Se dite che i versi sono anche canto – Jaroslav Seifert

Foto di Francesco Jappelli

 

Se dite che i versi sono anche canto
– e si dice –,
tutta la vita ho cantato.
E ho camminato con quelli che nulla avevano,
né luogo né fuoco.
Ero uno di loro.

Ne ho cantato il dolore,
             la fede, la speranza,
con loro ho vissuto
ciò che vissero. Angoscia,
debolezza, paura e coraggio,
e la tristezza della miseria.
E il loro sangue, quando scorreva,
spruzzava me.

Ne è scorso sempre abbastanza
in questo paese di dolci fiumi, erbe, farfalle,
e donne appassionate.
Anche le donne ho cantato.
Accecato dall’amore,
             nella vita ho brancolato,
inciampando in un fiore perduto
o gradino d’antica cattedrale.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La colata delle campane”, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

Říkáte-li veršům také zpěv

Říkáte-li veršům také zpěv
– a to se říkává –,
zpíval jsem celý svůj život.
A šel jsem s těmi, kdo neměli nic
a žili z ruky do huby.
Byl jsem jeden z nich.

Zpíval jsem jejich bolest,
               jejich víru, naději
a žil jsem s nimi vše,
co žili oni. I úzkost,
slabost, strach a odvahu
i smutek bídy.
A jejich krev, když tekla,
stříkala na mne.

Vždycky jí teklo dost
v té zemi sladkých řek, trav, motýlů
a náruživých žen.
I o ženách jsem zpíval.
Oslepený láskou
            potácel jsem se v životě,
zakopávaje o ztracený květ
či o schod katedrály.

Jaroslav Seifert

da “Odlévání zvonů”, Československý spisovatel, 1967

Vedo dal buio… – Antonella Anedda

Foto di Katia Chausheva

I

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo – al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999

Qualche nota sul tradurre poesia – Diego Valeri

Tradurre poesia vuol dire trasportare d’una in altra lingua quella sensibilissima e fragilissima cosa ch’è la parola poetica; ossia trasformarla, darle una differente forma fisica, senza però alterarne la forma spirituale: s’intenda quel valore essenziale di poesia che l’ha originariamente determinata, e la giustifica, e quasi la santifica, al cospetto degli uomini. Un lavoro che presuppone, come tutti vedono, la soluzione di un problema difficilissimo, anzi, sostanzialmente, insolubile.

Che il problema del tradurre poesia in poesia non possa trovare una soluzione integrale, lo vide, e lo disse chiaramente, fin dai suoi tempi lontani, il piú grande poeta che sia mai stato, Dante Alighieri. Ecco alcune righe del suo Convivio, 1° libro, capitolo 7: « Sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare, senza rompere tutta sua dolcezza e armonia. » (Noterò, tra parentesi, che la locuzione « per legame musaico armonizzata » è un verso, un endecasillabo involontario; dunque una cosa armonizzata per legame musaico…) « E questa è la cagione — proseguiva Dante — per che Omero non si mutò di greco in latino… » (Infatti, una traduzione dei poemi di Omero non esisteva al tempo di Dante. Il Poliziano, « l’omerico giovinetto » della Firenze laurenziana, era di là da venire; assai lontano ancora, nel futuro.)

Oggi, dopo Croce, non c’è chi non pensi e non sappia che tradurre poesia in poesia non si può. E tuttavia il genere “traduzione poetica” fiorisce come non mai. Ci si son provati, e ci si provano, dotti filologi, poeti provetti, e perfino filosofi profondi; come, appunto, Benedetto Croce. Il quale, dopo aver dimostrato da par suo che ogni e qualunque traduzione è, a rigore, impossibile, si lasciò tentare da Goethe, e ci diede delle traduzioni di liriche goethiane, delle quali è giocoforza dire che sono, manifestamente, antiliriche, cioè impoetiche. Come si spiega che un uomo (un grande uomo) sistematico e coerente qual egli fu sul terreno teoretico, e tanto poco poeta, si sia cosí flagrantemente contradetto sul terreno pratico? La spiegazione ce l’ha data lui stesso, affermando che la traduzione poetica è un atto d’amore (piú o meno corrisposto, aggiungiamo noi), e, come tale, non ha nessun debito verso la logica; è, almeno in parte, almeno in origine, un fatto irrazionale.

Questa, in verità, è la sola spiegazione, se non giustificazione, da accettare nei riguardi di lui, Croce, e da proporre nei riguardi di chiunque si metta a quel cimento. Tradurre non si può, ma, intanto, per impulso d’amore, ossia per desiderio di possedere intimamente un’opera di poesia che amiamo, si traduce, si tenta di tradurre.

* Dunque: trasportare dalla lingua nativa in altra lingua l’incanto particolare di una poesia, di una strofa, di un verso, oggi, al lume della nuova coscienza estetica, appare impresa nettamente impossibile, dato che quell’incanto lo sappiamo affidato al movimento ritmico, al gioco degli accenti piú e men forti, alle pause di varia durata tra parola e parola, all’impasto dei fonemi, all’incidenza di una dieresi, alla suggestione musicale di una rima, al trascorrere di un verso nell’altro per mezzo di un enjambement, e via dicendo: tutte condizioni che, mutando la lingua, non possono non mutare e perciò cadere.

C’è chi pensa di risolvere il problema per la via dell’umiltà, adottando la traduzione in prosa. Ma non sarebbe difficile dimostrare che, in tal caso, umiliato, non sarà tanto il traduttore quanto l’autore. È vero che qui bisogna fare una distinzione: la poesia epica, o comunque narrativa, può sopravvivere, in qualche modo e misura, anche alla propria dimissione in prosa (in una prosa, s’intenda, un po’ sostenuta e cantante, assai discosta dall’uso quotidiano); ma la lirica, piú o meno pura che sia, come potrebbe salvarsi, rinunciando proprio a quelli che sono gli elementi costitutivi del canto?

Donec gratus eram tibi

nec quisquam potior bracchia candidae

cervici iuvenis dabat,

Persarum vigui rege beatior…

«Fin tanto che ti fui caro, e nessun giovane, piú di me a te caro, ti cingeva con le braccia il candido collo, io vissi piú felice del re dei Persi… »

Che cosa resta, in questa versione in prosa, della bellezza, nitida e discretamente commossa, dell’originale oraziano? Resta il pensiero; il quale, superfluo rilevarlo, non ha nulla di peregrino. Ma quella sottile malinconia, quell’accorata invidia del rivale fortunato, quella nostalgia di felicità che si appunta nella visione di una candida nuca: tutto ciò è andato perduto, insieme col suono delle parole e col ritmo del verso. Traduzione letterale = traduzione cadaverica, disse una volta il Foscolo.

Pensiamo anche di trasportare in prosa d’altra lingua un endecasillabo del Leopardi: « Dolce e chiara è la notte e senza vento » ; pensiamo di tradurlo, per esempio, in francese : « La nuit est douce et claire, et il n’y a pas de vent ». Addio poesia, abbiamo tra le mani, su per giú, una notizia di bollettino meteorologico.

Potremmo ripetere l’esperimento su un verso, di non importa qual poeta, nostro o straniero, antico o moderno, che primo ci venga alla mente. La conclusione sarebbe sempre la stessa: un poeta, un lirico, non può essere tradotto in prosa.

Bisognerà allora tradurlo in versi, costi quel che costi, vuoi al poeta vuoi al traduttore. (Parentesi: spesso la poesia odierna si mostra insofferente d’ogni legge metrica, si attua nel cosí detto verso libero. Ma non c’è da ingannarsi: se poesia è, le sue condizioni, i suoi valori saran sempre quelli detti piú su; e il verso stesso, libero quanto si voglia, sarà pur sempre un verso).

Dunque tradurre in versi. Una traduzione in versi potrà riprodurre almeno l’andamento ritmico del testo originale, nella varia misura dei versi, e, ove occorra, nella disposizione strofica delle rime. Sarà già qualche cosa; ma il traduttore non avrà fatto nulla se non potrà in pari tempo assumere il tono intimo della lirica e rendere un’eco di quella musica profonda.

Qui, com’è evidente, non tanto si tratta di abilità tecnica (requisito indispensabile e quasi sottinteso di ogni buon traduttore), quanto di sensibilità poetica: di una sensibilità che si accordi con quella del poeta primo, o per naturale simpatia o anche, se ben vedo, per attrazione del diverso.

È chiaro, ad ogni modo, che il virtuosismo non dovrà apparire (tanto meno la fatica, lo stento); chiaro che l’esercizio del tradur poesia è, alla fine, un esercizio di poesia; che la buona traduzione ha da essere, come dicono i Tedeschi, una Nachdichtung: una ri-poesia, o trans-poesia.

L’esempio dei Tedeschi, favoriti dalla loro stessa lingua, ricchissima di parole composte o componibili, e incline per natura alle inversioni sintattiche, appare, meglio di ogni altro, probante: si può dire infatti che non c’è grande o notevole poeta tedesco il quale non sia stato anche un grande o notevole traduttore di poeti stranieri. Piú arduo, certamente, il compito del traduttore italiano, che ha da piegare ai suoi fini, e senza che lo sforzo si avverta, una lingua elaborata e definitivamente fissata nella sua morfologia e nelle sue articolazioni sintattiche da sette secoli d’ininterrotto travaglio letterario; sette secoli, dico, per non tener conto della tradizione latina, sempre presente e attiva, si veda o non si veda, nel nostro scrivere e particolarmente nel nostro poetare.

* Ogni traduzione, sia di poesia, sia di prosa (prosa, beninteso, di qualità letteraria, cioè artistica), impone a chi vi si sobbarca una quantità di accomodamenti e di compromessi che sembrano contrastare al dono e al gusto nativo dello scrivere. Ma in ciò appunto consiste l’arte del traduttore: nell’accettare, e perfino cercare, a ogni passo, quei tali accomodamenti e compromessi, senza per questo rinunciare alla propria natura e integrità di scrittore. Scrittore deve essere, e deve restare; e, se traduce poesia, poeta.

Senonché gli accomodamenti e i compromessi con la poesia riescono anche piú ardui e perigliosi di quelli che si impongono (volente o nolente il traduttore) nelle traduzioni prosastiche. Già le stesse parole “accomodamento” e “compromesso” sono in stridente contrasto con ciò che significa la parola “poesia”: linguaggio dell’assoluta libertà e verità. E tuttavia il traduttore-poeta deve piegarsi docilmente a tutti gli obblighi, a tutte le servitú, ed anche a tutte le astuzie, che la sua dannata impresa comporta; obbedendo in pari tempo (hic Rhodus) alla propria, se si può dire, ispirazione. Dev’essere candido come la colomba e astuto come il serpente. Deve lavorare secondo il cuor suo e, al tempo stesso, secondo il cuore dell’altro; lasciar correre la propria mano sulla carta, e lasciarsi anche guidare dalla mano dell’altro. Un gioco complicato e, come non occorre dimostrare, avventurosissimo.

Infatti, e in ultima analisi, le buone traduzioni poetiche sono condizionate a una certa chance del poeta-traduttore, a una certa sua felicità momentanea, per cui tutte le difficoltà improvvisamente gli si appianano, e gli si apre la via a un rifacimento, a una libera ricreazione di quello ch’è stato, da altro poeta, in altra lingua, poetato.

Di qui viene che le traduzioni tentate invito Apolline, anche da letterati di alta classe, falliscono in pieno, son già fallite in partenza. E viene pure che, talvolta, la traduzione superi in bellezza poetica il testo tradotto. Il quale, in tal caso, piuttosto che un testo è un pretesto. Si pensi alla bellissima Imitazione del Leopardi:

Lungi dal proprio ramo,

Povera foglia frale,

Ove vai tu?

e la si confronti con la modestissima poesia dell’Arnault da cui deriva:

De ta tige détachée

Pauvre feuille desséchée,

Oú vas-tu?

Diego Valeri, da “Lirici tedeschi”, ”Lo Specchio” Mondadori, 1959

 

L’anima in attesa – Edith Södergran

Constant Puyo, Im Schilf, 1903

 

Sono sola tra gli alberi al lago,
vivo in amicizia con i vecchi abeti a riva
e in segreta intesa con tutti i giovani sorbi.
Sola, sto distesa ad aspettare,
non ho visto passare nessuno.
Grandi fiori mi guardano dall’alto di
lunghi steli,
pungenti rampicanti mi strisciano sul grembo,
ho un solo nome per tutto, ed è amore.

Edith Södergran

(Traduzione di Piero Pollesello)

dalla rivista “Poesia”, Anno X, Aprile 1997, N. 105, Crocetti Editore

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Den väntande själen

Jag är allena bland träden vid sjön,
jag lever i vänskap med strandens gamla granar
och i hemligt samförstånd med alla unga rönnar.
Allena ligger jag och väntar,
ingen människa har jag sett gå förbi.
Stora blommor blicka ned på mig från höga stjälkar,
bittra slingerväxter krypa i min famn,
jag har ett enda namn för allt, och det är kärlek.

Edith Södergran

da “Dikter”, Holger Schildts Förlag, Borgå, 1916

Ciò che resta – Mark Strand

 

for Bill and Sandy Bailey

Mi svuoto dei nomi degli altri. Mi svuoto le tasche.
Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada.
Di notte metto indietro gli orologi;
apro l’album di famiglia e mi guardo bambino.

A che giova? Le ore hanno fatto il loro dovere.
Dico il mio nome. Dico addio.
Le parole si inseguono nel vento.
Amo mia moglie ma la ripudio.

I miei genitori si alzano dai troni
nelle stanze lattee delle nubi. Come posso cantare?
Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e sono lo stesso.
Mi svuoto della mia vita e resta la mia vita.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

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The Remains

for Bill and Sandy Bailey

I empty myself of the names of others. I empty my pockets.
I empty my shoes and leave them beside the road.
At night I turn back the clocks;
I open the family album and look at myself as a boy.

What good does it do? The hours have done their job.
I say my own name. I say goodbye.
The words follow each other downwind.
I love my wife but send her away.

My parents rise out of their thrones
into the milky rooms of clouds. How can I sing?
Time tells me what I am. I change and I am the same.
I empty myself of my life and my life remains.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970