Nella moltitudine – Wisława Szymborska

 

Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi: di
ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.

Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.

Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.

Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta
l’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Attimo”, Libri Scheiwiller, 2004

∗∗∗

W zatrzęsieniu

Jestem kim jestem.
Niepojęty przypadek
jak każdy przypadek.

Inni przodkowie
mogli być przecież moimi,
a już z innego gniazda
wyfrunęłabym,
już spod innego pnia
wypełzła w łusce.

W garderobie natury
jest kostiumów sporo.
Kostium pająka, mewy, myszy poknej.
Każdy od razu pasuje jak ulał
i noszony jest posłusznie
aż do zdarcia.

Ja też nie wybierałam,
ale nie narrzekam.
Mogłam być kimś
o wiele mniej osobnym.
Kimś z ławicy, mrowiska, brzęczącego roju,
szarpaną wiatrem cząstką krajobrazu.

Kimś dużo mniej szczęśliwym,
hodowanym na futro,
na świąteczny stól,
czymś, co pływa pod szkiełkiem.

Drzewem uwięzłym w ziemi,
do którego zbliża się pożar.

Źdźbłem tratowanym
przez bieg niepojętych wydarzeń.

Typem spod ciemnej gwiazdy,
która dla drugich jaśnieje.

A co, gdybym budziła w ludziach strach,
albo tylko odrazę,
albo tylko litość?

Gdybym się urodziła
nie w tym, co trzeba, plemieniu
i zamykały się przede mną drogi?

Los okazał się dla mnie
jak dotąd łaskawy.

Mogła mi nie być dana
pamięć dobrych chwil.

Mogła mi być odjęta
skłonność do porównań.

Mogłam być sobą – ale bez zdziwienia,
a to by oznaczało,
że kimś całkiem innym.

Wisława Szymborska

da “Chwila”Wydawnictwo Znak, Kraków, 2002

«Giorno lucente, conchiglia della voce che mi plasmò» – Odisseas Elitis

Emil Nolde, Papaveri e nuvole rosse, 1949

                                                     
  III

Giorno lucente, conchiglia della voce che mi plasmò
Nudo, per camminare nelle mie domeniche quotidiane
Tra i benvenuto delle spiagge
Soffia nel vento mai prima conosciuto
Stendi un’aiuola di tenerezza
Perché il sole vi rotoli la testa
E i papaveri accenda con le labbra
I papaveri che uomini fieri coglieranno
Perché non resti altro segno sui loro petti nudi
Che il loro sangue sprezza-pericoli che cancellò il dolore
Giungendo fino al ricordo della libertà.

Dissi l’amore, la salute della rosa, il raggio
Che solo e dritto riesce a trovare il cuore
La Grecia che con passo sicuro entra nel mare
La Grecia che sempre mi reca in viaggio
Su monti nudi gloriosi di neve.

Porgo la mano alla giustizia
Diafana fonte, sorgente della vetta
Profondo e immutabile è il mio cielo
Ciò ch’io amo nasce incessantemente
Ciò ch’io amo è sempre al suo principio.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Odisseas Elitis, Sole il Primo”, Guanda, 1979

∗∗∗

 III

Μέρα στιλπνή αχιβάδα της φωνής που μ’ έπλασες
Γυμνόν να περπατώ στις καθημερινές μου Κυριακές
Ανάμεσ’ από των γιαλών τα καλωσόρισες
Φύσα τον πρωτογνώριστο άνεμο
Άπλωσε μια πρασιά στοργής
Για να κυλήσει ο ήλιος το κεφάλι του
Ν’ ανάψει με τα χείλια του τις παπαρούνες
Τις παπαρούνες που θα δρέψουν οι περήφανοι άνθρωποι
Για να μην είναι άλλο σημάδι στο γυμνό τους στήθος
Από το αίμα της αψηφισιάς που ξέγραψε τη θλίψη
Φτάνοντας ως τη μνήμη της ελευθερίας.

Είπα τον έρωτα την υγεία του ρόδου την αχτίδα
Που μονάχη ολόισα βρίσκει την καρδιά
Την Ελλάδα που με σιγουριά πατάει στη θάλασσα
Την Ελλάδα που με ταξιδεύει πάντοτε
Σε γυμνά χιονόδοξα βουνά.

Δίνω το χέρι στη δικαιοσύνη
Διάφανη κρήνη κορυφαία πηγή
Ό ουρανός μου είναι βαθύς κι ανάλλαχτος
Ό,τι αγαπώ γεννιέται αδιάκοπα
Ό,τι αγαπώ βρίσκεται στην αρχή του πάντα.

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Ήλιος ο πρώτος”, Ίκαρος, Αθήνα, 1943

Le mele – Jiří Orten

Jiří Orten

 

Nel frutteto ho paura dove un melo fra i tanti
per dolore infinito parla con i suoi rami
e giú si piega in cerca di quel che non ha,
frutto non colto.

Scuotilo e appoggiati, gemito sentirai e pianto,
mentre le ceste ripiene fino all’orlo
aspettano là sole, e il coglitore non c’è,
a socchiudere gli occhi,

mentre l’occhio delle mele, che spaventa i bambini,
gioca a far l’orco e muore dal troppo vedere
e vorrebbe, vorrebbe ruzzolare
via chissà dove per scampare dal tuo morso.

Jiří Orten

21.11.1939

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Jablka

Jdu sadem, bojím se, kde jabloň bezejmenná
v nezměrném žalu mluví větvemi
a dolů sklání se hledajíc to, co nemá,
plod neutržený.

Zatřes a přimkni se, pláč uslyšíš a nářek,
zatím co ošatky plné až po okraj
na cosi čekají, tak samy, bez sadaře,
jenž oči zavírá, 

zatím co oko jablek, které straší děti,
na bubáka si hrá a zmírá viděním
a chtělo, chtělo by se někam zakouleti
před zahryznutím tvým.

Jiří Orten

21.11.1939.

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

I lunghi pomeriggi – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

 

Erano i lunghi pomeriggi in cui mi abbandonava la poesia.
Paziente scorreva il fiume, spingendo in mare le pigre barche.
Erano i lunghi pomeriggi, costa d’avorio.
Le ombre giacevano nelle strade, nelle vetrine c’erano tronfi manichini,
che mi guardavano arditi come per attaccar briga.

Dai licei uscivano professori e avevano vuoti visi,
come se Omero li avesse sconfitti, umiliati, uccisi.
I giornali della sera davano inquietanti notizie,
ma nulla cambiava, nessuno affrettava il passo.
Nelle finestre non c’era nessuno, non c’eri tu,
e anche le monache sembravano vergognarsi della vita.

Erano lunghi pomeriggi, svaniva la poesia
e restavo solo con l’impenetrabile, all’animo e al corpo,
moloch della città come un viaggiatore povero, alla Gare du Nord
con una troppo pesante valigia, legata con la corda,
bagnata da una nera pioggia, la nera pioggia di settembre.

Oh, dimmi, come si guarisce dall’ironia, dallo sguardo che vede,
ma non squarcia oltre, trafiggendo il vero; dimmi, come si guarisce
dal tacere.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Desiderio, 1999”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Długie popołudnia

To były długie popołudnia, kiedy opuszczała mnie poezja.
Cierpliwie płynęła rzeka, pchając do morza leniwe barki.
To były długie popołudnia, wybrzeże kości słoniowej.
Cienie leżały w ulicach, wystawy były pełne dumnych manekinów,
patrzących mi w oczy zaczepnie, śmiało.

Z liceów wychodzili profesorowie i mieli puste twarze,
tak jakby Homer pokonał ich, upokorzył, zabił.
Gazety wieczorne przynosiły niepokojące wiadomości,
ale nic się nie zmieniało, nikt nie przyśpieszał kroku.
W oknach nie było nikogo, nie było ciebie,
i nawet zakonnice zdawały się wstydzić życia.

To były długie popołudnia, kiedy znikała poezja
i zostawałem sam z nieprzejrzystym molochem miasta
jak ubogi podróżny, stojący przed Gare du Nord
ze zbyt ciężką, przewiązaną sznurem walizką,
na którą pada czarny deszcz, czarny deszcz września.

O, powiedz, jak uleczyć się z ironii, ze spojrzenia,
które widzi, ale nie przenika; powiedz, jak uleczyć się
z milczenia.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawn. a5, 2000 

Dippold, l’ottico – Edgar Lee Masters

Vassily Kandinsky, Several Circles, 1926

 

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Sí. E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano – una città.
Benissimo! E adesso?
Una donna giovane e angeli chini su di lei.
Una lente piú forte! E adesso?
Molte donne dagli occhi vivi e labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere su un tavolo.
Oh, capisco! Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto – non vedo nulla in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono di là dalla pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma tutto il mondo in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali cosí.

Edgar Lee Masters

(Traduzione di Fernanda Pivano)

da “Spoon River Anthology”, Einaudi Editore, 1943

∗∗∗

Dippold the Optician

What do you see now?
Globes of red, yellow, purple.
Just a moment! And now?
My father and mother and sisters.
Yes! And now?
Knights at arms, beautiful women, kind faces.
Try this.
A field of grain – a city.
Very good! And now?
A young woman with angels bending over her.
A heavier lens! And now?
Many women with bright eyes and open lips.
Try this.
Just a goblet on a table.
Oh I see! Try this lens!
Just an open space – I see nothing in particular.
Well, now!
Pine trees, a lake, a summer sky.
That’s better. And now?
A book.
Read a page for me.
I can’t. My eyes are carried beyond the page.
Try this lens.
Depths of air.
Excellent! And now!
Light, just light making everything below it a toy world.
Very well, we’ll make the glasses accordingly.

Edgar Lee Masters

da “Spoon River Anthology”, Mc Millan Company, New York, 1916