La notte bianca – Boris Leonidovič Pasternak

 

Un’epoca lontana in sogno mi riappare,
la casa nel quartiere Pietroburgo.
Figlia d’una modesta proprietaria della steppa
tu sei all’istituto, tu, nativa di Kursk.

Sei carina e hai molti ammiratori.
In questa notte bianca noi due insieme,
rincantucciati sul tuo davanzale,
guardiamo giù da questo grattacielo.

Il mattino ha lambito col suo primo tremito
i lampioni, come farfalle di gas.
Ciò che sottovoce vado raccontandoti
somiglia tanto alle lontananze addormentate.

E noi siamo in preda a una medesima
trepidante dedizione al mistero,
come Pietroburgo col suo panorama
che si stende oltre la Neva sconfinata.

Laggiú, lontano, dietro impenetrabili confini,
in questa notte bianca di primavera,
con uno strepito d’inni gli usignuoli
fanno echeggiare i limiti dei boschi.

Il frenetico trillo dilaga.
La voce del minuto, gracile uccellino
eccita all’entusiasmo e allo scompiglio
nella profondità della foresta incantata.

In quei posti, scalza viandante,
penetra la notte lungo lo steccato,
e dietro lei dal davanzale si trascina
l’orma del discorso origliato.

Fra gli echi di quel discorso sorpreso,
nei giardini recinti d’assicelle
i rami dei meli e dei ciliegi
si vestono d’un colore bianchiccio.

E, come fantasmi, gli alberi
si riversano bianchi in folla sulla strada,
facendo come cenni d’addio
alla notte bianca che cosí tanto ha visto.

Boris Leonidovič Pasternak

(Traduzione di Mario Socrate)

da “Il dottor Živàgo”, Feltrinelli, 1957

∗∗∗

БЕЛАЯ НОЧЬ

Мне далекое время мерещится,
Дом на стороне Петербургской.
Дочь степной небогатой помещицы,
Ты — на курсах, ты родом из Курска.

Ты — мила, у тебя есть поклонники.
Этой белою ночью мы оба,
Примостясь на твоем подоконнике,
Смотрим вниз с твоего небоскреба.

Фонари, точно бабочки газовые.
Утро тронуло первою дрожью.
То, что тихо тебе я рассказываю,
Так на спящие дали похоже!

Мы охвачены тою же самою
Оробелою верностью тайне,
Как раскинувшийся панорамою
Петербург за Невою бескрайней.

Там вдали, по дремучим урочищам.
Этой ночью весеннею белой
Соловьи славословьем грохочущим
Оглашают лесные пределы.

Ошалелое щелканье катится.
Голос маленькой птички лядащей
Пробуждает восторг и сумятицу
В глубине очарованной чащи.

В те места босоногою странницей
Пробирается ночь вдоль забора,
И за ней с подоконника тянется
След подслушанного разговора.

В отголосках беседы услышанной
По садам, огороженным тёсом,
Ветви Яблоновые и вишенные
Одеваются цветом белёсым.

И деревья, как призраки, белые
Высыпают толпой на дорогу.
Точно знаки прощальные делая
Белой ночи, видавшей так много.

Борис Леонидович Пастернак

da “Доктор Живаго”, 1957

Elegie – Franco Fortini

 By silted harbours, derelict works,
In strangled orchards, and the silent comb
Where dogs have worried or a bird was shot…
W. H. AUDEN

 

Sapessi

Sapessi il male che soffro, lontano da te, piangeresti.
     Ma non esser felice, se t’abbandoni, e vinci!

Quando per te patisco mi consola un’altra creatura:
     Suo è il pianto che odo in cuore, quando mi perdo in te.

∗∗∗

Di Natale

Dai tuoi vetri la neve riposa sui monti,
Tintinnano al cuore quieto campanelli di slitte.

Caldo al sole nella lana il tuo seno bambino
Senza amore riposa. Dunque fu facile, dimmi,

Tornare là, dove al mondo eravamo soli, dove
Posano bianchi i campi di giovinezza?

Ah non si crede soli, ma insieme, alle anime nuove:
Tu con i miei pensieri, io con la tua bellezza.

Cosí delle mie ore avare cresce il tuo giorno lungo
Dove obbediente aspetti senza piú ansia altra vita

Né sai ch’è il mio verso a recare nel pomeriggio antico
Un nastro di velluto alle tue dita.

∗∗∗

Di Porto Civitanova 

Qui mi condusse il lungo
Vaneggiare degli anni
Che ora lieto ora triste e sempre invano
Come un fanciullo mi volgeva.
                                                        I tempi
Passati, i tormentosi giorni, qui
Non mi dolgono piú; nuova discende
Ogni immagine e quieta.

E m’addormenta con soave suono
Ogni senso la musica continua
Dell’onde e il fiato dell’opaco mare
Che deserto scompare oltre le nebbie.

E deserta è la riva. I pescatori
Hanno lasciato sulla ghiaia tutte
Le barche e sono andati con le ceste
Colme di pesca che brillò nel sole
Bianco, stamani.
Ora alle antenne si lamenta il vento.

A questa riva mi ritrovo: stanco
Ma non deluso. Povero; ma basta
Che mi segga sul fianco d’una barca
A riparo dell’aria
Sibilante, perché le mie miserie
Dimenticando e il mio penoso andare
Tra i volti umani,

Come quando fanciullo oltre i miei colli
Aspettavo bramoso il primo raggio
Di sole, attenda ancora,
Ma senza affanno e solo mesto, un cenno
Un lume, un volo, una speranza, qualche
Voce che dall’opaco mare chiami.

∗∗∗

Di Maiano

Ora che dai gelati alvei dei fiumi
Ai pascoli deserti salirà
Novembre e ai fumi ultimi delle bàite;
Ora che il vespro eguali invetria i fuochi
Degli astri e i lumi della nemica città.

Non pregare per me felici i giorni
Che verranno. Pietà di noi non frena
Il vento che dall’alto
Affanna e serra in fitta ridda i gesti
Umani e sperderà
Come faville attimi gli anni, guerra
Alla esile gioia nostra, a quella
Ombra che a noi Amore educa breve.

Altre promesse aveva autunno, entro
Chiusi giardini, acque opache, e un’eco
Di fonte da ninfèi d’edera. Sempre
Parve e sparve un riposo, un alto e quieto
Regno deluse dove un’ora esistere
Senza rimorso. E presto ciò che avremo
Tanto amato dovremo abbandonare.

Viene inverno: una pena antica geme
Dentro i macigni dei duomi potenti.
Forse è il segno promesso – e non pregare
Felici i giorni vili, il sonno morto
Che ora grava la mia nemica città.
Tutta la notte si dovrà vegliare
Soli e vicini in ascolto
Del passo ancora lontano.

∗∗∗

Di Palestrina

Dalla grata dell’orto
La vite al muro spento.
Tocca una foglia il vento
Al ramo morto.

Vento di novembre
Borgo nuvoloso
Questo nostro riposo
Ora lo riconosco.

Fu quando disperai
Senza paura; fu
Quando non chiesi piú
Nulla al suo nome.

Non piegherà l’attesa
Qui dove so, dove solo ritorno.
Finché duri il mio giorno
Anima mia contesa

Ti resterò fedele.

∗∗∗

Sulla via di Foligno

Contento di me stesso… e un’altra volta
Visito i campi, il gioco antico e tristo
Dell’erba nuova, ripeto per nome

E le cose vicine e le lontane,
Chiuse per sempre, gesti che ritornano
Come gracili danze d’orologi.

(Grida, grida una voce
Altissima il suo nome).

∗∗∗

vice veris

Mai una primavera come questa
È venuta sul mondo. Certo è un giorno
Da molto tempo a me promesso questo
Dove tutto il mio sguardo si fa eguale
Ai miei confini, riposando; e quanta
Calma giustizia nel pensiero è in fiore
Quanta limpida luce orna il colore
Delle ombre del mondo. Ora conosco
Perché mai dagli inverni ove a fatica
Si levò questo esistere mio vivo
M’è rimasto quel nome, che mi scrivo
Su quest’aria d’aprile, o sola antica
E perduta e oltre il pianto sempre cara
Immagine d’amore mia compagna.

Franco Fortini

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

La sentenza – Anna Andreevna Achmatova

VII.

E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l’anima impietrisca,
occorre imparare di nuovo a vivere.

Se no… Oltre la finestra
l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta.

Anna Andreevna Achmatova

Estate 1939. Casa della Fontanka.

(Traduzione di Michele Colucci)

da “Requiem”, 1935-1940, in “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

***

VII.
ПРИГОВОР

И упало каменное слово
На мою еще живую грудь.
Ничего, ведь я была готова,
Справлюсь с этим как-нибудь.

У меня сегодня много дела:
Надо память до конца убить,
Надо, чтоб душа окаменела,
Надо снова научиться жить.

А не то… Горячий шелест лета
Словно праздник за моим окном.
Я давно предчувствовала этот
Светлый день и опустелый дом.

Анна Андреевна Ахматова

22 июня 1939, Фонтанный Дом

da “А. Ахматовой, Реквием”, Мюнхен: Т-во зарубежных писателей, 1963

Non mi stupisco – Marco Luppi

Rui Veiga, Light, 2015

 

Del paradosso della poesia
così come quello di ogni altra cosa
tanto invisibile
quanto più rilevante.

Dell’arroganza diventata
più contagiosa della tristezza.

Della critica senza consapevolezza,
delle vittime
che elogiano
la propria ignoranza.

Di uomini troppo stupidi
per notare donne intelligenti
e di donne troppo intelligenti
per farsi notare.

Di chi fa finta di niente
facendo finta di fare.

Del sottile filo
che intercorre
tra l’essere fortunato
e l’essere fottuto.

Dell’umana violenza
per gli esseri viventi
né del culto
dei suoi defunti.

Di un dio che uccide due volte
tutti i suoi devoti.

Di chi paga per essere salvato
da un prete,
da una prostituta
o da un clown.

Della volgarità del bene
e della mediocrità del male.

Dell’odio che unisce
molto più
di quanto l’amore
riesca a fare.

Dei rapporti che ciclicamente passano
dall’amicizia all’odio
per poi conquistare
l’indifferenza necessaria a ripartire.

Dell’intraprendenza di certi maghi
che usano il vostro
buco di culo dentato
al posto del cilindro.

Della pochezza sufficiente
a qualunque travestimento.

Degli oroscopi
che subito dopo i necrologi
sono le cose più autorevoli
riportate sui quotidiani.

Della mancanza di limite
che hanno certe facce.

Di chi vomita parole a spruzzo
e di chi non le smorza
spingendole giù fino in fondo,
fino a imprimersele dentro.

Ché nel giorno di Natale
ci si affeziona
anche alle proprie
inferriate.

Ma io non sono io. Non più.
Non posso concedermelo.
La lucidità e il disincanto
ancora non mi appartengono.

Marco Luppi

(Peter Sloterdijk – “Ogni discorso critico, cambia il cartellino del  prezzo”).

da “Dalla parte della radice”, Eretica Edizioni, 2016

Marco Luppi, Dalla parte della radice, Eretica Edizioni, 2016

L’amore – Friedrich Hölderlin

Emma Barton, The Soul of the Rose, c. 1905

3.

     Se, sconoscenti, in voi l’oblio si accresce
d’ogni amicizia; se spregiate i vostri
santi Poeti, — vi perdoni Iddio!
Ma venerate l’anima, sol essa,
degli Amanti, divina!
Perché, ditemi voi, qual altra ancóra
sussiste umana dignità, nei giorni
in cui tutti a servir costringe, iniquo,
un affanno servile? E il Dio trascorre
da gran tempo, per ciò, sui nostri capi,
imperturbato.
 

     Ma come ognora senza canti, gelido,
nell’inverno, prefisso, è triste il mondo:
e, tuttavia, dai bianchi prati, verdi
germoglian steli; e un solitario uccello
leva gorgheggi, non appena il bosco
a poco a poco si distende; e il fiume,
ecco, si muove; e una piú mite brezza
torna a spirare allo scoccar beato
di primavera,
un annunzio cosí di quel migliore
Tempo felice, in cui fidiamo, cresce
perfetto in sé, nobile e santo, fuori
dai ceppi duri delle bronzee glebe.
Cresce l’Amore. E lo creava solo,
paternamente, Iddio.
 

     Benedetta sii tu, pianta divina!
Ch’io ti coltivi col mio canto, mentre
del nettare celeste i forti succhi
ti van nutrendo, e ti matura il raggio
creatore di Dio! Cresci, e divieni
foresta immensa: un piú fervido mondo,
tutto sbocciato di fiorenti gemme.
E tu, linguaggio degli Amanti, sii,
di questa terra, la favella! E l’anima
di quei Beati entro le genti irrompa,
per divenirne il canto!

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche per Diotíma lontana”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

***

Die Liebe

Wenn ihr Freunde vergeßt, wenn ihr die Euern all,
        O ihr Dankbaren, sie, euere Dichter schmäht,
            Gott vergeb’ es, doch ehret
                   Nur die Seele der Liebenden.

Denn o saget, wo lebt menschliches Leben sonst,
      Da die knechtische jezt alles, die Sorge zwingt?
          Darum wandelt der Gott auch
                  Sorglos über dem Haupt uns längst.

Doch, wie immer das Jahr kalt und gesanglos ist
      Zur beschiedenen Zeit, aber aus weißem Feld
           Grüne Halme doch sprossen,
                Oft ein einsamer Vogel singt,

Wenn sich mälig der Wald dehnet, der Strom sich regt,
      Schon die mildere Luft leise von Mittag weht
           Zur erlesenen Stunde,
                 So ein Zeichen der schönern Zeit,

Die wir glauben, erwächst einziggenügsam noch,
      Einzig edel und fromm über dem ehernen,
           Wilden Boden die Liebe,
                 Gottes Tochter, von ihm allein.

Sei geseegnet, o sei, himmlische Pflanze, mir
      Mit Gesange gepflegt, wenn des ätherischen
            Nektars Kräfte dich nähren,
                  Und der schöpfrische Stral dich reift.

Wachs und werde zum Wald! eine beseeltere,
       Vollentblühende Welt! Sprache der Liebenden
              Sei die Sprache des Landes,
                    Ihre Seele der Laut des Volks!

Friedrich Hölderlin

da “Sämmtliche Werke”, Stuttgart: J.G. Cotta’scher Verlag, 1846