Fummo l’erba – Alfonso Gatto

Federico Patellani, Milano, 1943

 

Certo, certo, la gloria ch’ebbe un fuoco
di gioventù rimesta tra le ceneri
il suo tizzo orgoglioso, ma noi teneri
di noi non fummo, né prendemmo a gioco

la vita come un’ultima scommessa.
Noi, di quegli anni facili, all’azzardo
delle fiorite preferimmo il cardo
selvatico, le spine. Dalla ressa

del giubilo scampati al nostro intento
d’essere sole e pietra, nelle mani
segnammo la tenacia del domani
da scavare nel tempo. Nello stento

d’essere soli per vederci insieme
nell’eguale costrutto, fummo l’erba
che alla pietra nutrita si riserba
il suo cespo bruciato. Dalle estreme

radici, nell’impervio ogni parola
salì di quanto a trattenerla c’era
l’ansia d’averla pura, seria, vera
nel segno da rimuovere la sola

vergogna d’esser detta.

Salvammo nell’asciutto, dagli inviti
della corrente, il carcere incantato,
la nostra sete che ci tenne uniti.
Per un grido da rompere, il creato

ancora è il suo costrutto ove s’ostina
l’asino, il cardo, il segno della spina.

Alfonso Gatto

da “La storia delle vittime. Poesie della resistenza”, Mondadori, Milano, 1966

Non mio – Czesław Miłosz

Foto di Weegee

 

Fingere tutta la vita che il loro sia il mio mondo,
e sapere quanto infamante sia tale finzione.
E tuttavia che fare? Se mi mettessi a urlare
e a profetare, nessuno sentirebbe.
Non a questo servono i loro microfoni, gli schermi.
Altri simili a me vagano per le strade
e parlano da soli. Dormono al parco, sopra una panchina,
o nei sottopassaggi, sull’asfalto. Troppo poche le carceri
per rinchiudervi tutti i poveri del mondo.
Sorrido e taccio. Ormai sono al sicuro.
Sedermi a un tavolo di eletti – questo mi riesce bene.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Andrea Ceccherelli)

 da “Il cagnolino lungo la strada”, Adelphi, 2002

∗∗∗

Nie mój

Całe życie udawać, że mój ten ich świat,
I wiedzieć, że hańbiące takie udawanie.
Ale co mogę zrobić? Gdybym wrzasnął
I zaczął prorokować, nikt by nie usłyszał.
Nie na to ich ekrany, mikrofony.
Tacy jak ja błądzą ulicami
I mówią do siebie. Śpią na ławkach w parku,
W pasażach na asfalcie. Bo więzień za mało,
Żeby pozamykać wszystkich ubogich.
Uśmiecham się i milczę. Mnie już nie dopadną.
Do stołu z wybranymi zasiadać – to umiem.

Czesław Miłosz

da “Piesek przydrożny”, Krakow: Znak, 1997

Traducendo Brecht – Franco Fortini

Foto di Hengki Koentjoro

 

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi piú, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere piú di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini

da “Una volta per sempre”, Poesie 1938-1973, Einaudi, Torino, 1978

Le più fresche ore – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

Le più fresche ore del mattino; quando ancora
non scrivi (non ci provi), leggi soltanto, pigro.
Tutto è immobile, quieto, pieno, come fosse
un regalo offerto dalla musa della lentezza,
come un tempo, nell’infanzia, in vacanza, quando a lungo
si studiava la mappa colorata dell’escursione, mappa
che prometteva così tanto, o in quell’attimo
prima di dormire, prima dei sogni, quando si avverte
già il loro arrivare dal mondo, la loro marcia, il loro
pellegrinaggio e vegliare al capezzale del malato
(malato di veglia) e rivivere in mezzo a figure medievali

contratte in eterna paralisi sulla cattedrale;
le più fresche ore del mattino, silenzio
                                                                      – ancora non scrivi,
ancora capisci così tanto.
                                              Si avvicina la gioia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Le antenne, 2005”, in “Guarire dal silenzio: Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Wczesne godziny

Wcze­sne go­dzi­ny przed­po­łu­dnia; jesz­cze nie pi­szesz
(nie pró­bu­jesz pi­sać, ra­czej), tyl­ko le­ni­wie czy­tasz.
Wszyst­ko jest nie­ru­cho­me, spo­koj­ne, peł­ne, tak
jak­by to był pre­zent ofia­ro­wa­ny przez muzę po­wol­no­ści,

jak daw­niej, w dzie­ciń­stwie, na wa­ka­cjach, kie­dy dłu­go
stu­dio­wa­ło się ko­lo­ro­wa mapę przed wy­ciecz­ką, mapę,
któ­ra obie­cy­wa­ła tak wie­le, głę­bo­kie sta­wy w le­sie
jak świe­cą­ce oczy mo­ty­li, gór­skie łąki to­ną­ce w ostrej tra­wie;

albo mo­ment przed za­śnię­ciem, kie­dy jesz­cze nie ma snów,
ale już wy­czu­wa się ich nad­cho­dze­nie z róż­nych stron świa­ta,
ich marsz, piel­grzym­kę, ich czu­wa­nie przy łożu cho­re­go
(cho­re­go na jawę), i oży­wie­nie wśród śre­dnio­wiecz­nych fi­gur

skur­czo­nych w wiecz­nym bez­ru­chu nad ka­te­drą;
wcze­sne go­dzi­ny przed­po­łu­dnia, ci­sza
                                                                 – jesz­cze nie pi­szesz,
jesz­cze ro­zu­miesz tak wie­le.
                                                Zbli­ża się ra­dość.

Adam Zagajewski

da “Anteny”, Krakow: Wydawnictwo a5, 2005

«Ricevo da te questa tazza» – Valerio Magrelli

E la crepa nella tazza apre
un sentiero alla terra dei morti
                                        W. H. Auden
… come quando una crepa
attraversa una tazza
                                  R. M. Rilke

Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.

Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante, simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il paesaggio sonoro,
di smalto.

Valerio Magrelli

da “Clecsografie”, in “Valerio Magrelli, Nature e venature”, Mondadori, 1987