Illuminismo – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

 

La poesia è l’infanzia della civiltà,
secondo i filosofi dell’Illuminismo
e secondo il nostro professore di polacco, alto, magro
come un punto esclamativo che avesse perso la fede.

Non sapevo, allora, cosa rispondere,
io stesso ero allora un po’ bambino,
ma mi sembra che volessi trovare

nella singola poesia sapienza (senza rinuncia)
e anche una certa serena follia.
Trovai, molto dopo, un attimo di gioia
e l’oscura felicità della malinconia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “La vera vita, 2019”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

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Oświecenie

Poezja to dzieciństwo cywilizacji,
mówili filozofowie Oświecenia
oraz nasz profesor od polskiego, wysoki, chudy
jak wykrzyknik, który stracił wiarę.

Nie wiedziałem wtedy, co odpowiedzieć,
sam byłem jeszcze trochę dzieckiem,
ale wydaje mi się, że chciałem w wierszu

znaleźć mądrość (bez rezygnacji)
i także pewien rodzaj spokojnego szaleństwa.
Znalazłem, dużo później, chwilę radości
i ciemne szczęście melancholii.

Adam Zagajewski

da “Prawdziwe życie”, Wydawnictwo a5, 2019

La carta – Pierluigi Cappello

 

Resta la carta mentre mi dileguo
specchio di me ma che non è me stesso
rimedio oppure tedio quando intesso
trame di me scrivendomi e m’inseguo

Pierluigi Cappello

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

Odette R… – Rainer Maria Rilke

Leonid Pasternak, Rainer Maria Rilke a Mosca. Collezione privata.

 

78.

Le lacrime, le piú profonde, salgono!

Oh, allorché una vita è ascesa fino in cima
e dalle nuvole del proprio affanno
ricade: noi chiamiamo morte questa pioggia.
Ma piú sensibile si fa a noi poveri, per questo, l’oscuro –,
piú prezioso, a noi ricchi, il regno strano della terra.

Rainer Maria Rilke

Muzot, 21 dicembre 1922

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

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78.

Odette R…

Tränen, die innigsten, steigen!

O wenn ein Leben
völlig stieg und aus Wolken des eigenen Herzleids
niederfällt: so nennen wir Tod diesen Regen.
Aber fühlbarer wird darüber, uns Armen, das dunkle, –
köstlicher wird, uns Reichen, darüber das seltsame Erdreich.

Rainer Maria Rilke

da “Verstreuten und nachgelassene Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, a cura di Ernst Zinn, Frankfurt am Main, 1955 sgg.

È l’amore – Piero Bigongiari

Foto di Remo Daut

 

Sono il mittente, il latore, o chi,
ricevuto il messaggio, non sa aprirlo
o non osa, e rigira tra le mani
il plico oscuro, (forse il suo domani?).
Ho viaggiato seguendo anch’io la rotta
del sole nella immaginaria grotta
del cielo, non foss’altro per udire
lo sciacquío del Pacifico su coste
friabili…

                            E forse ho creduto
che dinanzi ai miei occhi quasi inabili
lo stesso e il diverso coincidessero.
Dovevo trovare qualcuno, e
non ho fatto che una serie di frecce
indicanti che più in là, forse più in là…

Forse più in là ritroverai la dimora,
la sconosciuta per eccellenza,
la tua di cui non puoi fare senza,
anima, che se qualcuno la sorveglia,
se il tuo essere non è ancora un’essenza.

Smuovi ancora una volta la nidiata
dei fanciulli assiepati sulla soglia.
Entra. O chi entra con te, per te?
Lì troverai chi non può rispondere
a te, forse all’altro. Lì vedrai
l’inutile messaggio necessario
volatilizzarsi nelle tue mani.

Se devi essere dove non puoi essere.
Ma il raggiro è lento, compensato.
Se uno è stato dove non è stato.
È l’amore che ronza come un’ape
vicino al fiore. Il polline è incantato.

Ma il salvatore non si è salvato.

Piero Bigongiari

15 aprile 1991

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Ho veduto solo una volta – Jaroslav Seifert

Ferdinand du Puigaudeau, Sailboats at Sea, Evening

 

Ho veduto solo una volta
un sole cosí insanguinato.
               E poi mai piú.
Scendeva funesto sull’orizzonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno.
Ho domandato alla spècola
e ora so il perché.

L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
               Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia null’altro
che un sorriso
             atteso per lungo tempo,
e labbra
              che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare velocemente
quell’inferno.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La colata delle campane” (1967), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

Jen jednou jsem spatřil

Jen jednou jsem spatřil
slunce tak krvavé.
               A pak již nikdy.
Zlověstně padalo k obzoru
a zdálo se,
že někdo rozkopl dveře pekla.
Ptal jsem se na hvězdárně
a vím už proč.

Peklo známe, je všude
a chodí po dvou.
               Ale ráj?
Možná, že ráj není nic jiného
než úsměv,
              na který jsme dlouho čekali,
a ústa,
             která zašeptají naše jméno.
A pak ta krátká závratná chvíle,
kdy smíme rychle zapomenout
na to peklo.

Jaroslav Seifert

da “Odlévání zvonů”, Československý spisovatel, 1967