Il lunatico – Charles Simic

Charles Simic

 

Lo stesso fiocco di neve
continuava a cadere dal cielo grigio
per tutto il pomeriggio,
cadeva e ricadeva
poi si ritirava su
da terra,
per cadere di nuovo,
ma ora in modo più furtivo,
con maggiore prudenza
mentre la notte si avvicinava
per vedere un po’ che succedeva.

Charles Simic

(Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

da “The lunatic”, Elliot Edizioni, 2017

∗∗∗

The Lunatic

The same snowflake
Kept falling out of the gray sky
All afternoon,
Falling and falling
And picking itself up
Off the ground,
To fall again,
But now more surreptitiously,
More carefully
As night strolled over
To see what’s up.

Charles Simic

da “The lunatic”, Ecco Pr; Reprint edizione, 2016

Nulla – Marcello Comitini

Foto di Nastya Kaletkina

 

Ora che hai consumato tutte le parole
come unghia spezzate su spuntoni di roccia
e il cuore gonfia a vuoto le vene del tuo sangue
mentre l’anima resta in una gabbia oscura
girati intorno e guarda più lontano
al di là dei tuoi piedi che scalciano nel vuoto.
Vedrai dispersi in un ventoso spazio
uomini in pace di aver parlato a lungo
di vittime e carnefici, d’ingiustizie atroci
dei dolori del mondo, senza aver detto nulla.

Nulla di sé o dell’uomo, nulla del dolore.

Ma forse nulla davvero andava detto.

Marcello Comitini

da “Quarto Giorno: poesie”, Edizioni Caffè Tergeste, 2018

AMAZON – Marcello Comitini, Quarto Giorno: poesie, Edizioni Caffè Tergeste, 2018
FELTRINELLI – Marcello Comitini, Quarto Giorno: poesie, Edizioni Caffè Tergeste, 2018

Dolcemente – František Halas

Foto di Paul Apal’kin

 

Magra spiga è il tuo corpo
da cui il chicco è caduto e non tornerà a germogliare
come una spiga magra è magro il tuo corpo

Matassa di seta è il tuo corpo
vergato dalla brama sino all’ultima ruga
come una matassa di seta è il tuo corpo

Cielo bruciato è il tuo corpo
nel tessuto la morte sogna agguati
come un cielo bruciato è il tuo corpo

Dolcissimo è il tuo corpo
il suo pianto muove le mie palpebre
com’è dolce il tuo corpo

František Halas

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Il volto”, 1931, in “František Halas, Imagena”, Einaudi, Torino, 1971

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Tiše

Kláskem hubeným je tělo tvé
z nějž zrno vypadlo a nevzklíčí
jak klásek hubený je tělo tvé

Přadenem z hedvábí je tělo tvé
toužením popsané do vrásky poslední
jak přadeno z hedvábí je tělo tvé

Spáleným nebem je tělo tvé
číhavě v tkáni smrtka sní
jak spálené nebe je tělo tvé

Přetiché je tělo tvé
jeho pláč zachvívá mými víčky
jak tiché je tělo tvé

František Halas

da “Tvář”, in “Básně”, Československý spisovatel, Praha, 1937

Sto seduto come un invalido nel deserto del mio desiderio di te – Juan Gelman

Foto di Cristina Venedict

 

Mi sono abituato a bere la notte lentamente, perché so
che la abiti, non importa dove, popolandola di sogni.

Il vento della notte abbatte stelle tremanti fra le mie mani,
che ancora non si adattano, vedove inconsolabili della tua chioma.

Nel mio cuore si agitano gli uccellini che in lui hai seminato
e a volte gli darei la libertà che esigono per ritornare a te
con il gelido filo del coltello.

Ma non può essere. Perché sei tanto in me, tanto viva
in me, che se morissi io, ti morirei.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

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Estoy sentado como un inválido en el desierto de mi deseo de ti

Me he acostumbrado a beber la noche lentamente,
porque sé que la habitas, no importa dónde, poblándola de sueños.

El viento de la noche abate estrellas temblorosas en mis manos,
que aún no se conforman, viudas inconsolables de tu pelo.

En mi corazón se agitan los pájaros que en él sembraste
y a veces les daría la libertad que exigen para volver a ti,
con el helado filo del cuchillo.

Pero no puede ser. Porque estás tan en mí,
tan viva en mí, que si me muero a ti también te moriría.

Juan Gelman

da “Violín y otras cuestiones”, Gleizer, Buenos Aires, 1956

«Volevo che il mio amore non finisse» – Antonella Anedda

Foto di Katia Chausheva

 

Volevo che il mio amore non finisse
che resistesse intero – in disaccordo
perfino col ricordo e ignorasse il corpo
che da me si scostava
che ne ignorasse distanza e indifferenza
e fosse cosa mia doppiamente intrecciata
cesta di giunco e aria, cesta per acqua
forma che la mano conosce
e che la storia medita quando – così di rado
per questo raramente sacra – salva un bambino dal suo Nilo.
Così a volte fanno canestri i pazzi
per il silenzio – credo – che sale dagli spazi
per quella paglia
che le dita oscurano
per quel nodo terreno di aria e di materia.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999