Alfabeto del momento – Milo De Angelis

Foto di Gabriele Basilico

 

A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto, si vede
la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre dal primo sangue fino a qui,
fino agli attimi che tornano a capire e restano
imperfetti e interrogati.

*

Mi attendono nascosti. Talvolta
li ho portati alla vita, al grande
alfabeto del momento. Ma loro tornano lì,
muti, si stringono a un palo,
non ne vogliono sapere. E il mondo
sembra un’eco della frase
che non trovano più, caduti nel buio
di un gesto qualunque, un sabato,
in un centro commerciale.
Parlo di eroi, naturalmente, corpi
che sul quaderno avevano una spina.

*

Era buio. Il centro di agosto era buio
come il corpo nudo. Non potevo
trovare riposo né movimento: solo il battere
del sangue sulle labbra. Il buio
giungeva dal respiro aperto, dalla freccia alata
che entra nel mondo. Il buio
era lì. Era lì, nel vertice
della prima caduta, era me stesso,
questo freddo che, oltre i secoli, mi parla.

*

Nessuno riposa. Il ragazzo
con la fronte squarciata sul marciapiede
sente il fischio degli dei, un vortice
da stadio che lo sveglia
ai confini della città
e lo solleva. Ma anche tu
sentirai nella stanza sigillata
alzarsi un antico profumo di benzina
e volerai sul cortile
dove uno sconosciuto si sporge
dal balcone con l’asfalto nelle mani.

*

È qui, in un angolo della stanza, scocca
la sua freccia negli anni, nei nostri anni,
e vacilla. L’ho conosciuta. È una furia
che scende verso l’oscuro e dilaga
tra i muri passeggeri e sgretolati
dove ognuno è solo il suo andarsene,
il piede franato sulla riva, lo stormo delle frasi
che cadono cieche da una volta.

*

Vicina all’anima è la linea verticale.
Il pomeriggio ci portò suburbani in un canto,
l’attimo divenne nudità
e potenza greca del finale: siamo i supplici
rimasti ad ascoltare, il cielo che nasce
in ognuno di noi, pattuglia di ragazzi
innamorati del numero giusto,
la bella epopea, il peso mortale di un pallone.

*

Ciò che vedo mi fu consegnato
da un respiro fratello e nemico
fino a quel teatro sgomento
dove abbiamo preso la parola,
tra l’allegria dei papaveri
e la rovina celeste. Era
una frase che, penetrando
nella ferita più buia, la fa sua,
la guarisce, l’aggrava, la sposa
era il talismano
stesso del nulla, quando divampa
nel grande paese di Milano
e riscalda milioni di fantasmi.

*

Oscillano le lettere sul quaderno
e piangono ancora i volti
che scompaiono appena li sfiori. Non puoi
creare un precedente. Entrano
i tamburini di creta nel respiro
degli equinozi, i cronometri
volano nella polvere e tu chiedi soltanto
di restare silenzioso prima del frutto.

*

I muri sono il luogo di un racconto minore
dove si parla di sangue e di anemoni, di sangue
inspiegabile che bagna la parola, qualcosa
che ci getta negli oceani e nel peso
nudo del lampo, ma poi ritorna qui, alla radice
di una stanza e di una donna,
quell’idea sovrana e incenerita
che ci ha tenuti per un verso.

*

Passioni del vento
costrette in un’edicola. Indietreggia
ogni evento fino alla sua cellula, mutarsi
della luce in filo spinato,
quel balbettio delle mani
diventò una sentenza. Erano sillabe
mescolate all’asfalto, come atti di forza,
erano le stesse che ora ci chiamano
tra le tangenziali,
l’ultimo grado del giudizio.

*

È entrato qui,
nell’azzurro di via Varé, nel ristorante
che ti ha vista piangere, nelle triglie
antiche, nell’acqua del momento. Avverrà,
dicevi, tutto quello che è stato,
avverrà. Eccoli, gli ostaggi della via Pál,
sono nella mente e sono lì, si aggirano
tra i tavoli, hanno il segno
sacro dell’alba. E tu,
sempre più vicina, sei l’oscura melodia
di ogni adolescente, l’acume e lo spavento,
di chi chiede tutto, profugo del tempo
con il viso bianchissimo e un pegno
che non durerà oltre di noi,
l’unica data che mi osserva e mi aspetta,
l’unica data.

*

Ho saputo, amica mia,
che sei stata in un limite. Anch’io
negli intervalli di una sola e grande morte
dormivo tra i casolari
dove si raccolgono d’inverno
con la parola disunita e il fitto
delle idee: entrava
un profumo di uva passa e la neve
dell’incontro ha percepito
la mia notte nella tua.

*

Ecco l’acrobata della notte, il corpo
senza nulla, un’incisione
nell’aria, un puro scoccare
di fosfori: gettò il suo smeraldo
all’ultima fortuna, si avvicinò ai sepolti,
indicò a ciascuno la strada. La terra appartiene
a chi l’ha abbandonata.

Milo De Angelis

da “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, “Lo Specchio” Mondadori, 2010

Amo i tuoi occhi, amica mia… – Fëdor Ivanovič Tjutčev

Edward Steichen, Louise Brooks, 1928

 

Amo i tuoi occhi, amica mia,
E il loro gioco d’incanto e di fuoco,
Quando, d’un tratto, tu li sollevi
E come un lampo nel cielo
Rapida intorno ti guardi…

Ma vi è un incanto ancor più intenso;
Quando nei tuoi occhi chini,
Nel momento del bacio appassionato,
Attraverso le tue ciglia abbassate
Arde il cupo fuoco del desiderio.

Fëdor Ivanovič Tjutčev

(Traduzione di Eridano Bazzarelli)

da “Fëdor I. Tjutčev, Poesie”, Rizzoli, 1993

Scritta non dopo l’aprile del 1836; apparsa nel 1879 in «Russkij Archiv».

∗∗∗

«Люблю глаза твои, моё друг…»

Люблю глаза твои, моё друг,
С игрой их пламенно-чудесной,
Когда их приподымешь вдруг
И, словно молнией небесной,
Окинешь бегло целый круг…

Но есть сильней очарованья:
Глаза, потупленные ниц
В минуты страстного лобзанья,
И сквозь опущенных ресниц
Угрюмый, тусклый огнь желанья.

Фёдор Иванович Тютчев

da “F. I. Tjutcev, Lirika”, Izdanie podgotovil K.V. Pigarjov. M., 1965

Senza di te tornavo… – Pier Paolo Pasolini

Foto di Dino Pedriali

 

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti,
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te e al mio fianco
c’è solo l’ombra.

E mi sarai lontano mille volte,
e poi per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Pier Paolo Pasolini

da “Tutte le poesie”, Volume 2, “I Meridiani” Mondadori, 2003

Dalla vita degli oggetti – Adam Zagajewski

Foto di Boris Smelov

 

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

«Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza» – Diego Valeri

Suchitra Bhosle, Grace, 2010

 

Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza
di braccia come ali, di mani come fiori,
tremar di palpebre basse, tenere labbra incolori,
capelli come un’erba bionda di sole e d’altezza.

Tu da così lontana lontananza venuta,
coi tuoi piccoli passi di smarrita fanciulla,
dentro la notte immensa e chiusa come il nulla,
a posar sul mio petto quest’angoscia tua muta.

Poi lenta levi il capo, e mi fissi negli occhi
gli occhi tuoi nudi, fondi, innamorati dentro,
e allora mi travolge la rapina d’un vento
di luce, e mi consuma come nuvola a fiocchi.

Diego Valeri

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967