Nàufraghi – Antonia Pozzi

Nicolas Henri, Eternal, 2008

 

Nàufraghi sugli scogli
ognuno narra
a sé solo – la storia di una dolce casa
perduta,
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare –

Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.

Antonia Pozzi

19 dicembre 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

da «Le avventure perdute» – Alejandra Pizarnik

Maya Deren, in “Meshes of an Afternoon”, di Maya Deren, 1943

TEMPO

Io non so dell’infanzia
che un timore luminoso
e una mano che mi trascina
sull’altra mia sponda.

La mia infanzia e il suo profumo
di uccello accarezzato.

a Olga Orozco
LA NOTTE

Della notte so poco
ma di me la notte sembra sapere,
e piú ancora, mi assiste come se mi amasse,
mi ammanta di stelle la coscienza.

Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è nulla
e nulla le nostre congetture
e nulla gli esseri che la vivono.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nel vuoto enorme dei secoli
che ci graffiano l’anima coi ricordi.

Ma la notte conosce la miseria
che succhia il sangue e le idee.
Scaglia l’odio, la notte, sui nostri sguardi
che sa pieni di interessi, di incontri mancati.

Ma accade che la notte, ne senta il pianto nelle ossa.
Delira la sua lacrima immensa
e grida che qualcosa è partito per sempre.

Un giorno torneremo a essere.

DA QUESTA SPONDA
Sono pura
perché la notte che mi rinchiudeva
nella sua nerezza mortale
è fuggita.
W. BLAKE

Anche se l’amato
brilla nel mio sangue
come una stella collerica,
mi alzo dal mio cadavere
e attenta a non calpestare il mio sorriso morto
vado incontro al sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amica della morte.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “Le avventure perdute” (1958), in “Alejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

de «LAS AVENTURAS PERDIDAS» (1958)
TIEMPO

Yo no sé de la infancia
más que un miedo luminoso
y una mano que me arrastra
a mi otra orilla.
 
Mi infancia y su perfume
a pájaro acariciado.

a Olga Orozco
LA NOCHE

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.
 
Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.
Tal vez la noche es nada
y las conjeturas sobre ella nada
y los seres que la viven nada.
Tal vez las palabras sean lo único que existe
en el enorme vacío de los siglos
que nos arañan el alma con sus recuerdos.
 
Pero la noche ha de conocer la miseria
que bebe de nuestra sangre y de nuestras ideas.
Ella ha de arrojar odio a nuestras miradas
sabiéndolas llenas de intereses, de desencuentros.
 
Pero sucede que oigo a la noche llorar en mis huesos.
Su lágrima inmensa delira
y grita que algo se fue para siempre.
 
Alguna vez volveremos a ser.

DESDE ESTA ORILLA
Soy pura
porque la noche que me encerraba
en su negror mortal
ha huido.
W. BLAKE

Aun cuando el amado
brille en mi sangre
como una estrella colérica,
me levanto de mi cadáver
y cuidando de no hollar mi sonrisa muerta
voy al encuentro del sol.
 
Desde esta orilla de nostalgia
todo es ángel.
La música es amiga del viento
amigo de las flores
amigas de la lluvia
amiga de la muerte.

Alejandra Pizarnik

da “Las aventuras perdidas” (1958), in “Alejandra Pizarnik, Poesía Completa”, Lumen Barcellona, 2001

Il porto – Antonia Pozzi

Arnold Böcklin, Ruine am Meer, 1880

 

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

Antonia Pozzi

20 febbraio 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

«In lontananza c’è sempre qualcosa che sfugge» – Martina Blažeková

Martina Blažeková

Ho attraversato le dune dove si incurvano
Dove la sabbia secca si agitava nell’aria
E percorro il solido limite.
Seamus Heaney, “La donna della riva”

In lontananza c’è sempre qualcosa che sfugge.
Ho imparato a ignorarla.
I contenitori d’acqua vuoti picchiettano i polpacci.
La dura sabbia compattata si crepa come una roccia,
lì le brecce sono sinuose, franano all’interno.
L’acqua a volte frusta, distrugge il bordo terso.
Qui non ci sono boe, così mi piace.
L’acqua è infinita, senza contatto.
Si smuove come sabbia.

La sorgente sgorga dalla roccia vicino alle dune.
E sotto una poltiglia di particelle taglienti.
Ho raccolto l’acqua nei vasi,
le gocce fredde si travasavano sul mio avambraccio.
Si alzò la sabbia, frustò i polpacci, attaccandosi alla pelle umida.
Camminai fino al limite, fino al mare,
il ritorno attraversando il sole.

Martina Blažeková

(Traduzione di Antonio Parente)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIV, Aprile 2011, N. 259, Crocetti Editore

Shemà – Primo Levi

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

             Considerate se questo è un uomo
             Che lavora nel fango
             Che non conosce pace
             Che lotta per mezzo pane
             Che muore per un sì o per un no.
             Considerate se questa è una donna,
             Senza capelli e senza nome
             Senza più forza di ricordare
             Vuoti gli occhi e freddo il grembo
             Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

10 gennaio 1946

da “Ad ora incerta”, Garzanti Editore, 1984