Sogni infranti – William Butler Yeats

Lore Krüger, Porträt, 1938

 

Fra i tuoi capelli è qualche filo bianco.
E i giovani ormai più quando tu passi
d’improvviso non soffoca il respiro.
Ma qualche vecchio forse mormorando
ti benedice, ché una tua preghiera
l’ha scampato sul letto della morte.
Per te che sai del cuore ogni tormento
e ogni tormento hai inflitto all’altrui cuore,
di gracile fanciulla germogliando
la tua bellezza grave – per te sola
il cielo ha cancellato la sentenza,
tanta parte gli serbi in quella pace,
se cammini soltanto in una stanza.

La tua bellezza può tra noi lasciare
solo ricordi, pallidi ricordi.
E un giorno a un vecchio un giovane dirà:
“Diteci dunque di quella signora
che un poeta ostinato ci esaltava
quando l’età gli ebbe gelato il cuore.”

Vaghi ricordi, pallidi ricordi
che nella tomba tutti rivivranno.
La certezza che un giorno la signora
vedrò giacere o ritta o camminare
nella bellezza sua prima di donna
col fervore degli occhi giovanili
m’ha fatto come folle delirare.

E tu sei bella più d’ogni altra donna,
ma una macchia offuscava il tuo bel corpo:
non erano le tue piccole mani
belle, e temo che tu forse non corra
e remi fino al polso in quell’arcano
lago sempre ricolmo dove quelli
che hanno adempito alle divine leggi
remano e sono ormai perfetti. Lascia
immutate le mani ch’io baciavo
per amore di un’amicizia antica.

L’ultimo tocco della mezzanotte
muore; l’intero giorno ho allineato
di sogno in sogno e poi di verso in verso
divagando con un fantasma d’aria:
solo ricordi, pallidi ricordi.

William Butler Yeats

(Traduzione di Leone Traverso)

da “Poesie”, Vallecchi, Firenze, 1973

***

Broken Dreams

There is grey in your hair.
Young men no longer suddenly catch their breath
when you are passing;
but maybe some old gaffer mutters a blessing
because it was your prayer
recovered him upon the bed of death.
For your sole sake – that all heart’s ache have known,
and given to others all heart’s ache,
from meagre girlhood’s putting on
burdensome beauty — for your sole sake
heaven has put away the stroke of her doom,
so great her portion in that peace you make
by merely walking in a room.

Your beauty can but leave among us
vague memories, nothing but memories.
A young man when the old men are done talking
will say to an old man, “Tell me of that lady
the poet stubborn with his passion sang us
When age might well have chilled his blood.”

Vague memories, nothing but memories,
but in the grave all, all, shall be renewed.
The certainty that I shall see that lady
leaning or standing or walking
in the first loveliness of womanhood,
and with the fervour of my youthful eyes,
has set me muttering like a fool.

You are more beautiful than any one,
and yet your body had a flaw:
your small hands were not beautiful,
and I am afraid that you will run
and paddle to the wrist
in that mysterious, always brimming lake
where those that have obeyed the holy law
paddle and are perfect. Leave unchanged
the hands that I have kissed,
for old sakes’ sake.

The last stroke of midnight dies.
All day in the one chair
from dream to dream and rhyme to rhyme I have ranged
in rambling talk with an image of air:
vague memories, nothing but memories.

William Butler Yeats

da “The Wild Swans At Coole”, Macmillan Publishers, 1919

Lascia sia il vento – Margherita Guidacci

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

 

Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d’ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.

Margherita Guidacci

da “Poesie per poeti”, 1987, in “Margherita Guidacci, Le Poesie”, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1999

Il sonno – Michalis Ganàs

Foto di Katia Chausheva

 

In un sogno straniero
in un corpo straniero ti muovi
Prato morbido il sonno
erba che ti sbuccia le ginocchia,
ti fondi nel sonno.
Altrove i metalli,
altrove le tue ossa,
rotta l’altalena della memoria.
Il tuo sangue
caduto e restaurato
ma sempre incompleto,
le tue mani che salgono
verso l’apertura del giorno.

Michalis Ganàs

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “La Grecia, sai…”, Donzelli Poesia, 2004

∗∗∗

Ο ΥΠΝΟΣ

Σέ ξένο ὄνειρο χειρονομεῖς
σέ ξένο σῶμα.
Ὁ ὕπνος μαλαϰό χορτάρι,
χλόη πού σοῦ μαδάει τά γόνατα,
τήϰεσαι μέ τόν ὕπνο.
Ἀλλοῦ τά μέταλλα,
ἀλλοῦ τά ϰόϰαλά σου,
ἡ αἰώρα τῆς μνήμης σπασμένη.
Τό αἷμα σου
πεσμένο ϰι ἀναστηλωμένο
ϰαί πάντα ἡμιτελές,
τά χέρια σου ϰαθώς ἀνηφορίζουνε
γιά τήν ὀπή τῆς μέρας.

Μιχάλης Γϰανάς 

da “Ἀϰάθιστος Δεῖπνος”, 1978

Sulle scale – Costantino Kavafis

Foto di Rodney Smith

 

Scendevo quella maledetta scala;
tu entravi dalla porta; per un attimo
vidi il tuo viso ignoto e mi vedesti.
Poi, per non esser rivisto, mi nascosi, e tu
passasti in fretta, nascondendoti il viso,
e t’infilasti in quella maledetta casa
dove non avresti trovato il piacere, come anch’io del resto.

Pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti;
l’amore che volevo – lo dissero i tuoi occhi
sciupati e diffidenti – l’avevi tu da darmi.
Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;
compresero la pelle e il sangue.

Ma ci nascondemmo, tutti e due sconvolti.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Poesie erotiche”, Crocetti Editore, 1983

∗∗∗

Στες σκάλες

Την άτιµη την σκάλα σαν κατέβαινα,
από την πόρτα έµπαινες, και µια στιγµή
είδα το άγνωστό σου πρόσωπο και µε είδες.
Έπειτα κρύφθηκα να µη µε ξαναδείς, και συ
πέρασες γρήγορα το πρόσωπό σου κρύβοντας,
και χώθηκες στο άτιµο το σπίτι µέσα
όπου την ηδονή δεν θα ’βρες, καθώς δεν την βρήκα.

Κι όµως τον έρωτα που ήθελες τον είχα να σ’ τον δώσω·
τον έρωτα που ήθελα – τα µάτια σου µε το ’παν
τα κουρασµένα καί ύποπτα – είχες να µε τον δώσεις.
Τα σώµατά µας αισθανθήκαν και γυρεύονταν·
το αίµα και το δέρµα µας ενόησαν.

Αλλά κρυφθήκαµε κ’ οι δυο µας ταραγµένοι.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Κρυμμένα Ποιήματα 1877-1923”, Ίκαρος, 1993

«Paura. Di te. Amarti» – Pedro Salinas

Foto di Paul Apal’kin

[VI]

Paura. Di te. Amarti
è il rischio piú alto.
Molteplici, la tua vita e tu.
Ti ho, quella di oggi;
ormai ti conosco, penetro
in labirinti, facili
grazie a te, alla tua mano.
E i miei ora, sí.
Però tu sei
il tuo stesso piú oltre,
come la luce e il mondo:
giorni, notti, estati,
inverni che si succedono.
Fatalmente, ti trasformi,
e sei sempre tu,
nel tuo stesso mutamento,
con la fedeltà
costante del mutare.

Dimmi, potrò io vivere
in quegli altri climi,
o futuri, o luci
che stai elaborando,
come il frutto il suo succo,
per un domani tuo?
O sarò appena qualcosa
nata per un giorno
tuo (il mio giorno eterno),
per una primavera
(in me fiorita sempre),
e non potrò piú vivere
quando giungeranno
successive in te,
inevitabilmente,
le forze e i venti
nuovi, le altre luci,
che attendono già il momento
di essere, in te, la tua vita?

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[VI]

Miedo. De ti. Quererte
es el más alto riesgo.
Múltiples, tú y tu vida.
Te tengo, a la de hoy
ya la conozco, entro
por laberintos, fáciles
gracias a ti, a tu mano.
Y míos ahora, sí.
Pero tú eres
tu propio más allá,
como la luz y el mundo:
días, noches, estíos,
inviernos sucediéndose.
Fatalmente, te mudas
sin dejar de ser tú,
en tu propia mudanza,
con la fidelidad
constante del cambiar.

Di, ¿podré yo vivir
en esos otros climas,
o futuros, o luces
que estás elaborando,
como su zumo el fruto,
para mañana tuyo?
¿O seré sólo algo
que nació para un día
tuyo (mi día eterno),
para una primavera
(en mí florida siempre),
sin poder vivir ya
cuando lleguen
sucesivas en ti,
inevitablemente,
las fuerzas y los vientos
nuevos, las otras lumbres,
que esperan ya el momento
de ser, en ti, tu vida?

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933