tremi, poi piú sordo
odi crescere il rombo di frana
sul tuo capo, e il ricordo come un mare.

7.

Fu una donna nel tempo sereno
che mi venne con mani di demente,
e mi perse la mente sul suo seno.

Di roccia e d’aria passavano nuvole
sul nostri corpi congiunti, dormivo
nei suoi capelli chiusi
come entro un inutile diluvio.

Ancora le sue labbra ascolto,
falce barbara e nuda;
diaccio come uno scudo,
il suo volto mi guarda.

8.

E da te m’accomiato,
piccolo viso di donna, e la voce
che sul mio cuore curvavi
piú non udrò come un prato
stormire, e la strada non ha
che muri muri e logori asfodeli
nel territorio dove non ti trovo.

Ritorna a piovere sulle tue labbra,
sulle tue povere ali recise,
sulle domeniche verdi e perdute…
Un elenco di numeri mi resta:
21 luglio, 13 agosto,
K. 304 ad occhi chiusi;
e cartoline morte in un cassetto.

Ah donna donna, dovunque tu sia,
dalla tua stella d’eterno fumo,
dimmi il tuo nome, sii di nuovo un nome,
rovescia il senso della ruota, scavalca
mille leghe di niente con un sorriso,
ripassa il fiume, torna accanto a me,
quando annotta ritrovami la mano…

Gesualdo Bufalino

da “Annali del malanno”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006