Portami con te – Attilio Bertolucci

Robert Doisneau, Juliette Binoche au Pont Neuf, 1991

 

Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,

sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.

Attilio Bertolucci

da “Viaggio d’inverno” (1971), in “Attilio Bertolucci, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

«Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Galina Kurlat, Brandon I, 2007

 

Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli,
si arrosseranno sotto fruste e flagelli, bruceranno nel gelo.

Le tue mani infantili alzeranno pesanti ferri da stiro,
alzeranno pesanti ferri da stiro, e legheranno spaghi e fili.

I tuoi teneri piedi cammineranno sul vetro scalzi,
cammineranno sul vetro scalzi, e nella rena fra rosse chiazze…

E io per te brucerò come una candela color pece,
brucerò come una candela, e non oserò dir preghiere.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1934

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tetrapodia anapestica; distici a rime baciate tutte maschili; il secondo emistichio di ogni verso dispari viene ripreso come incipit del verso successivo.
La lirica, secondo Gasparov, «tratteggia il destino della compagna di un condannato o di un giustiziato» (MG, pp. 660-61) – e piú in generale, io direi, di una donna a lui cara e devota, che ha sembianze quasi da figura “cristica” in versione femminile. La sua datazione non è sicura, benché tutte le sue edizioni la diano composta nel 1934, magari nel febbraio di quell’anno. Anche N. Chardžiev – che negli anni Cinquanta ne rintracciò per la prima volta una copia fra le carte di Polina (Lina) Finlkel´štejn (1906-77), vedova del critico letterario Sergej Rudakov (1909-44), già compagno d’esilio di Mandel´štam a Voronež – la riteneva «scritta a Mosca» (BP, p. 299), e dunque nei mesi precedenti il primo arresto del poeta (maggio 1934). Ma, come si vedrà, la sua stesura – perlomeno, quella definitiva – potrebbe risalire alla primavera del ’35.
Nadežda Mandel´štam tendeva a credere che il testo fosse indirizzato a lei – o anche a lei; la prima o principale dedicataria dové essere, invece, la giovane poetessa e traduttrice Marija (Marusja) Petrovych (1908-79), che da parte di Mandel´štam, tra il 1933 e il ’34, fu oggetto di una breve, travolgente infatuazione. Mandel´štam probabilmente descrive la sorte a cui la Petrovych, in quanto sua amica – oltretutto, era fra le persone che conoscevano il suo “epigramma” su Stalin –, rischiava di andare incontro. Un’altra poesia scritta di sicuro per lei nel febbraio del ’34, «Masterica vinovatych vzorov» [«Tu, maestra di colpevoli sguardi»], si chiude con i versi: «Ja stoju u tvërdogo poroga. | Uchodi, ujdi, eščë pobud´» («Sto fermo presso questa dura soglia. | Vai, vattene, rimani ancora un poco»), dove la «soglia» è quella della morte.
v. 4: «spaghi e fili», usati per mettere insieme o assicurare fagotti, ceste da portarsi dietro nei viaggi, nei trasferimenti piú o meno obbligati da un luogo a un altro (o per fare pacchi da spedire a qualcuno che si trovava in prigione, in un campo di lavoro e simili?).
v. 6: «rosse chiazze», lasciate dai propri piedi (o da quelli di altre persone a cui era toccata la stessa sorte?).
v. 7: «di pece» è una libera traduzione dell’aggettivo čërnaja (‘nera’). Di fronte al distico finale della poesia, Nadežda Mandel´štam riconosceva che i due versi forse sono davvero rivolti a una donna diversa da lei, dalla moglie, poiché i sentimenti di «angoscia e dolore» che esprimono li si vuole come tenere nascosti alla «propria donna»; ma suggeriva, fra altro, che potesse trattarsi di «una conseguenza degli interrogatori» subiti da Mandel´štam alla Lubjanka, durante i quali «lo s’impauriva» dicendogli che anche la moglie era in carcere (ŽT, pp. 248-49). In effetti, il secondo emistichio del v. 4 sembra far eco, per esempio, ai vv. 5-6 di «Stiamocene un po’ in cucina assieme». Credo però che abbia ragione È. Gerštejn, quando nell’immagine della «candela color pece» – della «čërnaja svečka» – vede far grumo, cristallizzarsi un senso di colpa e un’ansia di automortificazione che potevano riguardare solo la Petrovych, della quale Mandel´štam alla Lubjanka, in un maldestro tentativo di proteggerla, disse che s’era trascritta l’“epigramma” contro Stalin ma «aveva promesso di bruciare subito la trascrizione» (GM, pp. 432-33). E il poeta riprese a scrivere versi solo nell’aprile del ’35. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Твоим узким плечам под бичами краснеть,»

Твоим узким плечам под бичами краснеть,
Под бичами краснеть, на морозе гореть.

Твоим детским рукам утюги поднимать,
Утюги поднимать да веревки вязать.

Твоим нежным ногам по стеклу босиком,
По стеклу босиком да кровавым песком…

Ну, а мне за тебя черной свечкой гореть,
Черной свечкой гореть да молиться не сметь.

Осип Эмильевич Мандельштам

Февраль› 1934

da “О.Э. Мандельштам, Собрание сочинений в 4 t.”, М.: Арт-Бизнес-Центр, 1994, Т. 3

«La neve era sospesa tra la notte e le strade» – Cristina Campo

 

La neve era sospesa tra la notte e le strade
come il destino tra la mano e il fiore.

In un suono soave
di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
notturna, volto umano!

(Ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

Cristina Campo

da “Passo d’addio”, “All’Insegna del pesce d’oro”, Scheiwiller, Milano, 1956

Chitarra – Nina Nikolaevna Berberova

Foto di Tina Fersino

 

Nell’ora che precede la sera,
nella nebbia di vecchie strade
talvolta ci viene incontro
il suono dimenticato di una chitarra.
Hanno aperto la porta
di una sala da ballo?
O qualcuno alla finestra
bacia una bella donna?

Su questo lastricato
riecheggia come un tempo −
antica nostalgia
di felicità e speranza.
Un altro ora la suona
nell’ora del tramonto,
ma è rimasta quella
che era un tempo.

E tu? Più veloci dell’onda del fiume
sono passati gli anni,
e tu ami come sempre,
sei ancora più fedele,
sei ancora più tenero
che ai primi appuntamenti,
e più tormentoso è il tuo ardore,
più tormentose le tue confessioni.

Nina Nikolaevna Berberova

Parigi, 1926

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Antologia Personale. Poesie 1921-1933”, Passigli Poesia, 2004

∗∗∗

ГИТАРА

В предвечерний час,
В тумане улиц старых
Порой плывет на нас
Забытый звон гитары.
Или открыли дверь
Оттуда, где танцуют?
Или в окне теперь
Красавицу целуют?

Над этой мостовой
Она звенит, как прежде,
Старинною тоской
По счастью и надежде.
Ее поет другой
Теперь в часы заката,
Она осталась той,
Какой была когда-то.

А ты? Прошли года
Речной волны быстрее,
Ты любишь, как всегда,
Ты стал еще вернее,
Ты стал еще нежней,
Чем в первые свиданья,
Твой жар мучительней,
Мучительней признанья

Нина Николаевна Берберова

1926

da “Стихи, 1921-1983”, New York: Russica Publishers, 1984

«Non dedicarmi troppo tempo» – Bella Achatovna Achmadulina

Ralph Gibson, Untitled, Dejavu, 1972

 

Non dedicarmi troppo tempo,
non pormi tante domande.
Non sfiorare la mia mano
con i tuoi occhi buoni, fedeli.

Non seguirmi in primavera
lungo le pozzanghere.
Lo so: una volta ancora, nulla
verrà fuori da questo incontro.

Forse pensi: è per superbia
che non mi vuole amico.
Non la superbia – l’amarezza
tiene così alta la mia testa.

Bella Achatovna Achmadulina

1957

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Lo giuro”, Interlinea Edizioni, Novara, 2008

∗∗∗

Не уделяй мне много времени,
вопросов мне не задавай.
Глазами добрыми и верными
руки моей не задевай.

Не проходи весной по лужицам,
по следу следа моего.
Я знаю — снова не получится
из этой встречи ничего.

Ты думаешь, что я из гордости
хожу, с тобою не дружу?
Я не из гордости — из горести
так прямо голову держу.

Бе́лла Аха́товна Ахмаду́лина

1957

da “Озноб: избранные произведения”, Посев, 1968