Un vestito di jersey rosa – Ted Hughes

Ted Hughes and Sylvia Plath in Yorkshire, UK, 1956, Ph. Harry Ogden

 

Nel tuo vestito di jersey rosa
quando nulla era ancora imbrattato
stavi davanti all’altare. Bloomsday.

Pioggia – e così un ombrello appena comprato
fu la sola parte del mio abbigliamento
con meno di tre anni di servizio.
La cravatta – unica, triste, nera, di ex aviere della RAF –
era il simbolo frusto di una cravatta.
La giacca di velluto a coste – tre volte ritinta di nero, stremata,
si teneva in piedi per miracolo.

Ero un genero di austerità, da dopoguerra!
Non proprio il Principe-Ranocchio. Forse il Porcaro
che rubava i sogni di pedigree di questa figlia
da sotto il suo futuro sorvegliato da torrette e riflettori.

Nessuna cerimonia d’arruolamento poteva spogliarmi
dalla mia uniforme. Indossavo tutto il mio guardaroba –
eccetto qualche capo di ricambio, identico.
Le mie nozze, come la Natura, volevano nascondersi.
Comunque, se dovevamo sposarci
era meglio farlo a Westminster Abbey. Perché no?
Il Decano ci spiegò perché no. Fu così
che seppi di avere una Chiesa parrocchiale.

San Giorgio degli Spazzacamini.
E alla fine in qualche modo ci sposammo.
Tua madre, coraggiosa anche in questo
azzardo degli Affari Esteri americani,
fece la parte di tutte le damigelle e di tutti gli invitati,
e persino, magnanima, rappresentò
la mia famiglia che non sapeva nulla.
Avevo invitato solo gli antenati.
Non avevo confidato il mio furto di te
nemmeno a un carissimo amico. Come testimone – scudiero
addetto ai temporanei anelli –
sequestrammo il sacrestano. Colmo dello scandalo:
stava caricando su un bus un gruppo di bambini
per portarli allo zoo – sotto quel diluvio!
Tutti gli animali della prigione dovettero pazientare
che fossimo sposati.
                                      Tu eri trasfigurata.
Così sottile e nuova e nuda,
un ramo oscillante di lillà bagnato.
Tremavi, singhiozzavi di gioia, eri profondità d’oceano
traboccanti di Dio.
Dicesti che vedevi aprirsi i cieli
e mostrare ricchezze, pronte a piovere su noi.
Levitato al tuo fianco, io ero soggetto
a uno strano tempo grammaticale: il futuro incantato.

In quel presbiterio feriale spoglio d’echi,
ti vedo
lottare per contenere le fiamme
nel tuo vestito di jersey rosa
e nelle tue pupille – grandi gemme sfaccettate
che scuotono le loro fiamme di lacrime, davvero come grosse gemme
agitate in una coppa di dadi e offerte a me.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

A Pink Wool Knitted Dress

In your pink wool knitted dress
Before anything had smudged anything
You stood at the altar. Bloomsday.

Rain – so that a just-bought umbrella
Was the only furnishing about me
Newer than three years inured.
My tie – sole, drab, veteran RAF black –
Was the used-up symbol of a tie.
My cord jacket – thrice-dyed black, exhausted,
Just hanging on to itself.

I was a post-war, utility son-in-law!
Not quite the Frog-Prince. Maybe the Swineherd
Stealing this daughter’s pedigree dreams
From under her watchtowered searchlit future.

No ceremony could conscript me
Out of my uniform. I wore my whole wardrobe –
Except for the odd, spare, identical item.
My wedding, like Nature, wanted to hide.
However – if we were going to be married
It had better be Westminster Abbey. Why not?
The Dean told us why not. That is how
I learned that I had a Parish Church.
St George of the Chimney Sweeps.
So we squeezed into marriage finally.
Your mother, brave even in this
US Foreign Affairs gamble,
Acted all bridesmaids and all guests,
Even – magnanimity – represented
My family
Who had heard nothing about it.
I had invited only their ancestors.
I had not even confided my theft of you
To a closest friend. For Best Man – my squire
To hold the meanwhile rings –
We requisitioned the sexton. Twist of the outrage:
He was packing children into a bus,
Taking them to the Zoo – in that downpour!
All the prison animals had to be patient
While we married.
                                   You were transfigured.
So slender and new and naked,
A nodding spray of wet lilac.
You shook, you sobbed with joy, you were ocean depth
Brimming with God.
You said you saw the heavens open
And show riches, ready to drop upon us.
Levitated beside you, I stood subjected
To a strange tense: the spellbound future.

In that echo-gaunt, weekday chancel
I see you
Wrestling to contain your flames
In your pink wool knitted dress
And in your eye-pupils – great cut jewels
Jostling their tear-flames, truly like big jewels
Shaken in a dice-cup and held up to me.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998

Solo licheni e tundra – Franco Buffoni

Peter Demetz, Bianconero, IV

 
Solo licheni e tundra

Tu intervenisti lì
All’imbocco della valletta
Dove ad un tratto muta la vegetazione:
Solo licheni e tundra
Per qualche ettaro,
Forse la lingua di ghiaccio profonda
Che formò il lago
Lì sotto non si è sciolta,
Resiste tra i detriti coi resti dei mammut.
Forse il tempo tiene lì la poesia.

In fondo al viottolo

Quando le distanze si contavano a giardini
Che mancavano per arrivare a scuola
C’era sempre una via Lazzaretto
Dalle nostre parti,
Che ancora non finiva
Contro il guard rail.

Se le due auto parcheggiate
Una dietro all’altra
In fondo al viottolo
Permangono, vuota la prima
Con due volti accosti di profilo nell’altra
Lentamente a inabissarsi…

Che cosa mai è il corpo?
Che cosa il seno
Con il suo rosso, il suo velluto
Le vene violette in controluce
Da micascisto a terra

Come se il mio cuore pompasse
Sangue annacquato,
Smisi di fissarti dopo.
Quando dalla bocca
Cominciarono ad uscire
Le parole che dicevo.

Un pioppo caldo

Sotto la punta del faro, legato a colorare,
Chinandomi come se stessi per baciare,
E tenendo il corpo come un cucchiaio
A oscillare dentro quel moto,
Un pioppo caldo sotto il livello del mare.

Verso la sorgente

Davvero il senso di scorrimento
Delle acque sotterranee
Lo indovini dalle strisce
Di verde più fitto
A ritroso verso la sorgente.
Me lo ripeto adesso che mi dico
Ce l’ho fatta, non può avere capito.
E dentro tremo come un libro al fuoco
Dell’Indice.

Una porta chiusa

Forzando a più non posso
– Se leale avrei perso –
La palla di servizio
Per sbilanciarti al gioco,
Costringerti cattiva.
O forse a scuola
La paura della dimostrazione
Che non sapevo a memoria.
Infine bastava una porta chiusa,
Qualche centimetro di legno scuro
A separare il ballatoio fuori.

Ma per ammirare quell’arrossamento
Delle cime al calare del sole,
Mi sia concesso ancora di esitare
Sulla soglia.

A casa tua, il tuo posto negli occhi.
E poi lavarci insieme
Ed asciugarci.
Come un prete con la cotta
Tu, l’accappatoio –
Roselline e fiori bianchi sulla carta da parati.

Taino d’inverno

E tetti cortili androni ballatoi
Mentre scendo al cancello,
Finestre insegne io che cammino.
Il colore quello di Taino d’inverno
Con le biciclette a due a due
Verso l’imbarcadero. L’anno il 1970,
Quello della lepre che attraversa a balzi
Il lato scoperto del canneto
Aspettando che il tuo braccio si alzi
A scacciare la notte.
A fare risorgere il rosso.

Rododendro

Come è esangue la Dufour¹ in questa aurora
Sulla montagna rosa
Mentre il primo raggio-laser la perfora
Tenendola ferma con il ghiaccio.
Lo piantammo assieme e adesso
Abita con me la conca
Il tuo fiore col ramo
Lo ritrovo in questa luce
Chinato sul respiro
A schiudersi scostandosi: peccato
Non si possa muovere, inscì bel…
E acuta è la smorfia di dolore
Rivolta intensamente al fiore.

Tu legno e io²

Come una preghiera per non violenti giorni
Dal lago si estendeva ai colli circostanti,
Sommergeva persino i già bisbigli
Emessi dai risvegli,
Era il cielo con due nuvole
L’emissione della voce
E a forma di labbra la pronuncia:
Tu legno e io poliuretano espanso.
Quando si dice i materiali antichi
Destinati a durare
E quelli innovativi…
Cercavamo il sesso della morte
Nelle pitture alpine. È maschio è maschio
Ricordo che scoprivo.

Franco Buffoni

da “Jucci”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

¹ Rododendro: Dufour, una delle cime del monte Rosa.
² Tu legno e io: nelle pitture alpine, dalle Pennine alle Carniche, come nel Nord Europa, la morte è raffigurata come un essere di genere maschile.

Cerco un segno tuo… – Pablo Neruda

Félix Vallotton, La lecture abandonnée, 1924

XLIII

Cerco un segno tuo in tutte l’altre,
nel brusco, ondeggiante fiume delle donne,
trecce, occhi appena sommersi,
piedi chiari che scivolano navigando nella schiuma.

D’improvviso mi sembra di scorger le tue unghie
oblunghe, fuggitive, nipoti di un ciliegio,
altra volta è la tua chioma che mi passa e mi sembra
di vedere ardere nell’acqua il tuo ritratto di fuoco.

Guardai, ma nessuna recava il tuo palpito,
la tua luce, la creta oscura che portasti dal bosco,
nessuna ebbe le tue minuscole orecchie.

Tu sei totale e breve, di tutte sei una,
così con te vo’ percorrendo e amando
un ampio Mississippi d’estuario femminile.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Cento sonetti d’amore”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

 XLIII

Un signo tuyo busco en todas las otras,
en el brusco, ondulante río de las mujeres,
trenzas, ojos apenas sumergidos,
pies claros que resbalan navegando en la espuma.

De pronto me parece que diviso tus uñas
oblongas, fugitivas, sobrinas de un cerezo,
y otra vez es tu pelo que pasa y me parece
ver arder en el agua tu retrato de hoguera.

Miré, pero ninguna llevaba tu latido,
tu luz, la greda oscura que trajiste del bosque,
ninguna tuvo tus diminutas orejas.

Tú eres total y breve, de todas eres una,
y así contigo voy recorriendo y amando
un ancho Mississippi de estuario femenino.

Pablo Neruda

da “Cien sonetos de amor”, Buenos Aires: Losada, 1960

Naufragi – Enrico Testa

Foto di Hengki Koentijoro

 

invece di spolverare i mobili
Virginia prende la porta
s’avvia verso i campi
arriva all’acqua
e, due grosse pietre in tasca,
cerca il naufragio
a pochi passi da casa.
Ma anche qui
nel buio che l’accoglie
– i pesci guizzanti
le alghe verde-marroni
la melma sul fondo –
brilla qualcosa
che dà luce al mondo

∗∗∗

a filo d’acqua intravedo
gli oleandri fioriti sulla riva
il porto tranquillo
le case sulla collina
il campanile della mia chiesa
i bagnanti di porcellana
illuminati dal sole.

Ma all’improvviso la scena appassisce
come un’eclisse.
Basta – gorgoglio mentre l’onda
mi schiuma in gola –
basta di tutto questo!
Non sentite quanta pena
si nasconde, ritrosa,
dietro l’idillio?

Allora – mi dico – meglio scendere
e scendere ancora nel profondo
sino a toccare l’ombra
vagante sola sul fondo…

∗∗∗

«ma io naufragio l’ho fatto davvero
– dice una voce da dietro –
tra Otranto e Othonoí
quando la notte il Da Noli s’inabissò
colpito da una motosilurante.
In mare petrolio e sangue
bidoni e lamenti
sotto grappoli di stelle
ironiche e indifferenti.

Al mattino ci raccolsero gli inglesi.
Ci aspettavano mesi e mesi
in un campo di prigionia in Puglia:
pane secco, gamelle di tè, ricordi di casa,
le stanche partite sul prato
e tante corse tristi dietro il reticolato»

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

Dati di fatto privilegiati – Hans Magnus Enzensberger

Michael Kenna, Railway Lines and Entry Building, Birkenau, Poland, 1992

 

È vietato dar fuoco a persone.
È vietato dar fuoco a persone che siano
      in possesso di un permesso di soggiorno valido.
È vietato dar fuoco a persone che si attengano
       alle disposizioni di legge e siano
       in possesso di un permesso di soggiorno valido.
È vietato dar fuoco a persone dalle quali
      non ci si aspetti che costituiscano una minaccia
per l’esistenza e la sicurezza della Repubblica Italiana*.
È vietato dar fuoco a persone che col loro comportamento
      non ne abbiano offerto motivo.
È in particolare vietato anche a giovani che, in carenza
      di offerte per il tempo libero, all’oscuro delle norme in materia
      e con difficoltà d’orientamento, siano psichicamente esposti,
      di dar fuoco a persone senza riguardo alla persona.
È fortemente sconsigliato per rispetto
      del buon nome della Repubblica Italiana.
È disdicevole.
È inconsueto.
Non dovrebbe diventare una regola.
Non è obbligatorio.
Nessuno è obbligato.
Non si può fare a nessuno una colpa se omette
      di dar fuoco a persone.
Ciascuno gode del diritto costituzionale di rifiutarsi.
Le istanze relative vanno dirette al competente
      Ufficio comunale.

Hans Magnus Enzensberger

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Chiosco”, Einaudi, Torino, 2013

     *Il proverbio tedesco «Wer A sagt, muss auch B sagen», corrisponde all’italiano «Quando si è in ballo, bisogna ballare». N. d. T.

∗∗∗

Privilegierte Tatbestände

Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, die im Besitz
      einer gültigen Aufenthaltsgenehmigung sind.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, die sich an
      die gesetzlichen Bestimmungen halten und im Besitz
      einer gültigen Aufenthaltsgenehmigung sind.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, von denen
      nicht zu erwarten ist, daß sie den Bestand und die
      Sicherheit der Bundesrepublik Deutschland* gefährden.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, soweit sie
      nicht durch ihr Verhalten dazu Anlaß geben.
Es ist insbesondere auch Jugendlichen, die angesichts
      mangelnder Freizeitangebote und in Unkenntnis der
      einschlägigen Bestimmungen sowie aufgrund von
      Orientierungsschwierigkeiten psychisch gefährdet sind,
      nicht gestattet, Personen ohne Ansehen der Person in
      Brand zu stecken.
Es ist mit Rücksicht auf das Ansehen der Bundesrepublik
      Deutschland im Ausland dringend davon abzuraten.
Es gehört sich nicht.
Es ist nicht üblich.
Es sollte nicht zur Regel werden.
Es muß nicht sein.
Niemand ist dazu verpflichtet.
Es darf niemandem zum Vorwurf gemacht werden, wenn
      er es unterläßt, Personen in Brand zu stecken.
Jedermann genießt ein Grundrecht auf Verweigerung.
Entsprechende Anträge sind an das zuständige
      Ordnungsamt zu richten.

Hans Magnus Enzensberger

da “Kiosk”, Suhrkamp Verlag GmbH, Berlin, 1995