«Accetterò la morte in tutte le sue forme» – Giorgio Manganelli

Foto di Kaveh Hosseini

 

Accetterò la morte in tutte le sue forme:
mi riconcilierò, già lo comprendo,
con il limite delle scatole di latta,
accetterò, gli sarò amico,
il durissimo mattone, le stagioni che muovono
il grembo delle donne.
Accetterò gli assensi ed i rifiuti
la donna consumata
la donna che rifiuta
le visioni a mucchio, senza senso,
l’affronto dei miracoli –
toccherò con grande pazienza
il mio corpo mediocre, l’onta delle membra,
notando i dolci segni
della mia consumazione –
deposta ogni ambizione astratta
mi conforterò nell’indulgenza
dell’amichevole peccato.

Giorgio Manganelli

’54-’55

da “Giorgio Manganelli, Poesie”, Crocetti Editore, 2006

Versi – Gottfried Benn

Foto di Luigi H. Perfetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se mai il nume, oscuro e inconoscibile,
in un essere è sorto ed ha parlato,
ciò fu solo nel verso poiché immensa
la pena dei cuori vi si è infranta;
i cuori van per gli spazi alla deriva
quando la strofa va di bocca in bocca,
sopravvive alle risse tra le genti,
alla violenza e al patto tra i sicari.

Cosí, i canti che un popolo ha cantato,
indiani, yaqui di parola azteca
vinti dall’avidità dell’uomo bianco,
vivono ancora come canti agresti:
«Su, bimbo vieni con le sette spighe,
vieni in catene, adorno delle giade,
il dio del mais innalza, per nutrirci,
la verga fragorosa e tu sei l’olocausto –»

Il grande soffio a colui che le sue vie,
rapito e soggiogato, offrí allo spirito,
inflato, efflato, apnea – alitazioni
di indiana penitenza e fachiria –
il grande Sé, il sogno del gran Tutto,
donato a chi in silenzio si consacri,
si conserva nei Salmi e nei Veda,
irride ad ogni fare e sfida il tempo.

Due mondi sono in gioco ed in conflitto,
e solo l’uomo è basso se tentenna,
non può vivere solo dell’istante
anche se egli è il frutto del momento;
il potere svanisce nella feccia,
laddove un verso costruisce i sogni
dei popoli e li sottrae alla bassezza,
eternità di suono e di parola.

Gottfried Benn

(Traduzione di Giuliano Baioni)

da “Poesie statiche”, “I Supercoralli” Einaudi, 1972

∗∗∗

Verse

Wenn je die Gottheit, tief und unerkenntlich,
in einem Wesen auferstand und sprach,
so sind es Verse, da unendlich
in ihnen sich die Qual der Herzen brach;
die Herzen treiben längst im Strom der Weite,
die Strophe aber streift von Mund zu Mund,
sie übersteht die Völkerstreite
und überdauert Macht und Mörderbund.

Auch Lieder, die ein kleiner Stamm gesungen,
Indianer, Yakis mit Aztekenwort,
längst von der Gier des weißen Manns bezwungen,
leben als stille Ackerstrophen fort;
«komm, Kindlein, komm in Kett’ und Jadestein,
der Maisgott stellt ins Feld, uns zu ernähren,
den Rasselstab und du sollst Opfer sein –»

Das große Murmeln dem, der seine Fahrten
versenkt und angejocht dem Geiste lieh,
Einhauche, Aushauch, Weghauch – Atemarten
indischer Büßungen und Fakire –
das große Selbst, der Alltraum, einem jedem
ins Herz gegeben, der sich schweigend weiht,
hält sich in Psalmen und in Veden
und spottet alles Tuns und trotzt der Zeit.

Zwei Welten stehn in Spiel und Widerstreben,
allein der Mensch ist nieder, wenn er schwankt,
er kann vom Augenblick nicht leben,
obwohl er sich dem Augenblicke dankt;
die Macht vergeht im Abschaum ihrer Tücken,
indes ein Vers der Völker Träume baut,
die sich der Niedrigkeit entrücken,
Unsterblichkeit im Worte und im Laut.

Gottfried Benn

da “Statische Gedichte”, by Peter Schifferli, Verlags AG «Die Arche», Zürich, 1948

Replicazioni – Piero Bigongiari

Foto di Michael Kenna

a L. M.

Vanno a pelo dell’acqua, misteriose
effimere pattinatrici, le idrometre
sfiorandone il lucido miraggio.
Quando, o dove, ti ho visto, specchio, infrangerti
di rimando a un raggio di sole? Dove
o quando piegano il capo le viole
che tutto in sé bevono, e s’inebriano,
fino a un profumo quasi luttuoso,
quel sole fino al suo più ombroso siero?

È già un profumo tra pensiero e oblio.
Tutto a metà, anche la tua bellezza,
terra, se tutto porta nel suo compiersi
a infrangersi, il principio nella fine.
Tutto resta tra i propri estremi incline
a una forza che erra dubitosa:
anche l’audacia della rosa, infine
corrosa dalla sua spinosa ebbrezza.

Terra di poca brezza, e di molto
e forse troppo doloroso amore,
se qualcosa si spezza, altro si leva
in te. Le quaglie che hanno pigolato
a lungo tra i tuoi steli si sollevano
pesanti verso i veli cinerini
dell’orizzonte. Quanto ha atteso è fonte
del suo passato? Era quanto sarà?

Non è stata, nel serico sarong,
la tua muta dolcezza a trattenermi,
troppo oltre la stagione di quei voli,
qui presso il fuoco ad alimentare
la lontananza d’ogni tua presenza?
Ora cieca tu giri nella stanza
della mia mente: non potrai vedermi,
né additarmi la porta e forse chiuderla
col tuo passo opimo di orientale.

Ti sostengo, non so dove portarti,
dove lasciarti. Quasi fosse il male
a contenere il proprio bene. È certo
che qualcosa congiunge disgiungendo.
Ma l’amore è tremendo ora sul fremito
che tu non puoi vedere
delle tue labbra, se le tue parole,
non sapendo dove io sono, mi parlano,
mi parlano, e parlano di me.

Piero Bigongiari

 25-27 marzo ’90

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992

Quei due abbracciati – Izet Sarajlić

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gottlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.

Izet Sarajlić

2000

(Traduzione di Sinan Gudzević  e Raffaella Marzano)

da “Qualcuno ha suonato”, Multimedia Edizioni, 2009

Il complice – Jorge Luis Borges

Jerry Uelsmann, Untitled, 1990

 

Mi crocifiggono e io devo essere la croce e i chiodi.
Mi tendono il calice e io devo essere la cicuta.
Mi ingannano e io devo essere la menzogna.
Mi bruciano e io devo essere l’inferno.
Devo lodare e ringraziare ogni istante del tempo.
Il mio nutrimento sono tutte le cose.
Il peso preciso dell’universo, l’umiliazione, il giubilo.
Devo giustificare ciò che mi ferisce.
Non importa la mia fortuna o la mia sventura.
Sono il poeta.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

∗∗∗

El cómplice

Me crucifican y yo debo ser la cruz y los clavos.
Me tienden la copa y yo debo ser la cicuta.
Me engañan y yo debo ser la mentira.
Me incendian y yo debo ser el infierno.
Debo alabar y agradecer cada instante del tiempo.
Mi alimento es todas las cosas.
El peso preciso del universo, la humillación, el júbilo.
Debo justificar lo que me hiere.
No importa mi ventura o mi desventura.
Soy el poeta.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, 1981