Guerra di trincea – Milo De Angelis

Foto di Gabriele Basilico

 

Questa morte è un’officina
ci lavoro da anni e anni
conosco i pezzi buoni e quelli deboli,
i giorni propizi, la virtù
di applicarsi minuto per minuto e quella
di sostare, sostare e attendere
una soluzione nuova per il guasto.
Vieni, amico mio, ti faccio vedere,
ti racconto.

Tutto cominciò in una cameretta
con i regali e le candeline
che in un soffio spensero mio padre
fermo nella sua giacca per sempre
e un cerchio di puro niente mi assalì
in un solo attimo franò sul tavolo
e mi mostrò cento di questi giorni.

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…… nel 1967, dopo una lunga guerra
di trincea, dopo una guerra di metri
guadagnati e persi, iniziai
una trattativa con la morte.

Iniziai dunque a trattare, sì, a trattare
ma lei recalcitrava, negava la firma,
si dava per dispersa e riappariva sul più bello
nella vela di una carezza o nella voce
che indicava lassù un’orsa favolosa
era lei con un sapore di mandorle bruciate
iniettava nell’alba il suo buio primitivo.

Con la morte ho tentato seriamente
per un po’ è stata buona
ha rinunciato al suo impero universale
ha cominciato a muoversi caso per caso
ha lenito alcuni sussulti con il suo unguento
poi ha cominciato a intonare
una canzone cantata in re.

Con la morte ho cercato ancora
un patto, ma lei era astuta e discontinua
appariva nei traffici dell’amore,
diventava giallore e numero fisso
era il respiro e l’artiglio nel respiro
un’ora murata
galleggiava nel fradiciume della vasca.

Poi, di colpo, un lunedì di febbraio
tutto è tornato come prima… è uscita
dal suo feudo,
ha fatto incursioni, all’alba,
nella casella della posta, ha ripreso
la sua cerimonia incessante, ha diffuso
un canto di puro gelo
ha cercato proprio noi.

E ha cominciato a parlare,
quella figura plenaria,
come il capobranco della nostra fine
soffocava il lievito felice,
affondava con il piede la barca
infantile di due foglie
ci lanciava il suo avvertimento.

“Sarai una sillaba senza luce,
non giungerai all’incanto, resterai
impigliato nelle stanze della tua logica”

“Sarai la crepa stessa
delle tue frasi, una recidiva,
una voce deportata, l’unica voce
che non si rigenera morendo”

“Morirai invaso dalle domande
correndo contro vento a braccia tese
ricordando il tepore della sorridente
scaverai nella miniera dell’ultimo vederla
formerai a poco a poco la parola niente”

Ero divenuto ormai l’incarnazione
di ciò che perdiamo, in me si raccoglieva
tutto ciò che a poco a poco viene radiato
non prendevo più nota del giorno e dell’ora
mi assentavo
dall’antico fenomeno del mondo.

Nessuno, morte, ti conosce meglio di me
nessuno ti ha frugata in tutto il corpo
nessuno ha cominciato così presto
a fronteggiarti… tu nuda e ribelle alla farsa
delle preghiere… tu mi hai rivelato
il pungiglione delle ore perdute
e la malia di quelle che mi attendevano felici
e senza dio… in un’area di rigore… laggiù…
nel fischio micidiale del minuto.

C’era un oracolo sepolto
non capivo le parole
ma una viola bronzata e velenosa
entrava in quel momento freddo
in quel mormorio
di indizi e milligrammi
era la nostra orbita colpita
come una discordia
nel cuore della prima volta.

Non puoi immaginare, amico mio, quante cose
restano nascoste in una fine, non puoi
capire il pietrame triturato
che diventa la tua vita
eppure era bella, lo ricordo, era quella
che il vigore cosmico chiedeva, una giovinezza di frutteti,
l’arte suprema che mia madre augurava.

Non so, credimi, se riuscirò. Ascolta,
vienimi vicino, posso dirti che il sangue
zampilla scuro ma non riesco a cancellarmi
c’è un silenzio fatato che in me respira,
un sussurro di quaderni scritti a mano
e la parola precisa, dio mio, quella parola
che alla trincea della fine mostrò un frutto.

Ho cercato il punto fermo
che fissa un confine
e non lo supera
ma fu inutile: altri saliscendi
della mente, altre maree
travolsero il nostro puntaspilli,
ci gettarono nel sangue.

Vicino alla morte tutto è presente
non c’è infanzia né paradiso
tu cadi in un urlo segreto
e non parli
cerchi un arcano
e trovi solo materia, materia
che non trema e ti guarda impassibile
e avvicina muta i due estremi.

Ogni frutto ha un tremore
e da quelle antiche terre mi raggiunge
ora sono il precipizio di me stesso
e a poco a poco la vita
s’impiglia nella sua fine per sempre.

Sono in un segreto frastuono
sono in questo cortile d’aria
e ogni parola di lei violaciocca
mi fa pensare a ciò che sono
un povero fiore di fiume
che si è aggrappato alla poesia.

Milo De Angelis

da “Incontri e agguati”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

Figura – Cees Nooteboom

Paul Johnston, Hommage à Robert Mapplethorpe: Hibiscus

 

Il fiore d’ibisco non vive che un giorno,
stella di fuoco fugace nel contrasto
tra giardino e cielo, l’uomo all’interno un corpo
che si difende, come ogni fiore.

Quel che non sa: quanto tutto ciò sia vero.
È reale questa figura
seduta fuori all’ultima luce delle stelle,
che non vede il fiore, si brucia
alla fredda luce e nell’effimera
mattina raccoglie fiori
dalla terra nera e cede alla violenza
della luce del sole?

Il senso di lutto che si espande in lui
ricorda un amico, un’amicizia
che perde misura
tra tanto perire.

Chi sta lí seduto, un uomo o una poesia?

Il postino in camicia gialla arriva al cancello,
racconta il mondo, consegna la lettera
a un vivo, ignora lutto e anima.
Vede i fiori rossi per terra,
dice: farà caldo oggi,
svanisce poi nella luce

e in questa poesia.

Cees Nooteboom

(Traduzione di Fulvio Ferrari)

da “Luce ovunque (2012- 1964)”, Einaudi, Torino, 2016

∗∗∗

Figuur

De bloem van de hibiscus duurt een dag,
ster van kortstondig vuur in tegenspraak
van tuin en hemel, de man daarin een lichaam
dat zich weert, als elke bloem.

Wat hij niet weet: hoe waar dit alles is.
Is deze figuur wel echt
die in de laatste schijn van sterren buiten zit,
de bloem niet ziet, zich schroeit
aan het koud licht en in de tijdelijke
ochtend bloemen raapt van
zwarte grond en wijkt voor het geweld
van zonlicht?

De zin van rouw die in hem woekert
herdenkt een vriend, een vriendschap
die zijn maat verliest
tussen zo veel vergaan.

Wat zit daar nu, een man of een gedicht?

De postman in zijn gele hemd fietst tot het hek,
vertelt de wereld, geeft zijn brief af
aan een levende, weet niets van rouw of ziel.
Hij ziet de rode bloemen op de grond,
zegt het wordt heet vandaag,
verdwijnt dan in het licht

en dit gedicht.

Cees Nooteboom

da “Licht overal: gedichten”, Amsterdam: De Bezige Bij, 2014

Neve – Pierluigi Cappello

Illustrazione di Pia Valentinis

 

Nasce un sogno ad ogni fiocco
mentre sogni alla finestra,
te li porta lo scirocco
tutti insieme in un’orchestra.

È l’orchestra silenziosa,
è il silenzio della neve
che scendendo piano sposa
il tuo sguardo acceso e lieve.

Tutto tace e si fa notte
e dal manto delicato
fantasie sono tradotte
nel tuo sogno smemorato.

Pierluigi Cappello

da “Ogni goccia balla il tango”, Rime per Chiara e altri pulcini, Rizzoli, 2014

Un sogno – Anna Andreevna Achmatova

Portrait of Anna Akhmatova by Nathan Altman, 1941

 

Lo sapevo, mi stavi sognando,
non riuscivo per questo a dormire.
Un opaco fanale azzurreggiava
e mi indicava la via.

Tu vedevi il parco della regina,
col suo bianco, frondoso palazzo
e l’arabesco nero dei cancelli
agli ingressi sonanti di pietra.

Avanzavi ignorando la strada,
e pensavi: «Piú presto, piú presto,
o se solo arrivassi a trovarla,
a non destarmi prima di incontrarla».

Ed il guardiano delle belle porte
ti gridò dietro: «Dove vai?»
Scricchiolava, cedeva il ghiaccio,
sotto i piedi l’acqua nereggiava.

«Questo è il lago – tu pensavi −
sul lago c’è un isolotto…»
Ma nella tenebra d’un tratto
echeggiò un bluastro fuoco.

Svegliandoti al chiarore crudo
di un povero giorno, gemesti,
e per la prima volta
mi chiamasti forte per nome.

Anna Andreevna Achmatova

Carskoe Selo, 1915

(Traduzione di Michele Colucci)

da “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

сон

Я знала, я снюсь тебе,
Оттого не могла заснуть.
Мутный фонарь голубел
И мне указывал путь.

Ты видел царицын сад,
Затейливый белый дворец
И черный узор оград
У каменных гулких крылец.

Ты шел, не зная пути,
И думал: «Скорей, скорей,
О, только б ее найти,
Не проснуться до встречи с ней».

А сторож у красных ворот
Окликнул тебя: «Куда!»
Хрустел и ломался лед,
Под ногами чернела вода.

«Это озеро,— думал ты,—
На озере есть островок…»
И вдруг из темноты
Поглядел голубой огонек.

В жестком свете скудного дня
Проснувшись, ты застонал
И в первый раз меня
По имени громко назвал.

Анна Ахматова

Царское Село, 1915

da “Бег времени: стихотворения 1909-1965”, Сов. писатель, Ленинградское отд-ние, 1965

Euridice – Mariangela Gualtieri

Mariangela Gualtieri – photo Dino Ignani

«Perciò quando si scrive non si può mai essere abbastanza soli,  quando si scrive non si può avere mai abbastanza silenzio  intorno, la notte è ancora troppo poco notte».
Franz Kafka, lettera a Felice, 14-15 gennaio 1913.

Tu senti che vado lontano
in zone pericolose.
Potrei non fare ritorno –
restare sbalzata su quel fuoco
con veste incendiata rovinare
o perdermi nei deserti del cielo
sbandare sui ghiacci stesi
spericolarmi nei boschi e nelle radure
minacciose. Si è molto soli là
fra le alture e le fosse, nelle fermentazioni
nel pullulare appena di voci.
Slacciata da ciò che mi è noto
un po’ squilibrata nel vuoto.
Ci debbo ogni tanto tornare –
che qui c’è la parte migliore.
Di quella mi vesto ogni tanto
di rado. Ma tu non girarti a guardare.
Lasciami sola. Non farmi di sale.

Mariangela Gualtieri

da “Le giovani parole”, Einaudi, Torino, 2015