«Mi rinchiudono nella prosa –» – Emily Dickinson

[613]

Mi rinchiudono nella prosa –
come quando da bambina
mi mettevano nello stanzino –
perché mi preferivano «tranquilla» –

Tranquilla! Avessero potuto sbirciare –
vedere come frullava – la mia mente –
Potevano con simile astuzia chiudere un uccello
a tradimento – nel recinto –

Basta che lui lo voglia
e libero come una stella
guarda dall’alto la prigionia –
e ride – Io non facevo altro –

Emily Dickinson

(Traduzione di Silvia Bre)

da “Uno zero più ampio”, Einaudi, Torino, 2013

∗∗∗

[613]

They shut me up in Prose –
As when a little Girl
They put me in the Closet –
Because they liked me «still» –

Still! Could themself have peeped –
And seen my Brain – go round –
They might as wise have lodged a Bird
For Treason – in the Pound –

Himself has but to will
And easy as a Star
Look down upon Captivity –
And laugh – No more have I –

Emily Dickinson

da “The Poems of Emily Dickinson”, a cura di Thomas H. Johnson, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1955

Ti ho nascosto – Miklós Radnóti

Foto di Harvey Turtz

 

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci ai miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.

Miklós Radnóti

1942

(Traduzione di Edith Bruck)

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009

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Rejtettelek

Rejtettelek sokáig,
mint lassan ért gyümölcsét
levél közt rejti ága,
s mint téli ablak tükrén
a józan jég virága
virúlsz ki most eszemben.
S tudom már mit jelent ha
kezed hajadra lebben,
bokád kis billenését
is őrzöm már szivemben,
s bordáid szép ivét is
oly hűvösen csodálom,
mint aki megpihent már
ily lélekző csodákon.

És mégis álmaimban
gyakorta száz karom van
s mint álombéli isten
szondák száz karomban.

Miklós Radnóti

da “Összes versei”, Magyar Helikon, 1963

Inno secondo – Piero Bigongiari

Dirk Wüstenhagen

 

Lampeggia il creato a un mover di foglia
e nulla s’interrompe della vita,
antica immagine che al sole si scalda:
gridano, ma lontani, i fanciulli sul greto
se catturano nelle pozze le smarrite reine;
anche l’amore è antico, anzi non ha origine
né fine, il vento che tocca l’arpa
sulle brune pendici delle foglie indurite
ha la stessa paura immortale.
Il giovane platano coglie
nell’aria la sua gravità,
si staccano a volo pernici
dal campo in declivio, molle
l’acqua rinverdisce
la favola delle origini
e il cielo bianco di latte è vuoto
come la ciotola d’un fanciullo.
Ma è breve la vista e come
sulle poggiate l’orizzonte riposa,
il tempo posa sulle proprie orme:
puoi dirlo un fiore, puoi dirlo la morte,
ma non s’apre al di là del suo dischiudersi
di forma in forma, lo distrugge il suo
stesso slancio infinito.

Appassionata
natura e pure come indifferente,
cresciuta su te stessa, smemorata
assisti a un riaffluire di memorie.
La luna torna a splendere più forte
quasi varcato di pianeta il limite,
dona alle valli intorno immaginate
una diurna effervescenza, astrale
agita un soffio le annerite piante,
i crinali più l’ombra non discriminano.

Una luce sorveglia l’infinito
che trapassa il pensiero come l’etere,
s’imbeve della pioggia nuova sulle
erbe e non è l’alba ancora, sommesse
le voci attendono di durare
oltre la fiamma bassa sugli sterpi delle parole notturne
come l’albero e lo stelo e il canto inatteso del gallo.

Piero Bigongiari

[20-26 settembre ’56]

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

Illuminismo – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

 

La poesia è l’infanzia della civiltà,
secondo i filosofi dell’Illuminismo
e secondo il nostro professore di polacco, alto, magro
come un punto esclamativo che avesse perso la fede.

Non sapevo, allora, cosa rispondere,
io stesso ero allora un po’ bambino,
ma mi sembra che volessi trovare

nella singola poesia sapienza (senza rinuncia)
e anche una certa serena follia.
Trovai, molto dopo, un attimo di gioia
e l’oscura felicità della malinconia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “La vera vita, 2019”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

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Oświecenie

Poezja to dzieciństwo cywilizacji,
mówili filozofowie Oświecenia
oraz nasz profesor od polskiego, wysoki, chudy
jak wykrzyknik, który stracił wiarę.

Nie wiedziałem wtedy, co odpowiedzieć,
sam byłem jeszcze trochę dzieckiem,
ale wydaje mi się, że chciałem w wierszu

znaleźć mądrość (bez rezygnacji)
i także pewien rodzaj spokojnego szaleństwa.
Znalazłem, dużo później, chwilę radości
i ciemne szczęście melancholii.

Adam Zagajewski

da “Prawdziwe życie”, Wydawnictwo a5, 2019

La carta – Pierluigi Cappello

 

Resta la carta mentre mi dileguo
specchio di me ma che non è me stesso
rimedio oppure tedio quando intesso
trame di me scrivendomi e m’inseguo

Pierluigi Cappello

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018