da «A te» – Giovanni Testori

Nicolas Henri, Eternal, 2008

 

Il sangue che disegna sulla lettera
il tuo nome,
la carne che domanda, per amarti,
d’essere ferita,
è l’ultima prova che ho
per non lasciarti,
l’ultimo pulsare della vita.

Se tu venissi qui
adesso che il giorno
finisce nella sera;
se tu avanzassi
come fa il cervo nella neve,
se tu m’amassi un po’ di più,
ti giuro,
non potrei,
non vivrei più.

La mia corona
potevi essere tu.
Ma eri troppo dolce,
forse eri troppo simile a un sogno,
forse eri troppo fine.

Così sei stato
la mia corona di spine.

Si adagia su di te la sera
si adagia su di me
la tua affranta, perseguita giovinezza.

Non ci sarà più bellezza:
se tu parti,
non ci sarà più salvezza.

Non piangere!
– mi dice la tua bellezza
ormai imprendibile e lontana –
lo sapevi anche tu
che non ci si poteva amare di più.

In pochi mesi
abbiamo percorso tutta la strada
che conduce alla croce.
Quando siamo arrivati a quel punto
il nostro amore non aveva più voce.

Giovanni Testori

da “A te”, 1972-73, in “Giovanni Testori, Poesie 1965-1993”, Mondadori, 2005

Ti guardo… – Giovanni Testori

Foto di Jonas Hafner

LIX

Ti guardo
mentre in silenzio t’assopisci
e con materna calma
sopra gli occhi ti bacio
e sui labbri che respirano
beati;
sei il mio bambino adulto
e delicato,
il diamante irraggiunto
e mai sperato.
Ti rasserena il volto
una gran pace;
e la carezza
con cui ti benedico
per l’amore
che ancora una volta m’hai donato
ti chiude come un nido,
una conchiglia,
un fiato.
Quante volte la mano nei ricci
t’ho passato
e l’ossa nell’amore
quante volte t’ho contato?
Ma la ferita
e il vuoto,
quando tu t’allontani
e via da me,
per non lasciarmi,
devi andare,
il vuoto,
chi, se non il tuo ritorno,
potrà mai colmare?

Giovanni Testori

da “L’amore”, Feltrinelli, Milano, 1968

Vicino a te… – Giovanni Testori

René Groebli, Auge der Liebe, Liegender Akt (Nr. 532), 1952

XXIV

Vicino a te,
le braccia sul marmo del tuo petto,
il ventre stanco e grigio
sulla tua schiena dolce…

Ti sento respirare;
indovino dai battiti
il tragitto,
la letizia e cadenza dei pensieri.

Morire, a poco a poco,
– ti dico senza voce –
di questa vita tua;
rigenerare in te
la mia sconfitta;
fare del mio pensoso dubbio
la tua ardita,
lucente sicurezza.

E la tua schiena è lì;
la bacio;
la ricolmo di saliva;
specchio diventa e fiore
del mio cieco,
inutile dolore.

Giovanni Testori

da “L’amore”, Feltrinelli, Milano, 1968