A Varsavia – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz, foto di Marek Śmieja

 

Che fai, poeta, sulle macerie
Della cattedrale di San Giovanni,
In questa calda giornata di primavera?

Cosa pensi qui, dove il vento
Che soffia dalla Vistola sparge
La rossa polvere delle rovine?

Hai giurato che mai saresti stato
Una prefica.
Hai giurato che mai avresti toccato
Le grandi ferite del tuo popolo,
Per trasformarle in santità,
La maledetta santità che perseguita
Nei secoli seguenti i posteri.

Ma questo pianto di Antigone
Che cerca il fratello
Oltrepassa davvero la misura
Della sopportazione. E il cuore
È una pietra, dove come un insetto
È racchiuso l’amore oscuro
Per la più disgraziata delle terre.

Non volevo amare tanto,
Non era questa la mia intenzione.
Non volevo impietosirmi tanto,
Non era questa la mia intenzione.
La mia penna è più leggera
Di una piuma di colibrì. Questo peso
Non è per le mie forze.
Come posso abitare in un paese
Dove il piede urta le ossa
Insepolte di chi ti fu più caro?
Odo voci, vedo sorrisi. Non posso
Scrivere niente, perché cinque mani
Mi afferrano la penna,
E mi ordinano di scrivere la loro storia,
La storia della loro vita e della loro morte.
Sono forse stato creato
Per diventare una prefica?
Io voglio cantare i festini,
I boschetti gioiosi dove
Mi conduceva Shakespeare. Lasciate
Ai poeti un istante di gioia,
O perirà il vostro mondo.

È una follìa vivere così senza sorriso
E ripetere due parole
A voi rivolte, o morti,
A voi, cui spettava
Allegrezza
Di gesti pensieri e corpo, di canti e banchetti.
Due parole salvate:
Verità e giustizia.

Czesław Miłosz

1945, Cracovia

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Salvezza”, in “Czesław Miłosz, Il castigo della speranza”, All’insegna del pesce d’oro, 1981

Mille copie numerate – Copia N. 39
Avvertenza: Per i testi originali delle poesie qui pubblicate abbiamo seguito l’edizione americana dell’opera poetica di Milosz Utwory poetyckie. Poems, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor 1976.  (Pietro Marchesani)

∗∗∗

W Warszawie

Co czynisz na gruzach katedry
Świętego Jana, poeto,
W ten ciepły, wiosenny dzień?

Co myślisz tutaj, gdzie wiatr
Od Wisły wiejąc rozwiewa
Czerwony pył rumowiska?

Przysięgałeś, że nigdy nie będziesz
Płaczką żałobną.
Przysięgałeś, że nigdy nie dotkniesz
Ran wielkich swego narodu,
Aby nie zmienić ich w świętość,
Przeklętą świętość, co ściga
Przez dalsze wieki potomnych.

Ale ten płacz Antygony,
Co szuka swojego brata,
To jest zaiste nad miarę
Wytrzymałości. A serce
To kamień, w którym jak owad
Zamknięta jest ciemna miłość
Najnieszczęśliwszej ziemi.

Nie chciałem kochać tak,
Nie było to moim zamierem.
Nie chciałem litować się tak,
Nie było to moim zamiarem.
Moje pióro jest lżejsze
Niż pióro kolibra. To brzemię
Nie jest na moje siły.
Jakże mam mieszkać w tym kraju,
Gdzie noga potrąca o kości
Niepogrzebane najbliższych?
Słyszę głosy, widzę uśmiechy. Nie mogę
Nic napisać, bo pięcioro rąk
Chwyta mi moje pióro
I każe pisać ich dzieje,
Dzieje ich życia i śmierci.
Czyż na to jestem stworzony,
By zostać płaczką żałobną?
Ja chcę opiewać festyny,
Radosne gaje, do których
Wprowadzał mnie Szekspir. Zostawcie
Poetom chwilę radości,
Bo zginie wasz świat.

Szaleństwo tak żyć bez uśmiechu
I dwa powtarzać wyrazy
Zwrócone do was, umarli.
Do was, których udziałem
Miało być wesele
Czynów myśli i ciała, pieśni, uczt.
Dwa ocalone wyrazy:
Prawda i sprawiedliwość.

Czesław Miłosz

                                                             1945, Kraków

da “Ocalenie”, 1945, in “Czesław Miłosz, Utwory poetyckie. Poems”, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor, 1976

Elegia di Portland Road – Cristina Campo

 

Cosa proibita, scura la primavera.

Per anni camminai lungo primavere
più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia
l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano, tremano come navi
pronte all’addio…

                          Cosa proibita
scura la primavera.

Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
così leggeri che già sono quasi assenti.
Che cosa non è quasi assente tranne me,
da così poco morta, fiamma libera?

(E al centro del roveto riavvampano i vivi
nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
come tu ancora li implori).

Cristina Campo

da “Poesie Sparse”, in “Cristina Campo, La Tigre Assenza”, Adelphi Edizioni, 1991

«Ci sono le tende» – Chandra Livia Candiani

Galina Lukyanova, from the series House-1, 1981-1982

 

Ci sono le tende
e le lenzuola
il bicchiere
la menta alla finestra
c’è la sedia
e c’è la stuoia
e dentro a tutto
c’è quel lieve
danzare di molecole
quella luce vispa
che brilla
e fa capriole
nei vuoti vivi
di ogni cosa
e fa dell’aria
sbigottita
amore.

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

(Dediche) – Adrienne Rich

Wynn Bullock, Nude Behind Cobwebbed Window, 1955

 

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.           So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.             So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.             So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Da Un atlante del mondo difficile, 1991

da “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

XIII (Dedications)

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour.            I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet.            I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age.             I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else left to read
there where you have landed, stripped as you are.

Adrienne Rich

1990–1991

da “An Atlas of the Difficult World (1988 – 1991)”, W. W. Norton & Company, 1991

Il labirinto è nella trasparenza – Piero Bigongiari

Sergio Larrain, Italia, Sicilia, 1959

 

Volterai dove non si può voltare,
ritroverai il mare e le sue spine,
ti pungerai allo spruzzo dei fiori.

Tale disse il vento all’ignaro fanciullo
che credeva le strade e la sua casa
fatte per lui, immobile disegno
dove la sua mobilità fosse quella del vento,
la folata e lo spavento delle cose che ritornano su se stesse
come il panno che sventola e si asciuga
o la vela che il boma indirizza
là presso alla tuga schiaffeggiata dal sole
dopo che esso ha appena mormorato
il nome incomprensibile d’un marmorato evento:
l’angolo speronante d’una via,
il gradino inesplorato dell’amore,
persino la moneta che ha lasciato
un povero cadere dalla tasca bucata
e che tu hai raccolto, di cui fosti
ricco per un istante trafugato
prima di riconsegnarla alla sua mano tremante.

Ma il labirinto è nella trasparenza:
muta siepi, mura, meta; muta il nemico e l’amico;
è appena sopra l’occhio la sua distesa invisibile
che tu costruisci voltando dove si deve voltare,
ma le sue giravolte, come quelle del mare,
tornano su se stesse, insabbiano le fiumare,
– ricordi come il vento marezza il fiume
che sembra risalire alle sorgenti? –,
seccano lo spino dell’occhio che fiorisce di oscuri petali
morbido come il seno di chi ti attende,
il suo profumo di fiore ancora sulla pianta.
È solo nella morte l’incostruito, l’incostruibile,
anche il mito è un piccolo riso che frizza sulla sua bocca senza labbra.
Sarà là che potrai come se tu andassi diritto camminare in ogni direzione?

Si dissalda la fede per essere troppo simile all’incredulità,
il garrulo ritorno d’un gorgheggio
cerca nel nome il labirinto, o peggio,
il senso invalicabile, ma fu,
esso non altro fu che il duro seggio
dove sedeva Nessuno che credeva,
mentre narrava la sua oscura favola,
d’essere visto, d’essere seguito
nella sua avventura da quell’occhio
che solo attende il suo avvicinarsi
come lo sguardo che null’altro vede
che ciò che rende: quell’occhio divino
prestato a Nausicaa, al peccato
del desiderio occulto fra gli sterpi.
Ma tu, il nascosto, sciogli dalle bende
il braccio anchilosato dal suo troppo
indicare soltanto in ciò che è stato
quello che non è stato e che sarà,
nel mare troppo aperto l’impossibile
dell’avventura, o ciò che l’avventura
rende, pel suo troppo probabile, impossibile.

Ti ho amato troppo, vita, ora per dirti
che sono stato in te un fanciullo e un uomo,
s’io sono stato quello che non ero
per essere più tuo, e un po’ meno
vero per essere più vero. È,
è del cristallo il frantumarsi in luce
come si perse in tenebrìa il grido
sacrificato, lucentezza ultima
su una china che trema: altro non ha
che la sua instabilità, dove cammina
chi non sa quel che ha visto né ha visto
quello che ha creduto di sapere.

Erano invano desolati i monti,
i prati, l’avvenire. I piedi alzati
da terra sanguinavano per te
che ne cercavi ancora i prati, le erbe,
i conigli selvatici, le cerve
che guardavano alzarsi alati in volo,
il suolo ricordarsi ch’era solo
la traccia d’un cammino: il tuo, o di chi?

Piero Bigongiari

22-23 maggio ’86

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992