I limoni – Eugenio Montale

Salvo Caramagno, Case e limoni, 2005

 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Eugenio Montale

da “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

Secondi, 82 – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

82

Torniamo alle cose che abbandonammo,
a quelle che ci hanno abbandonato. Teniamo in mano
moltissime chiavi, che non aprono
né porte né cassetti né valigie –
le battiamo l’una sull’altra e sorridiamo
non avendo più nessuno da ingannare
tantomeno noi stessi.

Ghiannis Ritsos

Atene, 1.I.89

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Secondi”, 1988-1989, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Δευτερόλεπτα

. 82 .

Ξαναγυρνᾶμε σ’ αὐτά πού ἐγϰαταλείψαμε,
σ’ ἐϰεῖνα πού μᾶς ἐγϰατέλειῴαν. Στά χέρια μας
ἕνα πλῆθος ϰλειδιά, πού δέν ἀνοίγουν
οὔτε πόρτα οὔτε συρτάρι οὔτε βαλίτσα –
χτυπᾶμε τό ’να στ’ ἄλλο ϰαί χαμογελᾶμε
μήν ἔχοντας πιά νά ξεγελάσουμε ϰανέναν
οὔτε τόν ἰδιο τόν ἑαυτό μοις.

Γιάννης Ρίτσος

                                Ἀθήνα, 1.Ι.89

da “Δευτερόλεπτα”, 1988-1989, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991

Proemio – Ghiorgos Thèmelis

Félix Vallotton, Moonlight, c. 1895, Musée d’Orsay, Paris

(Frammento)

Non canto le navi che ritornano,
le stelle che ricamano girasoli sul cinto dell’estate.
Né le rondini che volano nel cielo,
per prendere il sangue di un’alba e tingerne i fiori…

Di notte sellano i cavalli, di notte passano, all’alba si disperdono,
alla ricerca di uccelli piumati e di donne slanciate,
che brillano sui cuscini quando dormono la notte.

Brillano e sognano un grande amore,
un grande figlio.
Che abbia un sole nei capelli, una luna come specchio.
E l’aquila sul volto a vegliare sul suo sonno.

Ghiorgos Thèmelis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Προοίμιο

(Ἀπόσπασμα)

Δέν τραγουδῶ τούς γυρισμούς τῶν ϰαραβιῶν,
τ’ ἀστέρια πού ϰεντοῦν ἡλιοτρόπια στή ζώνη τοῦ ϰαλοϰαιριοῦ.
Οὔτε τά χελιδόνια πού πᾶν στό ν οὐρανό,
νά πάρουν τό αἷμα μιᾶς αὐγῆς νά βάψουν τά λουλούδια…

Νύχτα σελλώνουν, νύχτα περνοῦν, ϰαί τήν αὐγή σϰορπᾶνε
νᾶβρουν τά πλουμιστά πουλιά ϰαί τίς ψηλές γυναῖϰες,
πού φέγγουν στά προσϰέ φαλοι τή νύχτα πού ϰοιμοῦνται.

Φέγγουνε ϰι ὀνειρεύονται ἕνα μεγάλον ἕρωτα,
ἕνα μεγάλω γιό.
Νᾶχει ἕναν ἥλιο στά μαλλιά, ϰα φρέρτη ἕνα φεγγάρι.
Καί τό ν ἀητό στό πρόσωπο νά τοῦ φυλάει τόν ὕπνο.

Γιώργος Θέμελης

da “Ὠδή γιά νά θυμόμαστε τούς ἥρωες”, 1949

All’amato se stesso… – Vladimir Vladimirovič Majakovskij

 

Quattro.
Pesanti come un colpo.
«A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio».
Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?

S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con l’alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un’amata
uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

Oh, s’io fossi povero!
Come un miliardario!
Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile si annida in essa.
All’orda sfrenata dei miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie.

S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di struggersi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

Oh, s’io fossi
silenzioso
come il tuono,
gemerei,
stringendo con un brivido il decrepito èremo della terra.
Se urlerò a squarciagola
io
con la mia voce immensa,
le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto sulla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
se fossi
appannato
come il sole!
Che bisogno ho io
di abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra!

Passerò,
trascinando il mio enorme amore.
In quale notte
delirante,
malaticcia,
da quali Golia fui concepito,
cosí grande
e cosí inutile?

Vladimir Vladimirovič Majakovskij

1916

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954

∗∗∗

СЕБЕ, ЛЮБИМОМУ, ПОСВЯЩАЕТ ЭТИ СТРОКИ АВТОР

Четыре.
Тяжелые, как удар.
«Кесарево кесарю — богу богово».
А такому,
как я,
ткнуться куда?
Где для меня уготовано логово?

Если б был я
маленький,
как Великий океан,—
на цыпочки б волн встал,
приливом ласкался к луне бы.
Где любимую найти мне,
такую, как и я?
Такая не уместилась бы в крохотное небo!

О, если б я ниш, был!
Как миллиардер!
Что деньги душе?
Ненасытный нор в ней.
Моих же ланий разнузданной орде
Нe  хватит золота всех Калифорний

Если б быть мне косноязычным,
как Дант
или Петрарка!
Душу к одной зажечь!
Стихами велеть истлеть ей!
И олова
и любовь моя —
триумфальная арка:
пышно,
бесследно пройдут сквозь нее
любовницы всех столетий.

О, если б был я
тихий,
как гром,—
ныл бы,
дрожью объял бы земли одряхлевший скит
Я
если всей его мощью
выреву голос огромный —
кометы заломят горящие руки,
бросятся вниз с тоски.

Я бы глаз лучами грыз ночи —
о, если б был я
тусклый,
как солнце!
Очень мне надо
сияньем моим поить
земли отощавшее лонце!

Пройду,
любовищу мою волоча.
В какой ночй,
бредовой,
недужной,
какими Голиафами я зачат —
такой большой
и такой ненужный?

Владимир Владимирович Маяковский

da “Vesènnij salon poetov”, Moscow, 1918

Ardore e silenzio – Piero Bigongiari

Foto da “La jetéé”, di Chris Marker, 1962

 

I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968