I gesti del lavoro – Fabio Pusterla

Mark Seliger, Portrait of Merce Cunningham, 2009

 

E poi talvolta dai gesti opachi del lavoro
scivola fuori il motivo di una danza.

Allora le mani accarezzano l’aria
le braccia diventano i rami di un melo che si aprono
verso la luce, e salutano qualcosa.

E gli altri sono qui, tutti qui insieme:
tutti nel gesto, tutti nel movimento
di una mano che attraversa ere biologiche,
stringe una sabbia lontanissima,
un cacciavite, un martello, un amo, una lama di selce,
la pelle tiepida di un animale scomparso,
un sasso caldo di fuoco,
un sesso vivo.

Allora è grano, semi di cereali, vento
che muove i passi, e canta: sotto i piedi
ci sono le grandi pianure, le pietre bianche
di strade bianche di strade che portano al mare,
feste di stagione.

Allora seguo le oche selvatiche, i branchi di pesci,
so tutti gli odori del bosco, i percorsi dell’acqua,
risalgo la schiena d’erba delle montagne,
le valli del cielo.

Perché talvolta dai poveri gesti del mio lavoro
scivola fuori il motivo di una danza.

Allora non ho più peso, e sono libero
in fondo al mio segreto quotidiano.

E se la luce si fa più lontana
ne custodisco l’assenza.

Fabio Pusterla

da “Corpo stellare”, Milano, Marcos y Marcos, 2010

«La notte, che ci misurò le fronti» – Paul Celan

 

La notte, che ci misurò le fronti, ora divide il fogliame del platano:

il giallo, maturato nel piovere, è mio,
se penso che l’amore è una chiatta,
cosí pesante d’oro e raccolto, che piú nessuno è ai remi,
e ingovernata incrocia davanti la baia degli occhi dispersi;
il cielo le mostra la sua stella
cosí sovente che crede di conoscerti,
e Odisseo non segue nel suo errare.

Il rosso, in mucchio nell’androne del cuore, è tuo:
tu sai chi mi distrugge, se penso ciò che vuole la notte.
Tu sai dove giaccio, per averlo pensato.
Tu ti poni a giacere coi miei pensieri.

Ma quello che resta è il fogliame di nessuno:
conquista per sé il bruno fogliame la sera;
esso sa nostro figlio.

Paul Celan

1949 circa

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

«Die Nacht, die die Stirnen uns maß»

Die Nacht, die die Stirnen uns maß, verteilt nun das Laub der Platane:

das gelbe, im Regen gereifte, ist mein,
wenn ich denk, daß die Liebe ein Kahn ist,
so schwer von Gold und Gewinn, daß niemand ihn rudert,
daß er herrenlos kreuzt vor der Bucht der verschollenen Augen;
dem der Himmel so oft seinen Stern zeigt,
daß er glaubt, dich zu kennen,
und Odysseus nicht folgt auf der Irrfahrt.

Das rote, im Torweg des Herzens gehäufte, ist dein:
du weißt, wer mich schleift, wenn ich denk, was die Nacht will.
Du weißt, wo ich lieg, weil ichs dachte.
Du legst dich zu meinen Gedanken.

Das übrige aber ist niemandes Laub:
es erficht sich, das braune, den Abend;
es erkennt unsern Sohn.

Paul Celan

1949 circa

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1997

«Non ho un bicchiere d’acqua» – Valerio Magrelli

Mayumi Terada, View of Moon and Bottle, 2007

 

Non ho un bicchiere d’acqua
sopra il letto:
ho questo quaderno.
A volte ci segno parole nel buio
e il giorno che segue le trova
deformate dalla luce e mute.
Sono oggetti notturni
posati ad asciugare,
che nel sole s’incrinano
e scoppiano. Restano pezzi sparsi,
povere ceramiche del sonno
che colmano la pagina.
È il cimitero del pensiero
che si raccoglie tra le mie mani.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1989

Rosso – Ted Hughes

 Sylvia Plath and Ted Hughes in Yorkshire, UK, 1956, Ph. Harry Ogden

 

Il rosso era il tuo colore.
Se non il rosso, il bianco. Ma il rosso
era quello di cui ti avvolgevi.
Rosso sangue. Era sangue?
Era ocra rossa, per riscaldare i morti?
Ematite per rendere immortali
le preziose ossa ereditate, le ossa di famiglia.

Quando riuscisti finalmente a fare a modo tuo
la nostra stanza fu rossa. Una camera di giudizio.
Scrigno chiuso per pietre preziose. Il tappeto di sangue
con motivi di oscuramenti, di rapprendimenti.
Le tende – sangue di velluto rubino,
cascate di sangue dal soffitto al pavimento.
I cuscini, lo stesso. Lo stesso
carminio crudo lungo il sedile sotto la finestra.
Una cella pulsante. Altare azteco − tempio.

Solo le librerie sfuggirono nel bianco.

E fuori della finestra
papaveri sottili, rugosi e fragili
come la pelle sul sangue,
salvie, di cui tuo padre ti aveva dato il nome,
come sangue che sprizza ad arco da uno squarcio,
e rose, le ultime gocce del cuore,
catastrofiche, arteriose, condannate.

La tua gonna lunga a ruota di velluto, una fascia di sangue,
un sontuoso bordò.
Le tue labbra un cremisi umido, intenso.
Adoravi il rosso.
Io lo sentivo carne viva − i margini netti come garza
di una ferita che si irrigidisce. Vi toccavo
la vena aperta, il luccichio incrostato.

Tutto quello che dipingevi lo dipingevi di bianco
e poi lo inondavi di rose, lo sconfiggevi,
ti chinavi sopra sgocciolando rose,
piangendo rose, e rose ancora,
poi a volte, tra le rose, un uccellino azzurro.

L’azzurro ti era più benefico. L’azzurro erano ali.
Sete azzurro martin pescatore venute da San Francisco
avvolsero la tua gravidanza
in carezze di crogiolo.
L’azzurro era il tuo spirito benevolo − non un demone predatore
ma elettrizzato, un custode, attento.

Nell’abisso del rosso
ti nascondesti per sfuggire al bianco della clinica d’ossa.

Ma la gemma che perdesti era azzurra.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

Red

Red was your colour.
If not red, then white. But red
Was what you wrapped around you.
Blood-red. Was it blood?
Was it red-ochre, for warming the dead?
Haematite to make immortal
The precious heirloom bones, the family bones.

When you had your way finally
Our room was red. A judgement chamber.
Shut casket for gems. The carpet of blood
Patterned with darkenings, congealments.
The curtains – ruby corduroy blood,
Sheer blood-falls from ceiling to floor.
The cushions the same. The same
Raw carmine along the window-seat.
A throbbing cell. Aztec altar – temple.

Only the bookshelves escaped into whiteness.

And outside the window
Poppies thin and wrinkle-frail
As the skin on blood,
Salvias, that your father named you after,
Like blood lobbing from a gash,
And roses, the heart’s last gouts,
Catastrophic, arterial, doomed.

Your velvet long full skirt, a swathe of blood,
A lavish burgundy.
Your lips a dipped, deep crimson.
You revelled in red.
I felt it raw – like the crisp gauze edges
Of a stiffening wound. I could touch
The open vein in it, the crusted gleam.

Everything you painted you painted white
Then splashed it with roses, defeated it,
Leaned over it, dripping roses,
Weeping roses, and more roses,
Then sometimes, among them, a little bluebird.

Blue was better for you. Blue was wings.
Kingfisher blue silks from San Francisco
Folded your pregnancy
In crucible caresses.
Blue was your kindly spirit – not a ghoul
But electrified, a guardian, thoughtful.

In the pit of red
You hid from the bone-clinic whiteness.

But the jewel you lost was blue.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, London: Faber and Faber, 1998

«Tutta la perfezione» – Cesare Pavese

Cléo de Mérode, ca 1903

     

     Tutta la perfezione
è nel sogno della tua danza, ballerina bruna.
Come l’ignaro slancio primitivo
delle cose piú belle.
     Muovi come un grande sorriso
dolcissimo e vivo,
ma profondo, raccolto
in un’intensità che stordisce
nella spontaneità meravigliosa
dei fiori delle nubi e della gioia
di tutte le cose.
     Anche quando esprimi il dolore
nei movimenti stanchi
e negli occhi assenti,
sempre
il tuo corpo vibrante nel tuo viso
è il grido ignaro,
modulato nel ritmo,
della gioia fremente del tuo sogno.
     O giovanissima
che forse inconsciamente
crei tanto splendore,
io ti seguo cogli occhi, perdutamente,
vivificando nello slancio ignaro
di questa tua vita di sogno,
l’agonia disperata
della mia anima delusa
pazza e stanca di sforzi
anelanti verso l’alto,
devastata d’amore
e di ali rabbiose
contenute e schiacciate
in un buio fremente.
     Un’agonia atroce
come di chi già stremato
debba ancora avanzare.
    E dimentico in te
il mio lento morire.
     Anch’io o giovanissima
ho scelto nella mia vita
di creare per gli uomini il mio sogno
e gettarlo nel mondo.
     Ma è un tremendo dolore
che mi làcera l’anima
lento e febbrile
e me ne lascia in volto
le traccie disperate.
     Io sovente barcollo:
dinanzi alla tua gioia
non sono, o danzatrice,
che una pallida cosa in rovina.
    E un amore segreto
come tutte le cose piú belle
mi distrugge per te.
     E per la mia abbiezione,
per la tua, per tutto il dolore,
talvolta mi soffoca l’anima,
mi accascia nel buio;
ed io non sono piú, non sono piú.
     Ma a tratti mi accende
brividi intensi al cuore
e mi riarde mi soffoca di gioia
il pensiero che sopra tutto il fango,
sopra la morte,
quelle poche parole disperate
ch’escono limpide dal mio dolore,
sono le stesse che tu esprimi,
e non ti conoscerò mai,
nel rapimento ignaro
della verginità del tuo sogno.

Cesare Pavese

[2 gennaio 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998