«L’enorme solitudine delle stelle» – Daniele Piccini

Foto di Nicholas Buer

 

L’enorme solitudine delle stelle
somiglia forse a quella
d’uomini alla deriva.
Si guardano negli specchi e attaccano
la carica del giorno
senza un soldo di fede nelle mani.
Come stanno vicine
le creature infinite e miserevoli
a queste solitudini,
come parlano chiaro,
come sussurrano accostando il muso.
E cosa stanno per dire con gli occhi
abbandonati, persi come stelle
nella ragnatela dell’universo?
Cosa vogliono dire?
Si scioglierà la lingua,
si scioglierà, e saranno le stelle
della nostra pazienza.

Daniele Piccini

da “Inizio fine”, Crocetti Editore, 2021

Il martin pescatore – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

As kingfishers catch fire…
G.M. HOPKINS

Vidi il martin pescatore in volo sul pelo del mare,
un volo retto come la vita di Euclide, retto e violento,
lo vidi esplodere, all’improvviso, della pienezza dei colori,
vedevo il selvaggio fuoco del mondo
abbracciarne le ali, ma il fuoco non uccideva, voleva
che quel proiettile iridescente tendesse in salvo
alla riva rocciosa, al nido lì nascosto;
si scopre che la fiamma può essere anche
riparo, dimora, dove i pensieri
ardono senza essere annichiliti,
una prigione che ci libera dall’indifferenza,
dall’osservazione estiva di un pomeriggio indolente,
un possente ossimoro,
a volte anche una poesia,
quasi un sonetto.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Zimorodek

As kingfishen catch fire…
G.M. HOPKINS

Zobaczyłem jak zimorodek w locie tuż nad powierzchnią morza,
locie prostym jak życie Euklidesa, prostym i gwałtownym,
wybucha nagle pełnij kolorów, widziałem jak dziki ogień świata
ogarnia jego skrzydła, lecz nie zabija tylko sprawia,
że ten tęczowy pocisk bezpiecznie zmierza
do skalistego brzegu, do ukrytego tam gniazda;
okazuje się, że płomień może być także
schronieniem, mieszkaniem, w którym
myśli płonę lecz nie zostaję unicestwione,
więzieniem, które wyzwala nas od obojętności,
od letniej obserwacji leniwego popołudnia,
potężnym oksymoronem,
niekiedy także wierszem,
nieomal sonotem.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

O assorti occhi – Jiří Orten

Jerry Uelsmann, Undiscovered, 1999

 

O assorti occhi – occhi al di là degli occhi
occhi altri, dei quali lo sguardo non commuove
voi della fede cugini remoti dalla luce
voi per i quali balsamo è ciò che non si sana
voi spie di amori con tutti i loro niente
voi che nel tempo della gioia gemevate
voi prima della morte già dalla morte presi
voi che sfuggite le poesie e le ragazze
voi foglioline piccole streghe gentili
che scovano i portelli segreti dell’androne

O assorti occhi – occhi al di là degli occhi
con voi contemplare i seni di un amante
con voi dissimularli con voi sognare di loro
voi risoluti per sempre a fare muta ogni voce
voi risoluti per sempre a non vedere piú
voi unici voi vaghe iridi
voi che sapete con la sapienza di Dio
di un cuore assetato
che l’aver sete è come un eterno inverno
o assorti occhi – occhi al di là degli occhi

 Jiří Orten

1. 3. 1939.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Ó oči civící

Ó oči civící ó oči za očima
vy druhé jejichž pohled nedojímá
vy sestřenice víry světlu vzdálené
vy jejichž balzámem je nezahojené
vy vyzvědačky lásek s jejich mály
vy jež jste při radostech naříkaly
vy smrtí dávno před zemřením jaté
vy které od dívek a básní utíkáte
vy lupínky vy vědmy přítelkyně
nalézající tajná dvířka síně

Ó oči civící ó oči za očima
vámi se zahledět na ňadra milenčina
vámi je nespatřit a vámi o nich snít
vy navždy odhodlané nezahovořit
vy navždy odhodlané neviděti více
vy jediné vy krásné zřítelnice
vy které víte jako Bůh to ví
o jednom srdci které hladoví
že hladovění je jak věčná zima
ó oči civící ó oči za očima

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

«Felice chi è diverso» – Sandro Penna

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Sandro Penna

da “Appunti”, 1938–1949, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1987

Due nel crepuscolo – Eugenio Montale

Foto di Emmanuel Sougez

 

Fluisce fra te e me sul belvedere
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.
                                       Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene

Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali.

                                       … le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi: fuorché due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate,
di un sorriso.

Eugenio Montale

da “La bufera e altro”, 1956, in “Tutte le poesie”, I Meridiani  Mondadori, 1984