Fatta buio ed altezza – Salvatore Quasimodo

Foto di Anka Zhuravleva

 

Tu vieni nella mia voce:
e vedo il lume quieto
scendere in ombra a raggi
e farti nuvola d’astri intorno al capo.
E me sospeso, a stupirmi degli angeli,
dei morti, dell’aria accesa in arco.

Non mia; ma entro lo spazio
riemersa, in me tremi,
fatta buio ed altezza.

Salvatore Quasimodo

da “Oboe sommerso”, (1930-1932), in “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

Quattro haiku – Edoardo Sanguineti

Koho Shoda, Pino al chiaro di luna e barca, ukiyo-e, 1930 circa

1.

sessanta lune:
i petali di un haiku
nella tua bocca:

2.

l’acquario acceso
distribuisce le rane
tra le cisterne:

3.

è il primo vino:
calda schiuma che assaggio
sulla tua lingua:

4.

pagina bianca
come i tuoi minipiedi
di neve nuova:

Edoardo Sanguineti

da “Corollario” (1992-1996), in “Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco”, Poesie 1982 – 2001, Feltrinelli, 2010

Gli amici – Titos Patrikios

Geoffrey Johnson

 

Non è il ricordo degli amici uccisi a
straziarmi le viscere.
È il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.

Titos Patrikios

19 gennaio 1949

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Ritorno alla poesia (1941-1951)”, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

∗∗∗

Οἱ φίλοι

Δέ ν εἶναι ἡ θύμηση τῶν σϰοτωμένων φίλων
πού  μοῦ σϰίζει τώρα τά σωθιϰά.
Εἶναι ὁ θρῆνος γιά τού ς χιλιάδες ἄγνωστους
πού  ἀφήσανε στά ράμφη τῶν πουλιῶν
τά σβησμένα μάτια τους
πού  σφίγγουνε στά παγωμένα χέρια τους
μιά φούχτα ϰάλυϰες ϰι ἀγϰάθια.
Τού ς ἄγνωστους περαστιϰού ς διαβάτες
πού  ποτέ μας δέ  μιλήσαμε
πού  μόνο ϰάποτε γιά λίγο ϰοιταχτήϰαμε
ὅταν μᾶς ἔδωσαν τή φωτιά τοῦ τσιγάρου τους
στό βραδινό δρόμο.
Τού ς χιλιάδες ἄγνωστους φίλους
πού  ἔδωσαν τή ζωή τους
γιά μένα.

Τίτος Πατρίϰιος

(19 Γενάρη 1949)

da “Ἐπιστροφή στήν ποίηση”, Αθήνα, 1951

Un sorso d’acqua – Seamus Heaney

Foto di André Kertész

 

Veniva ogni mattina ad attingere acqua
come un vecchio pipistrello percorrendo barcolloni il campo:
la tosse convulsa della pompa, lo strepito del secchio

e il lento diminuendo nel riempirsi

annunciavano il suo arrivo. Ricordo
il suo grembiule grigio, lo smalto bianco butterato
del secchio colmo e il cigolio

acuto della sua voce come il manico della pompa.
Notti in cui una luna piena saliva oltre il suo tetto
per ricadere dentro la sua finestra e posarsi
sull’acqua apparecchiata.
A cui ho attinto per bere ancora, per essere
fedele all’ammonimento sull’orlo della sua tazza,
Ricordati del donatore, quasi del tutto sbiadito.

Seamus Heaney

(Traduzione di Marco Sonzogni)

da “Lavoro sul campo”, 1979, in “Seamus Heaney, Poesie”, I Meridiani Mondadori, 2016

∗∗∗

A Drink of Water

She came every morning to draw water
Like an old bat staggering up the field:
The pump’s whooping cough, the bucket’s clatter
And slow diminuendo as it filled,
Announced her. I recall
Her grey apron, the pocked white enamel
Of the brimming bucket, and the treble
Creak of her voice like the pump’s handle.
Nights when a full moon lifted past her gable
It fell back through her window and would lie
Into the water set out on the table.
Where I have dipped to drink again, to be
Faithful to the admonishment on her cup,
Remember the Giver, fading off the lip.

Seamus Heaney

da “Field Work”, Faber and Faber, 1979

Per rimanere – Costantino Kavafis

Hervé Guibert, Les Lettres de Matthieu, 1984

 

Forse l’una di notte,
l’una e mezza.

                          Un cantuccio di taverna
di là dal legno di tramezzo.
Nel locale deserto noi due, soli.
Lo rischiariva appena la lampada a petrolio.
E, stranito di sonno, il cameriere, sulla porta, dormiva.

Nessun occhio su noi. Ma sí riarsi
già ci aveva la brama,
che divenimmo ignari di cautele.

A mezzo si dischiusero le vesti,
scarse (luglio flagrava).

O fruire di carni
fra semiaperte vesti, celere
denudare di carni… il tuo fantasma
ventisei anni ha valicato. E giunge,
ora, per rimanere, in questi versi.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

1919

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

∗∗∗

Να μείνει

Η ώρα μια την νύχτα θάτανε,
ή μιάμισυ.

                   Σε μια γωνιά του καπηλειού·
πίσω απ’ το ξύλινο το χώρισμα.
Εκτός ημών των δυο το μαγαζί όλως διόλου άδειο.
Μια λάμπα πετρελαίου μόλις το φώτιζε.
Κοιμούντανε, στην πόρτα, ο αγρυπνισμένος υπηρέτης.

Δεν θα μας έβλεπε κανείς. Μα κιόλας
είχαμεν εξαφθεί τόσο πολύ,
που γίναμε ακατάλληλοι για προφυλάξεις.

Τα ενδύματα μισοανοίχθηκαν — πολλά δεν ήσαν
γιατί επύρωνε θείος Ιούλιος μήνας.

Σάρκας απόλαυσις ανάμεσα
στα μισοανοιγμένα ενδύματα·
γρήγορο σάρκας γύμνωμα — που το ίνδαλμά του
είκοσι έξι χρόνους διάβηκε· και τώρα ήλθε
να μείνει μες στην ποίησιν αυτή.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984