«Strofino lo specchio con la mano» – Boris Ryžhy

 

Strofino lo specchio con la mano
dietro di me scorgo l’autunno.
È irrequieta la mia pace,
la felicità non porta altra felicità.

Cadono le foglie sulla terra
ma prima volteggiano a lungo.
Non ha senso cercare parole
per celebrare questa tristezza.

Nel flauto risuonava l’estate
per l’ubriaco chiacchierone,
ora suona il silenzio per il poeta
che ha smaltito la sbornia.

Mi avvicino di piú allo specchio
e copro di me tutta la tristezza,
ma nello stesso istante
alle mie spalle echeggia il vento.

Il giardino riempie tutto lo specchio,
il volto del poeta si dissolve,
le foglie nuovamente volano via,
cadono e volteggiano.

Boris Ryžhy

1999.

(Traduzione di Valeria Ferraro)

da “La nuovissima poesia russa”, Einaudi, Torino, 2005

First things first – Hans Magnus Enzensberger

Foto di André Kertész

 

In fondo non abbiamo niente da obiettare
a purgatorio, reincarnazione, paradiso.
Se cosí dev’essere, prego!
Al momento tuttavia
abbiamo altre priorità.

Della toilette del gatto, del conto in banca
e delle insostenibili condizioni del mondo
dobbiamo assolutamente occuparci,
già a prescindere da internet
e dalle notizie sul livello delle acque.

Certe volte non sappiamo piú
dove a forza di problemi
sbattere la testa.
Intanto c’è sempre qualcuno che muore,
e di continuo qualcuno che nasce.

Non si arriva mai sul serio
a fare delle riflessioni
sulla propria immortalità.
Prima bisogna gettare un occhio
all’agenda, alle scadenze,

il resto si vedrà.

Hans Magnus Enzensberger

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Piú leggeri dell’aria”, Einaudi, Torino, 2001

∗∗∗

First things first

Grundsätzlich haben wir nicht viel einzuwenden
gegen Fegfeuer, Reinkarnation, Paradies.
Wenn es sein muß, bitte!
Vorläufig allerdings
haben wir andere Prioritäten.

Um das Katzenklo, den Kontostand
und die unhaltbaren Zustände auf der Welt
müssen wir uns unbedingt kümmern,
ganz abgesehen vom Internet
und von den Wasserstandsmeldungen.

Manchmal wissen wir nicht mehr,
wo uns der Kopf steht
vor lauter Problemen.
Immerzu stirbt jemand,
dauernd wird jemand geboren.

Da kommt man gar nicht richtig dazu,
sich Gedanken zu machen
über die eigne Unsterblichkeit.
Erst einmal ein rascher Blick
in den Terminkalender,

dann sehen wir weiter.

Hans Magnus Enzensberger

da “Leichter als Luft. Moralische Gedichte”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1999

La tentazione – Nina Cassian

Henri Manguin, Petit nu debout, 1910

 

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

Nina Cassian

(Traduzione di Anita Natascia Bernacchia )

da “C’è modo e modo di sparire”, Adelphi Edizioni, 2013

***

Ispita

Îţi făgăduiesc să te fac mai viu decât ai fost vreodată.
Pentru prima oară îţi vei vedea porii deschizându-se
ca nişte boturi de peşti şi-ţi vei putea asculta
rumoarea sângelui în galerii
şi vei simţi lumina lunecându-ţi pe comee
ca trena unei rochii; pentru prima oară
vei înregistra înţepătura gravitaţiei
ca un spin în călcâiul tău,
şi omoplaţii te vor durea de imperativul aripilor.
Îţi făgăduiesc să te fac atât de viu, încât
căderea prafului pe mobile să te asurzească,
să-ţi simţi sprâncenele ca pe două răni în formare
şi amintirile tale să-ţi pară că-ncep
de la facerea lumii.

Nina Cassian

da “Spectacol în aer liber”, Editura Albatros, 1961

Corrispondenze – Charles Baudelaire

Michael Kenna, Octagonal Basin, Sceaux, France, 1996

 

IV.

La Natura è un tempio. Le sue colonne viventi
pronunciano talvolta parole incomprensibili.
L’uomo l’attraversa fra foreste di simboli
che osservano il suo incedere con sguardi familiari.

Come le lunghe eco, che lontano si fondono
in una tenebrosa e profonda unità
immensa come la notte e come il chiarore,
i profumi si accordano con i colori e i suoni.

Ci sono profumi freschi come carni di bimbi,
dolci come degli oboe, verdi come pascoli,
– e altri, corrotti, ricchi e trionfanti,

che hanno l’espansione delle cose infinite,
come l’ambra, l’incenso, il benzoino e il muschio,
che cantano i fervori dello spirito e dei sensi.

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

***

IV. Correspondances

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.

Il est des parfums frais comme des chairs d’enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
– Et d’autres, corrompus, riches et triomphants,

Ayant l’expansion des choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens,
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, ‎Paris, Poulet-Malassis et de Broise, 1861

A chi lo sa – Gesualdo Bufalino

Foto di Anka Zhuravleva

 

S’io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l’obliquo invincibile sole;
s’io sapessi gridare
gridare gridare gridare come il mare
quando s’impenna nel ludibrio d’aquilone;
s’io sapessi, s’io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all’erba crudeli dolcezze…
oh allora ogni mattino,
e non con questa roca voce d’uomo,
vorrei dirti che t’amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.

Gesualdo Bufalino

da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1989