Epilogo – Manolis Anaghnostakis

Foto di Hengki Koentjoro

 

Questi versi saranno forse gli ultimi
Gli ultimi degli ultimi che saranno scritti
Perché i poeti futuri non sono piú in vita
Quelli che potevano parlare sono tutti morti giovani
Le loro tristi canzoni sono diventate uccelli
In qualche altro cielo dove brilla un sole straniero
Sono diventate fiumi selvaggi e corrono verso il mare
E le loro acque non puoi distinguerle
Nelle loro canzoni tristi è sbocciato un loto
Nel cui succo piú giovani rinasceremo.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Stagioni 3, 1951)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Ἐπίλσγος

Οἱ στίχοι αὐτοί μπορεῖ ϰαί νά ῾ναι οἱ τελευταῖοι
Οἱ τελευταῖοι στούς τελευταίους πού θά γραφτοῦν
Γιατί οἱ μελλούμενοι ποιητές δέ ζοῦνε πιά
Αὐτοί πού θά μιλούσανε πεθάναν ὅλοι νέοι
Τά θλιβερά τραγούδια τους γενήϰανε πουλιά
Σέ ϰάποιον ἄλλον οὐρανό πού λάμπει ξένος ἥλιος
Γενῆϰαν ἄγριοι ποταμοί ϰαί τρέχουνε στή θάλασσα
Kαί τά νερά τους δέν μπορεῖς νά ξεχωρίσεις
Στά θλιβερά τραγούδια τους φύτρωσε ἕνας λωτός
Nά γεννηθοῦμε στό χυμό του ἐμεῖς πιό νέοι.

Μανόλης Ἀναγνωστάκης

da “ Ἐποχές 3”, 1951, in “Τα Ποιήματα (1941 – 1956)”, Αθήνα, ιδιωτ. έκδοση, 1956

La “o” disgiuntiva – Kikí Dimulà

Frank Paulin, Girl in the Rain

 

Mi ha chiuso in casa la pioggia
e ora dipendo dalle gocce.

Ma come sapere se è pioggia
o lacrime dal cielo profondo di un ricordo?
Sono troppo cresciuta per dare
senza riserve un nome ai fenomeni:
questa è pioggia e queste sono lacrime.

Rimango asciutta tra
due possibilità: pioggia o lacrime,
e tra tante ambigue realtà:
pioggia o lacrime,
amore o modo di crescere,
tu o piccola oscillante ombra
dell’ultima foglia che saluta.
Ogni ultima cosa,
la chiamo ultima senza riserve.

Sono troppo cresciuta
perché questo sia motivo di lacrime.
Lacrime o pioggia, come saperlo?
E continuo a dipendere dalle gocce.
E sono troppo cresciuta
per aspettare una misura quando piove
e un’altra quando non piove.
Gocce per tutto.
Gocce di pioggia o lacrime.

Dagli occhi di un ricordo o dai miei.
Io o il ricordo, chi lo sa.
Sono troppo cresciuta per distinguere i tempi.
Pioggia o lacrime.
Tu o piccola oscillante ombra
dell’ultima foglia che saluta.

Kikí Dimulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

Το διαζευϰτιϰόν “ή”

Μ᾿ ἔϰλεισε μέσα ἡ βροχή
ϰαί μένω τώρα νά ἐξαρτιέμαι ἀπό σταγόνες.

Ὅμως ποῦ ξέρω ἂν αὐτό εἶναι βροχή
ἢ δάϰρυα ἀπό τόν μέσα οὐρανό μίας μνήμης;
Μεγάλωσα πολύ γιά νά ὀνομάζω
τά φαινόμενα χωρίς ἐπιφύλαξη,
αὐτό βροχή, αὐτό δάϰρυα.

Στεγνή στέϰομαι ἀνάμεσα
στά δύο ἐνδεχόμενα: βροχή ἢ δάϰρυα,
ϰι ἀνάμεσά σε τόσα διφορούμενα:
βροχή ἢ δάϰρυα,
ἔρωτας ἢ τρόπος νά μεγαλώνουμε,
ἐσύ ἢ μιϰρή ἀποχαιρετιστήρια αἰώρηση σϰιᾶς
τοῦ τελευταίου φύλλου.
Τό ϰάθε τελευταῖο,
τελευταῖο τ᾿ ὀνομάζω χωρίς ἐπιφύλαξη.

Καί μεγάλωσα πολύ
γιά νά εἶναι αὐτό ἀφορμή δαϰρύων.
Δάϰρυα ἢ βροχή, ποῦ νά ξέρω;
Καί μένω νά ἐξαρτιέμαι ἀπό σταγόνες.
Καί μεγάλωσα πολύ
γιά νά περιμένω ἄλλο μέτρο ὅταν βρέχει
ϰι ὅταν δέν βρέχει ἄλλο.
Σταγόνες γιά ὅλα.
Σταγόνες βροχῆς ἢ δάϰρυα.
Ἀπό τά μάτια ϰάποιας μνήμης ἢ τά διϰά μου.
Ἐγώ ἢ μνήμη, ποῦ νά ξέρω;
Μεγάλωσα πολύ γιά νά χωρίζω τούς χρόνους.
Βροχή ἢ δάϰρυα.

Ἐσύ ἢ μιϰρή ἀποχαιρετιστήρια αἰώρηση σϰιᾶς
τοῦ τελευταίου φύλλου.

Κική Δημουλά

da “Το λίγο του ϰόσμου. Ποιήματα”, Νεφέλη, 1983

Elena – Odisseas Elitis

Léon Spilliaert, Plage et marine bleue, 1937

 

Con la prima goccia di pioggia fu uccisa l’estate
Si bagnarono le parole che avevano dato lo splendore alle stelle
Tutte le parole che avevano Te come unica meta!
Dove stenderemo le nostre mani ora che il tempo ci ignora
Dove poseremo i nostri occhi ora che le linee lontane naufragarono nelle nuvole
Ora che le tue palpebre si chiusero sui nostri paesaggi
E come fossimo invasi dalla nebbia
Siamo soli soli accerchiati dalle tue immagini morte.

Con la fronte ai vetri vegliamo il nuovo dolore¹
Non è la morte che ci vincerà se ci sei Tu
Se altrove c’è un vento che ti viva intera
Che ti vesta da vicino come la nostra speranza ti veste da lontano
Se altrove c’è
Una pianura verde oltre il tuo sorriso fino al sole
Che confidente gli dice che ci incontreremo ancora
No non è con la morte che ci confronteremo
Ma con la più lieve goccia di pioggia autunnale
Una sensazione confusa
L’odore della terra bagnata nelle nostre anime che sempre più si allontanano

E se la tua mano non è nelle nostre mani
E se il nostro sangue non è nelle vene dei tuoi sogni
La luce nel cielo immacolato
E la musica invisibile dentro di noi oh! melanconica
Viandante di quanto ancora ci lega al mondo
È il vento umido l’ora autunnale la separazione
Il gomito che amaro si appoggia sulla memoria
Che esce quando la notte ci separa dalla luce
Dietro al quadrato della finestra che si affaccia sul dolore
Che non vede nulla
Perché è già diventata musica invisibile fiamma nel caminetto rintocco del grande orologio sulla parete
Perché è già diventata
Poesia verso dopo verso suono col ritmo della pioggia lacrime e parole
Parole non come le altre ma che hanno ancora Te come unica meta!

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Orientamenti”, 1940, in “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

¹«Con la fronte ai vetri vegliamo il nostro dolore» riecheggia il verso di Paul Éluard: «Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin» (in «L’amour la poésie», 1929), testo molto amato da Elitis per sua diretta e ripetuta dichiarazione. Nella traduzione di Franco Fortini il verso è: «La fronte ai vetri come chi veglia in pena» (P. Éluard, Poesie, a cura di F. Fortini, Einaudi, Torino 1990, p. 79).

***

ΕΑΕΝΗ

Μέ τήν πρώτη σταγόνα τῆς βροχῆς σϰοτώηϰε τό ϰαλοϰηίρι
Μουσϰέψανε τά λόγια πού εἴχανει γεννήσει ἀστρυφεγγιές
Ὅλα τά λόγια πού εἴχανε μοναδιϰό τους προορισμύν Ἐσιένα!
Κατά ποῦ θ’ἁπλώσουμε τά χέρισι μας τώρα πού δέ μᾶς λογαριάζει πιά ὁ ϰαιρός
Κατά ποῦ θ’ ἀφήσουμε τά μάτια μσς τώρα πού οἱ μαϰρινές γραμμές ναυάγησαν στά σύννεφα
Τώρα πού ϰλείσανε τα βλέφαρά σου ἀπάνω στα τοπία μας
Κι εἴμαστε —σάν νά πέρασε μέσα μας ᾑ ὁμίχλη—
Μόνοι ὁλομόναχοι τριγυρισμένοι ἀπ’ τίς νεϰρές εἰϰόνες σου.

Μέ τό μέτωπο στό τζάμι ἀγριηινυῦμε τήν ϰαινούρια ὀδύνη
Δέν εἶναι ὁ θάνατος πού θά μᾶς μίξει ϰάτω μιά πού Ἐσύ ὑπάρχεις
Μιά πού ὑπάρχει ἀλλυῦ ἕνας ἄνεμος γιά νά σέ ζήσει ὁλάϰερη
Νά σέ ντύσει ἀπό ϰοντά ὅπως σέ ντύνει ἀπό μαϰριά ἡ ἐλπίδα μας
Μιά πού ὑπάρχει ἀλλοῦ
Καταράσινη πιδιάδα πέρ ἀπό τό γέλιο σου ὣς τόν ἥλιο
Λέγοντάς του ἐμπωηυαϰά πώς θά ξανασυναντηθυῦμε πάλι
Ὄχι δήν εἶναι ὁ θάνατος πού θ’ ἀντιμετωπίσουμε
Παρά μιά τόση δά σιαγόνα φθινυπωρινῆς βροχῆς
Ἕνα θολό συναίσθημα
Ἡ μυριοδιά τοῦ νοτισμένου χώματος μές στίς ψυχές μας πού ὅσα πᾶν ϰι ἀπομαϰρύνονται

Κι ἂν δεῖν εἶναιτό χέρι σου στό χέρι μας
Κι ἂν δέν εἶναι τό αἷμα μείς στίς φλέβες τῶν ὀνείρων σου
Τό φῶς στόν ἄσπιλιο οὐρανό
Κι ἡ μουσιϰή ἀθήατη μέσα μας ὤ! μελαγχολιϰή
Διαβάτισσα ὅσων μᾶς ϰρατᾶν στόν ϰόσμο ἀϰόμα
Εἶναι ὁ ὑγρός ἀέρας ἡ ὥρα τοῦ φθινοπώρου ὁ χωρισμός
Τό πιϰρό στήηριγμα τοῦ ἀγϰώνα στήν ἀνάμνηση
Πού βγαίνει ὅταν ἡ νύχτα ϰάει νά μᾶς χωρίσῃ ἀπό τό φῶς
Πίσω ἀπό τό τετράγωνο παράθυρο πού βλέπει πρός τή θλίψη
Πού δέ βλέπει τίποτε
Γιατί ἔγινε ϰιύλας μουσιϰή ἀθέατη φλόγα στό τζάϰι χτύπημα τοῦ μεγάλου ρολογιοῦ στόν τοῖχο
Γιατί ἔγινε ϰιόλαας
Ποίημα στίχος μ’ ἄλλον στίχο ἀχός παράλληλος μέ τή βροχή δάϰρυα ϰαί λόγια
Λόγια ὄχι σάν τ’ ἄλλα μά ϰι αὐτά μ’ ἕνα μοναδιϰό τους προορισμόνε: Ἐσιένα!

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Προσανατολισμοί”, Atene, 1940

Casa sul mare – Eugenio Montale

Foto di Antoine de Seigle

 

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Eugenio Montale

da “Meriggi e ombre”, in “Eugenio Montale, Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

Dora Markus – Eugenio Montale

Jacques-Henri Lartigue, Renée Perle

     1

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.

E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!

 2

Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl’irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell’acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.

La sera che si protende
sull’umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d’oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.

La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.

È scritta là. Il sempre verde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino…
Ma è tardi, sempre più tardi.

Eugenio Montale

da “Le occasioni”, Einaudi Editore, 1939