CERN – Davide Rondoni

Laetitia Casta by Dominique Issermann

 

Da che punto dell’universo
si sono chiamate nella tenebra
le nubi luminose di galassie per iniziare
a immaginare il tuo viso dove non c’era
immagine ancora

da quale
improvviso silenzio delle orbite musicali
del non tempo
ha iniziato a venirmi incontro
il tuo sorriso, il corpo carillon –

e da quale sperduto scambio di inchini di stelle
nell’istante della loro esplosione e morte
ha iniziato a venire verso di me
la tua delicatissima figura, la linea dolce
e dura della tua concentrazione

Era mattino? Era sera? Dov’era
il treno che prendesti, la mia voce rotta di poesia, dov’era
quella città bianca nella mappa del non universo ancora?
Era già vita, o era già la sua
nostalgia?

Ti crea e mette a mio imperio
la natura, e il vento che via le traversa lo sguardo
amore in tutto l’anticipo tutto il ritardo
appari sulla mappa del pianto dei millenni

ti affina la energia libera degli elementi, la malinconia
primordiale di forze indenni
il loro unirsi nel rischio del vivente,
in una cosa chiamata
“ecco è, così
sia”

– che destino sono i miei occhi per vederti

che appuntamento hanno preparato le prime
collisioni della vita con la vita
per la carezza che ora meravigliato
avvicino al tuo viso

ho al braccio tutti i nastri e gli sciami
di pianeti e astri

da dove vieni, creatura così di continuo creata
nell’aria fino a qui dall’inizio tremata

Davide Rondoni

da “La natura del bastardo”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016

«Bambina! Se gli occhi» – Velimir Chlèbnikov

Ellen Auerbach / Grete Stern – Klärchen, 1931

 

Bambina! Se gli occhi sono stanchi d’esser larghi,
se acconsentite a chiamarmi « fratello »,
io, occhicèrulo, giuro
di tener alto il fiore della vostra vita.
Vedete, io sono cosí, sono caduto da una nuvola,
molto male mi hanno arrecato
perché ero diverso,
non affabile sempre,
non amato in ogni dove.
Se vuoi, saremo fratello e sorella,
del resto già siamo in una libera terra liberi uomini,
facciamo noi stessi le leggi, le leggi non vanno temute,
e plasmiamo l’argilla delle azioni.
Lo so, siete bellissima, fiore dell’azzurro,
ed io d’improvviso sto bene,
se parlate di Soči
e gli occhi soavi si allargano.
Io, che a lungo ho di molto dubitato,
d’un tratto ho creduto per sempre
che è vano per un taglialegna spaccare
ciò che fu là preordinato…
Molte parole superflue noi schiveremo.
Semplicemente servirò messa per voi,
come un sacerdote capelluto dalla lunga criniera:
di bere i rigàgnoli azzurri della purezza
e dei nomi terribili noi non avremo paura.

Velimir Chlèbnikov

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

13 settembre 1921.

da “Poesie di Chlébnikov”, Einaudi, Torino, 1968

L’ultimo aprile bianco – Giuseppe Conte

Michael Kenna, Nine Birds, Taisha Shrine, Honshu, Japan, 2001

                                                         
                                                         a Luciano Anceschi
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger di folle
di voci…
                                                       E. Montale 
Interminabile era la carovana e interminabile la ricerca. Come in un miraggio le lucenti pepite d’oro erano sempre davanti a loro. Guadarono paludi velenose, perforarono montagne, attraversarono sabbie ardenti, costruirono ponti naturali e artificiali, eressero città nel giro di una notte, compressero il vapore, imbrigliarono cascate, inventarono la luce artificiale, sterminarono microbi invisibili, scoprirono come spostare merci senza toccarle né muoverle, crearono leggi e codici in tal numero che orientarsi in mezzo a loro è più difficile che per un marinaio contare le stelle. A qual fine, a qual fine? Chiedetelo all’indiano che siede e osserva, che aspetta e prega per la nostra distruzione.
                                                                                                                    H. Miller

Aprile che ritorna e che consuma nei
giardini di ginestre e di acanti, nei
voli di passeri invisibili e nei calendari
aprile che sgretola che versa dalle tiepide

foci le nuove nuvole – sulle
sue carte antiche ridisegna
le rotte per le mille chiglie dorate – che
si posa in questa piega della cadente

Europa su scalinate bianche palmizi e acquitrini, che
mescola i ricordi e i desideri, fu detto, e dà
il mal di capo. Ma ora flotte muovo-
no senza aver mai toccato porti, alzano

vele galeoni volanti, non sanno che
bandiera battono: sconosciuti traversano
– non hanno più piedi del vento, degli scirocchi – le
piazze, le automobili in sosta, i palazzi in

fila le porte dei caffé aperte i pome-
riggi i volti degli uomini e cupole
grigie: i cani abbaiano dai cancelli.
Abbiamo scavato le montagne, gettato i ponti, che

cosa sarà domani di noi? Aprile sa
ritornare, ora consuma, imbeve i giorni come
l’acqua fa della sabbia morta spinge i
cespugli di margherite ad affiorare e alzare

fitte ingigantite corone, oggi le ho guar-
date io che non posso più crescere, io oggi, io
sguardo, io pietra, non ancora e già pietra, che
dovrò imparare a tornare e non

sarà facile, e dovrò uccidere, forse: dovrò
non saper guardare: fluisce, distrugge e
dona il dio zoppo del sole, i suoi diadochi, i
diademi. Aprile che non è contempo-

raneo, che sulle sue carte antiche ridi-
segna le rotte per le mille chiglie di
fiori «non posso più, c’è fame
di vita, di sorrisi da spendere, di gioia»

che uccide le madri, diventano di sale e
sin dai tempi dei vulcani imperanti ruba al
seme i futuri, sa che brucia, che è lava, che
diventa il mare di meduse, io medusa, quello

prima che il mattino fosse acceso ed era
sempre il mattino, io mattino, prima che
amare fosse amare in due, amare il dio, io
dio, fare seccare gli alberi, spegnere i fischi i

flauti che si dovevano suonare e

distruggere

«E intanto i nostri desideri ci cercano
spietatamente dentro i marciapiedi affollati»
aprile lungo i fuochi del viale Sarca, di via Arbe, aprile
che è aprile, che fende sopra i

volti le labbra e le ciglia, che sgretola
che a folate fa praterie dove erano i palazzi in
fila laghi dove in montagnole si stipavano i
rifiuti, aprile che è il poema, che tradisce,

che ci dona canoe e cavalli veri
mentre si muore: che getta gli occhi sui davan-
zali: crescono improvvisi i fiori dei ciliegi, dove
l’erba è a ciuffi schiacciati e i lunghi ghiacci sono

sciolti il verde vaga come un serpente: le
labbra sono umide ora, ora le ciglia tremano,
volano e cadono gli sguardi, si seppelliscono nelle
crepe dei muri: il piacere è debole

«ora tra sconosciuti ci si potrebbe amare per le
strade, venire insieme» è perdere, è tornare dove non si
può tornare: mettere i diademi: non vo-
ler più avere né essere: è il richiamo

delle conchiglie, dei corni, delle sirene
prima del mondo: il richiamo dei gufi dal
ciuffo «hu hu, e he tha!… da vaste
lontananze tu senti il grido del papavero

selvaggio che vuole sbocciare»: il sangue: mani
tese ad attendere la pioggia sono già piogge, i
piedi alti sugli alluci fradici: non
amare, non sapere, non saper

guardare. È già aprile, ancora un aprile

bianco

I galeoni stranieri veleggiano verso queste
rive affondate dalle profezie, non
parlate: sono le pietre ad avere l’anima, le voci
di pietre d’oro, delle montagne d’oro: un

canto c’è ancora oltre il vento che
rovina tra la barriera delle palme lucide e polve-
rose: un sogno fiorisce ancora in basso dove
non si poteva credere ad altre fioriture, un

pino marittimo piegato da tempeste
arcaiche generò le albe: le albe le
danze: non parlate di questo aprile: aprile che è il
poema, che tradisce, che ci dona

canoe e cavalli veri mentre si muore:
fluisce distrugge e dona il sole, i suoi diadochi, i
diademi: io per imparare a morire: imparare a
ridere occorre ora, a distruggere, e a

tornare

Giuseppe Conte

da “L’ultimo aprile bianco”, Società di Poesia, Milano, 1979

C’è calore da te… – Jiří Orten

 

C’è calore da te, ah qui poter dormire,
nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.

Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine,
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso e entri nella musica.

Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
essere pronto per sempre, finito essere – e avere.

Avere, avere almeno, almeno quel che è piú fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser piú taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.

Essere morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sí, cosí proprio, cosí pienamente e totale,
e non vedere piú niente che abbia nome di foglia.

Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire,
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.

Jiří Orten

25. 11. 1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

U tebe teplo je…

U tebe teplo je, ach, to by se to spalo,
hluboko do prachu ponořil bych se rád,
z lítosti lijáků by tiše odkrápalo
vše nahé na těle, ten zubožený akt.

Oslepnout do světla v utuchajícím zpěvu!
Cítím již na patře sám samet samoty,
který mne opíjí a volá na prodlevu,
aby se nebála a vešla do noty.

Být mrtev, tatínku, nikomu nenáležet,
neslyšet dupání, nemyslet, necítit,
být mrtev, se sebou jen nevýslovně ležet,
být navždy připraven, být dokončen a mít.

Mít, míti aspoň to, aspoň to nejvěrnější,
svou volnou nicotu, snít, že se rozkládá
na krásné kostečky, být sám, být zamlklejší,
být přesně uprostřed, být čas, být zahrada.

Být mrtev pro ženy, být mrtev pro přátele,
být mrtev pro úzkost, být mrtev pro mrtvé,
být, ano, takto být, tak úplně a cele
a neviděti nic, co lupením se zve.

Ach, tolik tepla máš, u tebe by se spalo,
hluboko do prachu rád bych se ponořil,
z lítosti lijáků by tiše odkrápalo
štěstí, jež trpělo pro neviděný cíl.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Amicizia – Vincenzo Cardarelli

Nina Leen, Joan Patchett, Life, 1949

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

Vincenzo Cardarelli

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1948