Blues in memoria – Wystan Hugh Auden

Foto di Brett Weston

 

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

Wystan Hugh Auden

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore”, Adelphi Edizioni, 1994

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Funeral Blues

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crepe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.

Wystan Hugh Auden

da “Tell Me the Truth About Love: Ten Poems”, Vintage and Faber paperback, 1994

Speranza del bel tempo – Alfonso Gatto

 

L’acqua che non ha cielo
dal freddo in cui si stringe
ricolta sempre al velo
della riva che finge,

l’erba che non trattiene
il vento che la sfiora
e di se stessa sviene
fuggendo e trascolora,

ricordano la sera
nell’aria che si sfoglia
dai rami e la leggera
speranza alla sua spoglia.

Nel gracile filare,
e tenui dall’oriente,
s’indorano le rare
immagini del vento.

Alfonso Gatto

da “La memoria felice, 1937-1939”, in “Poesie, 1929-1941”, Mondadori, Milano, 1961

Una donna parla della sua vita – Anna Swirszczynska

Foto di Katia Chausheva

 

Un vento mi spinge per le strade,
vento, divinità del mutamento
dalle guance gonfie che soffiano.
Amo quel vento,
mi rallegro
ai mutamenti.

Vado per il mondo
in due o sola
e grati mi sono al tempo stesso
il desiderio e la sua morte
che si chiama appagamento.

C’è qualcosa di troppo in me.
Trabocco dalle mie sponde
come un lievito. Il lievito ha
un suo genere specifico di felicità.

Vado, sempre vado,
a volte si unisce a me un uomo.
Andiamo insieme,
lui dice che è fino alla morte,
poi si perde in un crepuscolo
come cosa senza importanza.

Vado sola,
poi nuovamente a una svolta
appare un nuovo compagno.

Vado, continuamente vado,
un vento mi spinge per le strade.
Sulle mie strade
soffia sempre il vento.

Anna Swirszczynska

(Traduzione di Giorgio Origlia)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXXI, Gennaio 2019, N. 344, Crocetti Editore

«Prima dell’ultima curva del giorno» – Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, foto di Dino Ignani

 

Prima dell’ultima curva del giorno
colgo delle parole con cui dormire:
nella sera esse riprendono
le vesti pesanti e accorte.
Il loro andare è misurato
e come mattoni allineati s’incastonano
nella bianca calce della pagina.
È un muro che scende dall’alto
il lento trascorrere del segno.
Non c’è finestra o spiraglio
ma preziosa e gremita
cura del fitto unire.
Vorrei fosse un’unica figura
la gemma che ancora dura e chiusa
il giardiniere stacca e si regala.

Valerio Magrelli

da “Rima palpebralis”, in “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1980

Saluto – Alessandro Parronchi

Foto di Anka Zhuravleva

 

E tu ti leverai libera un giorno
su queste strade e cercherai nel rosa
d’altre sere venienti una fanciulla
che ti somigli e replichi il tuo viso
nell’aria, le tue palpebre nel sole.

Mi sarà dato risentire i gridi
dell’antica città dove la chioma
illuminata germinò il colore
dell’ortensia, e sui labbri d’autunnale
vento percossi palpitar la voce
per te ancora di lacrime amorose.

Così al mondo passar senza parole
non potrai: per le foci delle stelle
questa notte risale e ogni altro lume
berrà. Presto con te saranno sole
l’ombre intente ai giardini, io senza vita

tornerò qui d’intorno ad alitare
dolce forse così come la neve
cade i freddi cortili, ai davanzali
delle case ove in quiete ombre s’avverano.

Alessandro Parronchi

da “I visi”, Ed. di Rivoluzione, Firenze, 1943