La gabbia d’oro – Paola Loreto

Foto di René Groebli

 

Le volte che ho seguito con le dita
sazie il profilo di una spalla
che conosco, dove l’osso
sbalza appena alla fine
di un declivio lento.

Le volte che ho sentito quelle dita
cercare l’osso del fianco dove
amavano posare la mano
nella bella stagione.

Non le conto più. Le volte, dico,
che ti ho voluto tanto
da infettarmi il corpo.
Si era riconosciuto, salubre,
in quel tuo passo singolare
e un po’ inclinato.

Paola Loreto

da “L’acero rosso”, Crocetti Editore, 2002

«Non capirsi è terribile…» – Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Foto di Vladimir Mishukov

 

Non capirsi è terribile –
non capirsi e abbracciarsi.
Ma per quanto  strano,
è altrettanto terribile, altrettanto,
capirsi in tutto.

Ci feriamo comunque.
E, segnato da una precoce conoscenza,
l’animo tuo soave
io con l’incomprensione non offenderò
e non ucciderò con la comprensione.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

1956

(Traduzione di Evelina Pascucci)

da “E. Evtušenko, Poesie d’amore”, Newton Compton, 1986

***

Не понимать друг друга страшно –
не понимать и обнимать,
и все же, как это ни странно,
но так же страшно, так же страшно
во всем друг друга понимать.

Тем и другим себя мы раним.
И, наделен познаньем ранним,
я душу нежную твою
не оскорблю непониманьем
и пониманьем не убью.

Евгений Александрович Евтушенко

1956

da “Евгений Александрович Евтушенко, Стихотворения и поэмы: 1952-1964”, Сов. Россия, 1987

Progetto di lode – Gesualdo Bufalino

Mario Tozzi, Donna seduta di schiena, 1926, Museo del Paesaggio, Verbania

 

Tu unica, tu viva, tu acqua
e aria del mio vivere
e veemente complice di morte;
tu mio pugno e stendardo
contro le scure procedure della sorte;
tu mio grano, mio grembo, mio sonno,
fuoco d’inverno che sventi l’obliqua
nube di notte dove abita l’Orsa;
tu unica e viva, tu canto
di grave organo e grido
di lenta carne e fiore e cibo, mia roccia
di paragone e tiepida
tana, mia donna, mia donna, tu unica,
tu viva…

Gesualdo Bufalino

da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1989

Tu non saprai giammai… – Marguerite Yourcenar

Foto di Édouard Boubat

VII.

Tu non saprai giammai che la tua anima viaggia
come in fondo al mio cuore un dolce cuore eletto;
e che niente, né il tempo, né altri amori, né l’età,
mai offuscheranno il fatto che tu sia stata.

Che la bellezza del mondo ha preso il tuo volto,
vive della tua dolcezza, splende della tua chiarità,
e che quel lago pensieroso in fondo al paesaggio
mi ridice soltanto la tua serenità.

Tu non saprai giammai ch’io reggo la tua anima
come una lampada d’oro che mi fa luce mentre cammino;
che un poco della tua voce è passata nel mio canto.

Dolce fiaccola, i tuoi sprazzi, dolce braciere, la tua fiamma
mi insegnano i sentieri che tu hai percorso,
e tu vivrai un poco, perché ti sopravvivo.

Marguerite Yourcenar

1929

(Traduzione di Manrico Murzi)

da “I doni di Alcippe”, Bompiani, 1987

∗∗∗

VII.

Vous ne saurez jamais…

Vous ne saurez jamais que votre âme voyage
Comme au fond de mon coeur un doux coeur adopté;
Et que rien, ni le temps, d’autres amours, ni l’âge,
N’empêcheront jamais que vous ayez été.

Que la beauté du monde a pris votre visage,
Vit de votre douceur, luit de votre clarté,
Et que ce lac pensif au fond du paysage
Me redid seulement votre sérénité.

Vous ne saurez jamais que j’emporte votre âme
Comme une lampe d’or qui m’éclaire en marchant;
Qu’un peu de votre voix est passé dans mon chant.

Doux flambeau, vos rayons, doux brasier, votre flamme,
M’instruisent des sentiers que vous avez suivis,
Et vous vivez un peu puisque je vous survis.

Marguerite Yourcenar

1929

da “Les Charités d’Alcippe”, Paris: Éditions Gallimard, 1984

A Evelina, mia madre – Valentino Zeichen

Julia Margaret Cameron, Ellen Terry, 1864

 

Dove saranno finiti
la veduta marina,
il secchiello e la paletta,
e i granelli di sabbia
che l’istantaneo prodigio
tramutò in attimi fuggenti,
travasandoli dal nulla
in un altro nulla?
Dove sarà finito l’ovale
di mia madre
che fu il suo volto e
che il tempo ha reso medaglia?
Perché non mi sfiora più
con le sue labbra,
dove sarà volato quel soffio
che raffreddava la
mia minestrina?
Dove le impronte di quel
lesto e disordinato
sparire delle cose?
In quale prigione di numeri
è rinchiuso il tempo?
Rispondimi! Dolore sapiente,
autorità senza voce.

Valentino Zeichen

da “D’amore e d’altro”, in “Metafisica tascabile”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997