Tanto aprile in ottobre – Jorge Riechmann

Mikael Jansson, Maggie Rizer

«Quando alla casa del linguaggio vola via il tetto e le parole non guariscono, io parlo»
                                                    Alejandra Pizarnik
1

Tanto dolore scritto in questo corpo.
Tanta luce annegata in questi occhi chiari.
La rosa è senza fine perché
                                                  – lo sapevi.
Il dolore non ha mai uno scopo.

2

All’ospedale il tempo è un altro tempo.
Segue regole distinte:
latte caldo alle quattro e alle undici,
colazione alle nove,
tante medicine in vasetti di plastica,
misurare la pressione al mattino e alla sera,
visita dei dottori più o meno alle dieci,
il pranzo all’una, così presto…
Ciò che svanisce è l’impazienza.
La camera è un vagone ferroviario
e il treno non sarà a destinazione
prima di tre settimane.
Un visitatore ha osservato
che Madrid vista da questo decimo piano
è un olio di Antonio López.

3

Dopo il mitoxantrone
orini azzurro.
Vicino agonizza un giovane
al quale hanno segato la gamba fino all’anca:
amputata pesava trentacinque chili,
più che il resto del suo corpo adesso.
Un mesmerizzatore lo ipnotizza
perché non voglia morire
però muore.
Tu orini un azzurro
contiguo a quell’agonia.

4

Queste malattie si portano via molte cose.
Ciò che rimane
provo a chiamarlo essenziale.
Per esempio: sei viva. Ti amo.

5

Il caffellatte costa ottanta pesetas.
Il succo d’arancia naturale, duecento.
Un litro e mezzo d’acqua
minerale costa centoventicinque.
La cura – che paga
il Servizio Sanitario Nazionale – da sei a otto milioni.

6

A volte ho pensato ch’eri già morta
e io vivevo una vita senza te,
forse con un’altra donna.

La libertà di un dolore.
M’immagino a rileggere i tuoi quaderni
scritti con quella grafia che giudicavi così brutta.

E allora capisco che quella vita
è un pozzo secco che in realtà non immagino
e non avrebbe a che vedere niente con me,
niente.

7

In piedi dietro di te
ti cingo la vita con le braccia
mentre ti pieghi per lavarti il viso
(questa mattina sei svenuta
e sei tornata in te con un minuto di terrore
sulla lingua).
Ti sostengo perché tu non cada,
la mia carne stretta alla tua carne.

Mentre stiamo così
penso a quante volte siamo stati così
ma la mia carne dentro la tua carne
ma la tua carne avvolgendo la mia carne.

E d’un tratto sei tu che mi sostieni
perché io non cada.

8

Sogni
che bruciano un cavallo da dentro

e il giorno dopo inizia la febbre.

9

Il tonico per il viso e la crema idratante
anche con trentanove gradi.
Anche quando questo rappresenta più lavoro
di quello del giorno in cui più hai lavorato in vita tua.
Tutto questo lavoro
per salvare la freschezza della pelle

salvare la vita e il mondo
che oggi dipendono dalla freschezza della pelle.

10

Un arcipelago di piccole stelle di sangue
sulle cosce.
Hai solo dodicimila piastrine oggi.
Han battezzato le tue stelline petecchie.

11

Sei sacra
La tua orina puzza
sei sacra
Ti cadono i bei capelli neri
sei sacra
Le gambe non ti sostengono
sei sacra
Le ferite non cicatrizzano
sei sacra
Senza morfina non sopporti le piaghe della bocca
sei sacra
sei sacra
e per questo domani scende la febbre
scende la febbre azzurra
inizia il giorno della tua restituzione.

12

È passata, è passata, e restano soltanto
i ragazzini che cavalcano le loro mountain-bikes nello spiazzo
– oltre il parcheggio, così piccoli
dal decimo piano –
e quella goccia di sangue sulle stoviglie di plastica.

Jorge Riechmann

(Traduzione di Stefano Bernardinelli)

da “Amo il tuo corpo imperfetto”, Edizioni Medusa, 2013

***

Tanto abril en octubre

«Cuando a la casa del lenguaje se le vuela el tejado y las palabras no guarecen, yo hablo»
                                                    Alejandra Pizarnik
1

Tanto dolor escrito en este cuerpo.
Tanta luz anegada en estos ojos claros.
La rosa es sin porqué
                                        – ya lo sabías.
El dolor nunca tiene para qué.

2

En el hospital el tiempo es otro tiempo.
Sigue pautas distintas:
leche caliente a las cuatro y a las once,
desayuno a las nueve,
tantos medicamentos en vasitos de plástico,
tomar la tensión por la mañana y por la noche,
visita de los médicos a las diez más o menos,
la comida a la una, tan temprano…
Lo que desaparece es la impaciencia.
La habitación es un vagón de ferrocarril
y el tren no va a llegar a su destino
antes de tres semanas.
Una visita ha observado
que el Madrid que se ve desde este piso décimo
es un óleo de Antonio López.

3

Después de la mitoxantrona
orinas azul.
Cerca agoniza un muchacho
a quien han serrado la pierna en la cadera:
cercenada pesaba treinta y cinco kilos,
más peso que el resto de su cuerpo ahora.
Un mesmerizador lo hipnotiza
para que no quiera morir
aunque se muere.
Tú orinas un azul
contiguo a esa agonía.

4

Estas enfermedades se llevan muchas cosas.
Lo que queda
me atrevo a llamarlo esencial.
Por ejemplo: estás viva. Te amo.

5

El café con leche cuesta ochenta pesetas.
El zumo de naranja natural, doscientas.
Un litro y medio de agua
mineral cuesta ciento veinticinco.
El tratamiento – que paga
la Seguridad Social – de seis a ocho millones.

6

A veces he pensado que ya estabas muerta
y yo vivía alguna vida sin ti,
quizá con otra mujer.
La libertad de un duelo.
Me imagino releyendo los cuadernos de tu mano
escritos con esa letra que tú juzgabas tan fea.

Entonces me doy cuenta de que esa vida
es un pozo seco que en realidad no imagino
y no tendría que ver conmigo nada,
nada.

7

De pie detrás de ti
te rodeo la cintura con los brazos
mientras te inclinas para lavarte la cara
(esta mañana te desvaneciste
y volviste luego con un minuto de terror
sobre la lengua).
Te sostengo para que no caigas,
mi carne junto a tu carne.

Mientras estamos así
pienso en todas las veces que estuvimos así
pero mi carne dentro de tu carne
pero tu carne envolviendo mi carne.

Y de repente eres tú quien me estás sosteniendo
para que yo no caiga.

8

Sueñas
que queman por dentro a un caballo

y al día siguiente empieza la fiebre.

9

El tónico facial y la crema hidratante
hasta con treinta y nueve grados.
Hasta cuando eso representa más trabajo
que el de la jornada en que más hayas trabajado en tu vida.
Todo ese trabajo
para salvar la tersura de la piel

salvar la vida y el mundo
que hoy dependen de la tersura de la piel.

10

Un archipiélago de pequeñas estrellas de sangre
sobre los muslos.
Tienes sólo doce mil plaquetas hoy.
Han bautizado a tus estrellitas petequias.

11

Eres sagrada
Tu orina huele mal
eres sagrada
Se te cae el hermoso pelo negro
eres sagrada
Las piernas no te sostienen
eres sagrada
Las heridas no cicatrizan
eres sagrada
Sin morfina no aguantas las llagas de la boca
eres sagrada
eres sagrada
y por eso mañana baja la fiebre
baja la fiebre azul
empieza el día de tu restitución.

12

Ya pasó, ya pasó, y sólo quedan
los chiquillos jineteando sus mountain-bikes en el baldío
– más allá del aparcamiento, diminutos
desde la planta décima –
y esa gota de sangre sobre los cubiertos de plástico.

Jorge Riechmann

da “Tanto abril en octubre”, Madrid: Hiperión, 1995

La quinta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Alexey Titarenko, dalla serie City of shadows

     

     Ma di’, chi sono quei randagi eterni,
quei fuggitivi un poco piú di noi,
che assilla e torce — e non si sa perché —
sin dall’infanzia prima,
un volere implacabile e tremendo?
E li torce, li piega, li avvinciglia,
li squassa, li proietta e li riprende.
Come da un’aria lúbrica, oleosa,
scivolan giú sovra il tappeto liso,
consunto sempre  piú, di giorno in giorno,
dall’eterno balzar dei loro corpi.
Su quel tappeto, che smarrito sembra
nello spazio universo;
od applicato là come un cerotto
a medicar le piaghe della terra,
ferita da quel cielo di suburbio.
E appena giú, riscattan sugli appiombi,
a formar l’iniziale gigantesca
dell’Esistenza non sdraiata mai.
Ma i piú forti, di già rotola ancóra,
come per giuoco, il non mai sazio artiglio.

     E intorno a questo centro,
ecco la rosa dei contemplatori.
Fiorisce e si disfoglia,
intorno a quel pistillo solitario,
che dal cadere del suo proprio polline
è fecondato in illusivo frutto:
col freddo inconsapevole disgusto,
onde la tenue scorza, in trasparenza,
sembra sorrider lieve, appena appena…
Ed ecco là — vizzo, rugoso, smesso —
il vecchio atleta.
Non fa piú, se non battere il tamburo.
Rientrato nel guscio poderoso
della sua pelle,
come se avesse contenuto un giorno
non un uomo, ma due. Di cui, defunto,
l’altro riposa già nel cimitero,
mentre quest’uno sopravvive: sordo;
e ancóra, a volte, sperso e un po’ sgomento
dentro il vedovo guscio deperito.
 

     E quell’altro, colà, giovine atleta,
che sembra generato dall’amplesso
di un occípite enorme e di una monaca.
Duro. Contratto. E riboccante, insieme,
d’innocenza e di muscoli soltanto.
      (Oh voi,
che un dolore, in quel tempo ancor piccino,
ebbe in dono per sé come balocchi,
a confortare, in lunghi giorni grigi,
una di quelle sue convalescenze…)  

     Oh tu, che in una rapida caduta
— e la sanno, cosí, soltanto i frutti —
in ogni giorno, ti distacchi acerbo
mille volte dall’Albero fittizio
(l’Albero di quel moto concordato,
che, piú veloce di fiumana in corsa,
ha in un istante le sue tre stagioni)
ti distacchi; e ti abbatti, rimbalzando,
sovra una tomba…
In una mezza pausa, sul tuo viso,
nascere a volte, in te, come vorrebbe
un sorriso d’amore; e volar via:
verso la tenerezza della mamma,
cosí poco goduta!…
Ma si smarrisce il trepido sorriso,
non appena tentato: lungo il corpo,
che ti ribeve il vólto e te lo spenge.
E già batti le mani, al nuovo slancio…
E, prima che un dolore ti si faccia
cosí vicino, da toccarti il cuore
concitato in un ritmo di galoppo,
la sua fiamma ti brucia sotto i piedi:
e refluisce rapida alla fonte
di quel dolore, in lagrime spremute
— da tutto il corpo tuo — fra le tue ciglia…
Ma dalle labbra, ti si stacca sempre
il tuo sorriso cieco…

     Angelo!
Coglila tu, la pianta salutare
dai fiori piccolini! E appresta l’urna,
che la conservi. Tra le gioie ponila,
non anche schiuse. Ed in quell’urna bella
cantala con l’epigrafe canora:
Subrisio saltat.

     E tu, fanciulla, tu, leggiadra forma,
che con un muto balzo hanno trascesa
tutte le piú vertiginose ebbrezze!
Godon forse, per te, le frange belle:
o, sovra i colmi seni giovinetti,
la seta verde
dai cangianti metallici riflessi,
non mai delusa, in una eterna gode
dolcissima lusinga.
Sull’oscillar di tutte le bilance
dell’Equilibrio,
o rideposto in sempre nuovi modi
frutto d’indifferenza,
pubblicamente offerto sul mercato,
fra spalla e spalla…

     Dove, il luogo dov’è (l’ho nel mio cuore!)
quand’essi ancóra non poteano tanto
e scivolavan giú l’uno dall’altro,
come animali mal connessi in monta;
quand’eran loro troppo gravi, i pesi:
e dai turbini vani dei bastoni,
cadeano al suolo, rotolando, i piatti.
E poi, repente, in questo vuoto immenso
d’infinita fatica,
l’indicibile punto, ove la pura
insufficienza
miracolosamente si tramuta,
per balzar nella vacua ultrapotenza,
in cui la serie d’infiniti addendi
non si traduce in còmputo di somma.

     O piazze!
O sconfinate piazze di Parigi,
scena d’uno spettacolo perenne,
dove Madame Lamort, modista eterna,
annoda come nastri interminabili
i sentieri implacati della Terra;
e li piega, a inventar dai loro intrecci
sciarpe gale coccarde fiori e frutti
— dai mentiti colori inverosimili —
pei cappellucci miseri d’inverno
della sorte operaia.

     Angelo, ascolta:
se una piazza vi fosse,
una piazza da noi non conosciuta;
se là, sovra un tappeto indescrivibile,
gli Amanti che quaggiú, ahi, non poterono
mostrassero lo slancio alto dei cuori
in ardite figure erette al cielo;
in torri alte di gioia; e in quelle scale
cosí a lungo quaggiú, dove mancava
a sostenerle il suolo, ripoggiate
l’una all’altra a tremar su di un abisso;
se potessero ciò di fronte ad una
cerchia infinita, riguardante zitta,
di silenziosi morti;
getterebbero allora essi, i defunti,
le ultime monete cosí a lungo
risparmiate e nascoste
(le monete di gioia, ignote a noi,
dall’infinito corso)
a quella coppia, sorridente alfine
del suo sorriso vero,
su quel tappeto là, — pacificato?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die fünfte Elegie

Frau Hertha Koenig zugeeignet.

Wer aber sind sie, sag mir, die Fahrenden, diese ein wenig
Flüchtigern noch als wir selbst, die dringend von früh an
wringt ein wem, wem zu Liebe
niemals zufriedener Wille? Sondern er wringt sie,
biegt sie, schlingt sie und schwingt sie,
wirft sie und fängt sie zurück; wie aus geölter,
glatterer Luft kommen sie nieder
auf dem verzehrten, von ihrem ewigen
Aufsprung dünneren Teppich, diesem verlorenen
Teppich im Weltall.
Aufgelegt wie ein Pflaster, als hätte der Vorstadt-
Himmel der Erde dort wehe getan. Und kaum dort,
aufrecht, da und gezeigt: des Dastehns
großer Anfangsbuchstab…, schon auch, die stärksten
Männer, rollt sie wieder, zum Scherz, der immer
kommende Griff, wie August der Starke bei Tisch
einen zinnenen Teller.

Ach und um diese
Mitte, die Rose des Zuschauns:
blüht und entblättert. Um diesen
Stampfer, den Stempel, den von dem eignen
blühenden Staub getroffnen, zur Scheinfrucht
wieder der Unlust befruchteten, ihrer
niemals bewußten, – glänzend mit dünnster
Oberfläche leicht scheinlächelnden Unlust.

Da: der welke, faltige Stemmer,
der alte, der nur noch trommelt,
eingegangen in seiner gewaltigen Haut, als hätte sie früher
zwei Männer enthalten, und einer
läge nun schon auf dem Kirchhof, und er überlebte den andern,
taub und manchmal ein wenig
wirr, in der verwitweten Haut.

Aber der junge, der Mann, als wär er der Sohn eines Nackens
und einer Nonne: prall und strammig erfüllt
mit Muskeln und Einfalt.

Oh ihr,
die ein Leid, das noch klein war,
einst als Spielzeug bekam, in einer seiner
langen Genesungen…

Du, der mit dem Aufschlag,
wie nur Früchte ihn kennen, unreif,
täglich hundertmal abfällt vom Baum der gemeinsam
erbauten Bewegung (der, rascher als Wasser, in wenig
Minuten Lenz, Sommer und Herbst hat) –
abfällt und anprallt ans Grab:
manchmal, in halber Pause, will dir ein liebes
Antlitz entstehn hinüber zu deiner selten
zärtlichen Mutter; doch an deinen Körper verliert sich,
der es flächig verbraucht, das schüchtern
kaum versuchte Gesicht… Und wieder
klatscht der Mann in die Hand zu dem Ansprung, und eh dir
jemals ein Schmerz deutlicher wird in der Nähe des immer
trabenden Herzens, kommt das Brennen der Fußsohln
ihm, seinem Ursprung, zuvor mit ein paar dir
rasch in die Augen gejagten leiblichen Tränen.
Und dennoch, blindlings,
das Lächeln…

Engel! o nimms, pflücks, das kleinblütige Heilkraut.
Schaff eine Vase, verwahrs! Stells unter jene, uns noch nicht
offenen Freuden; in lieblicher Urne
rühms mit blumiger schwungiger Aufschrift: «Subrisio Saltat».

     Du dann, Liebliche,
du, von den reizendsten Freuden
stumm Übersprungne. Vielleicht sind
deine Fransen glücklich für dich –,
oder über den jungen
prallen Brüsten die grüne metallene Seide
fühlt sich unendlich verwöhnt und entbehrt nichts.
Du,
immerfort anders auf alle des Gleichgewichts schwankende Waagen
hingelegte Marktfrucht des Gleichmuts,
öffentlich unter den Schultern.

Wo, o wo ist der Ort – ich trag ihn im Herzen –,
wo sie noch lange nicht konnten, noch von einander
abfieln, wie sich bespringende, nicht recht
paarige Tiere; –
wo die Gewichte noch schwer sind;
wo noch von ihren vergeblich
wirbelnden Stäben die Teller
torkeln…

Und plötzlich in diesem mühsamen Nirgends, plötzlich
die unsägliche Stelle, wo sich das reine Zuwenig
unbegreiflich verwandelt –, umspringt
in jenes leere Zuviel.
Wo die vielstellige Rechnung
zahlenlos aufgeht.

Plätze, o Platz in Paris, unendlicher Schauplatz,
wo die Modistin, Madame Lamort,
die ruhlosen Wege der Erde, endlose Bänder,
schlingt und windet und neue aus ihnen
Schleifen erfindet, Rüschen, Blumen, Kokarden, künstliche Früchte –, alle
unwahr gefärbt, – für die billigen
Winterhüte des Schicksals.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Engel!: Es wäre ein Platz, den wir nicht wissen, und dorten,
auf unsäglichem Teppich, zeigten die Liebenden, die’s hier
bis zum Können nie bringen, ihre kühnen
hohen Figuren des Herzschwungs,
ihre Türme aus Lust, ihre
längst, wo Boden nie war, nur an einander
lehnenden Leitern, bebend, – und könntens,
vor den Zuschauern rings, unzähligen lautlosen Toten:
     Würfen die dann ihre letzten, immer ersparten,
immer verborgenen, die wir nicht kennen, ewig
gültigen Münzen des Glücks vor das endlich
wahrhaft lächelnde Paar auf gestilltem
Teppich?

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Patagonia – Kate Clanchy

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Dissi forse la Patagonia, e immaginavo
una penisola, grande abbastanza
per un paio di sedie a sdraio
su cui dondolare nell’alta marea. Pensavo

a noi in un freddo mozzafiato, davanti
a un orizzonte tondo come una moneta, avvolti
nell’intreccio del ripiglino che i gabbiani giocano
dal mare fino al sole. Pensavo di aspettare

finché le onde non si fossero addormentate
dalla noia, finché gli ultimi cirripedi ancora aggrappati,
preoccupati dal silenzio, non si fossero
allontanati ai remi di piccole piroghe, finché

quegli uccelli inquieti, le tue mani d’attore,
non ti fossero caduti esausti in grembo,
finché, finalmente, non ti fossi rivolto a me.
Quando dissi Patagonia, volevo dire

cieli vuoti di un blu che fa male. Volevo dire
anni. Li volevo tutti con te.

Kate Clanchy

(Traduzione di Giorgia Sensi)

da “Neonato”, Edizioni Medusa, Milano, 2007

***

Patagonia

I said perhaps Patagonia, and pictured
a peninsula, wide enough
for a couple of ladderback chairs
to wobble on at high tide. I thought

of us in breathless cold, facing
an horizon round as a coin, looped
in a cat’s cradle strung by gulls
from sea to sun. I planned to wait

till the waves had bored themselves
to sleep, till the last clinging barnacles,
growing worried in the hush, had
paddled off in tiny coracles, till

those restless birds, your actor’s hands,
had dropped slack into your lap,
until you’d turned, at last, to me.
When I spoke of Patagonia, I meant

skies all empty aching blue. I meant
years. I meant all of them with you.

Kate Clanchy

da “Slattern”, Picador, London, 2001

Questa notte, in questo mondo – Alejandra Pizarnik

Lauren Semivan, Labyrinth

 

questa notte in questo mondo
le parole del sogno dell’infanzia della morte
non è mai questo che si vuol dire
la lingua materna castra
la lingua è un organo di conoscenza
del fallimento di ogni poesia
castrata dalla sua stessa lingua
che è l’organo della ri-creazione
del ri-conoscimento
ma non della resurrezione
di qualcosa in forma di negazione
del mio orizzonte di maldoror col suo cane
e niente è promessa
tra il dicibile
che equivale a mentire
(tutto ciò che si può dire è menzogna)
il resto è silenzio
solo che il silenzio non esiste

no
le parole
non fanno l’amore
fanno l’assenza
se dico acqua berrò?
se dico pane mangerò?

questa notte in questo mondo
straordinario il silenzio di questa notte
con l’anima succede che non si vede
con la mente succede che non si vede
con lo spirito succede che non si vede
da dove viene questa cospirazione d’invisibilità?
nessuna parola è visibile

ombre
spazi viscosi dove si occulta
la pietra della follia
neri corridoi
li ho percorsi tutti
oh fermati un altro po’ tra di noi!

la mia persona è ferita
la mia prima persona singolare

scrivo come chi alza un coltello nel buio
scrivo come dico
la sincerità assoluta sarebbe sempre
l’impossibile
oh fermati un altro po’ tra di noi!

lo sfacelo delle parole
che sloggiano il palazzo del linguaggio
la conoscenza tra le gambe

che cosa hai fatto del dono del sesso?
oh miei morti
li ho mangiati mi sono strozzata
non ne posso piú di non poterne piú

parole camuffate
tutto scivola
verso la nera liquefazione

e il cane di maldoror
questa notte in questo mondo
dove tutto è possibile
tranne
la poesia

parlo
sapendo che non si tratta di ciò
sempre non si tratta di ciò
oh aiutami a scrivere la poesia piú prescindibile
        quella che non serva nemmeno
        a essere inservibile
aiutami a scrivere parole
in questa notte in questo mondo

Alejandra Pizarnik

a Martha Isabel Moya

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “Poesie non raccolte in volume (1970-1972)”, in “Alejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

En esta noche, en este mundo 
 
en esta noche en este mundo
las palabras del sueño de la infancia de la muerte
nunca es eso lo que uno quiere decir
la lengua natal castra
la lengua es un órgano de conocimiento
del fracaso de todo poema
castrado por su propia lengua
que es el órgano de la re-creación
del re-conocimiento
pero no el de la resurrección
de algo a modo de negación
de mi horizonte de maldoror con su perro
y nada es promesa
entre lo decible
que equivale a mentir
(todo lo que se puede decir es mentira)
el resto es silencio
sólo que el silencio no existe
 
no
las palabras
no hacen el amor
hacen la ausencia
si digo agua ¿beberé?
si digo pan ¿comeré?
 
en esta noche en este mundo
extraordinario silencio el de esta noche
lo que pasa con el alma es que no se ve
lo que pasa con la mente es que no se ve
lo que pasa con el espíritu es que no se ve
¿de dónde viene esta conspiración de invisibilidades?
ninguna palabra es visible
 
sombras
recintos viscosos donde se oculta
la piedra de la locura
corredores negros
los he recorrido todos
¡oh quédate un poco más entre nosotros!
 
mi persona está herida
mi primera persona del singular
 
escribo como quien con un cuchillo alzado en la oscuridad
escribo como estoy diciendo
la sinceridad absoluta continuaría siendo
lo imposible
¡oh quédate un poco más entre nosotros!
 
los deterioros de las palabras
deshabitando el palacio del lenguaje
el conocimiento entre las piernas
¿qué hiciste del don del sexo?
oh mis muertos
me los comí me atraganté
no puedo más de no poder más
 
palabras embozadas
todo se desliza
hacia la negra licuefacción
 
y el perro de maldoror
en esta noche en este mundo
donde todo es posible
salvo
el poema
 
hablo
sabiendo que no se trata de eso
siempre no se trata de eso
oh ayúdame a escribir el poema más prescindible
         el que no sirva ni para
         ser inservible
ayúdame a escribir palabras
en esta noche en este mundo

Alejandra Pizarnik

a Martha Isabel Moya

da “Poemas no recogidos en libro (1970-1972)”, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Luce – Federico García Lorca

Joseph Mallord Turner, Sunset, 1835

 

È la magica ora intensa del tramonto.
Il monte si dissangua. La luce è bionda. Io
cammino sul sentiero con aria distrutta,
la fronte bassa e il cuore rosso.

Il poeta è l’ombra luminosa che cammina
con la pretesa di collegare gli uomini a Dio,
senza considerare che l’azzurro è un Sogno che vive
e la Terra un altro sogno che da tempo è morto.

L’azzurro che ammiriamo possiede la gran tristezza
di non prevedere mai dov’è la propria fine,
e Dio è la tristezza suprema ed impossibile
dal momento che il suo perché profondo neanche può parlare.

Il segreto di tutto non esiste. Le stelle
sono anime che vollero dare la scalata al mistero.
L’essenza del mistero le rese luce di pietra,
ma non riuscirono a introdursi nella sua Pace.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie sparse”, 1917/1936, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie e tutto il teatro”, Newton Compton, 2009

***

Luz

Es la mágica hora sentida del ocaso.
El monte se desangra. La luz es rubia. Yo
marcho por el sendero con aire de fracaso,
apagada la frente y rojo el corazón.

El poeta es la sombra luminosa que marcha
pretendiendo enlazar a los hombres con Dios,
sin notar que el azul es un Sueño que vive
y la Tierra otro sueño que hace tiempo murió.

El azul que miramos tiene la gran tristeza
de no presentir nunca donde su fin está,
y Dios es la tristeza suprema e imposible
pues su porqué profundo tampoco puede hablar.

El secreto de todo no existe. Las estrellas
son almas que al misterio quisieron escalar.
La esencia del misterio las hizo luz de piedra,
pero no consiguieron internarse en su Paz.

Federico García Lorca

da “Poemas sueltos”, 1917/1936, in “Federico García Lorca, Obra Completa”, Akal Ediciones Sa, 2008