«Quanto vorrei, oh quanto» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Jonas Hafner

 

Quanto vorrei, oh quanto
– non visto, non sentito –
volare dietro a un raggio
là dove non esisto.

E tu nel cerchio irradia –
non c’è altra beatitudine –
e da una stella impara
che significhi luce.

Ciò che ti voglio dire
è che sto bisbigliando
e sottovoce affido
te, mia bambina, a un raggio.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

23 marzo – primi di maggio del 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tripodia giambica; quartine a rime alterne tutte maschili; la terza e ultima strofa non solo riprende – nei versi dispari – le stesse parole che suggellano i vv. 1 e 3 della strofa iniziale, ma si presenta come un tetrastico monorimo; e questa serie di uscite in -čú sembra quasi voler richiamare alla memoria l’interiezione russa čur, ancora viva fra l’altro nei giochi infantili – e derivata da un vecchio scongiuro con cui si vietava di toccare un oggetto, di compiere determinate azioni.
La poesia riflette il desiderio, l’ansia o il sogno di un legame fra terra e cielo; anche se, inevitabilmente, «il raggio e la luce (delle stelle) riprendono vita, rinascono soltanto nella parola del poeta» (MG, p. 675).
v. 12: «mia bambina» (ditja); espressione affettuosa rivolta da Mandel´štam alla moglie. (Remo Faccani)

«A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo,
quasi vi avessimo sepolto il sole,
e un’assurda parola beata
pronunzieremo per la prima volta.
Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvaggia s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
solo un maligno motore fuggirà nella nebbia,
urlando come un cuculo.
Non mi occorre il lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per un’assurda parola beata
pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscío teatrale
e l’ah d’una fanciulla,
e un mucchio enorme di rose immortali
Ciprigna stringe fra le braccia.
Ci scaldiamo a un falò dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le care mani di donne beate
raccoglieranno la lieve cenere.

In qualche luogo le rosse aiuole d’una platea,
sfarzosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale:
non per le anime nere né per i gretti santoni…
Ebbene, spegni le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma il notturno sole tu non lo spegnerai.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

25 novembre 1920

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del novecento”, a cura di A. Maria Ripellino, Guanda Editore, Parma, 1954

«Mi sfugge la parola che avrei voluto dire» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Boris Smelov

 

Mi sfugge la parola che avrei voluto dire.
Per giocare con esse, le diafane, alla reggia
delle ombre, su ali mozze, torna la cieca rondine.
E nel deliquio, a notte, echeggia una canzone.

Piú non s’odono uccelli, né sboccia il semprevivo.
Ha diafane criniere un branco di cavalli nella notte.
Va una barca sul fiume arido – vuota.
Fra i grilli la parola sta in deliquio.

E a mo’ di tenda o tempio, cresce adagio;
ora, Antigone folle, di colpo si risveglia,
e ora, morta rondine, si abbatte ai nostri piedi,
con tenerezza stigia e un verde ramoscello.

Oh, rendere il pudore del tatto che si fa occhio
e la tumida gioia del riconoscimento.
Il singhiozzo delle Aònidi, la nebbia,
i rintocchi, l’abisso mi sgomentano.

Di amare e riconoscere è concesso ai mortali,
in loro dalle dita anche il suono può erompere;
ma ciò che volevo dire, mi sfugge, e immateriale
il pensiero ritorna alla reggia delle ombre.

Sempre d’altro la diafana ci parla,
lei, rondine ed amica, lei, Antigone…
E le arde – nero ghiaccio – sulle labbra
una memoria di rintocchi stigi.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia ed esapodia giambica, con due versi ipòmetri, di quattro giambi; quartine a rime alterne (aBaB…)
La lirica appartiene al cosiddetto “ciclo greco” dei componimenti di Mandel´štam, dedicato all’attrice del Teatro Aleksandrinskij Ol´ga Arbenina-Gil´derbrandt (1897/98-1980), che il poeta frequentò per alcuni mesi durante l’autunno-inverno del 1920-21. Essa “racconta” il «processo creativo» del proprio nascere e formarsi (NBP, p. 556) – e prende avvío da una metaforica discesa del poeta nell’oltretomba «alla ricerca della parola» (MG, p. 636), del “canto”, della poesia.
v. 1: «Mi sfugge»; lett.: ‘Ho dimenticato’.
vv. 2-3: «diafane» (prozračnye), aggettivo sostantivato che qui è sinonimo di “ombre”, e che per affinità paronomastica rinvia a prizračnye (‘spettrali’); «reggia» corrisponde al vocabolo desueto e poetico čertog, che designa un palazzo, una dimora sfarzosa; la «rondine» fa da mediatrice tra il regno dei vivi e quello dei morti, sulla scorta d’una poesia di G. Deržavin del 1792-94, in cui s’immagina che la rondine trascorra l’inverno «nascosta negli abissi sotterranei», «esanime», per poi «levarsi dal suo sonno di morte» e «cantare il nuovo sole». La rondine dalle ali mozze è, secondo Gasparov, un simbolo della «parola irrecuperabile» (cfr. MG, p. 636), avviata – potremmo aggiungere – al letargo e al silenzio.
I vv. 4-8 contengono una descrizione degli Inferi; tra l’altro, il motivo dell’aridità, della secchezza in Mandel´štam evoca la morte.
v. 9: «cresce adagio»; la crescita della parola è di una lentezza quasi “mortale” (come certe chiese “mai finite” del Medioevo?); e di fatto la parola, carcerata nel «tenero», avvolgente buio dello Stige, si riduce a fugaci soprassalti, a residui di vita: i risvegli di Antigone (l’Antigone della tragedia di Sofocle, murata viva per ordine dello zio Creonte), il ramoscello nel becco della rondine.
v. 10: «si risveglia»; nel testo originale – prokinetsja, forma che Mandel´štam deriva, secondo Gasparov, dall’ucraino prokynutysja (‘destarsi’). C’è chi ritiene che a prokinetsja si debba sostituire il russo prikinetsja; e dunque il v. 10 significherebbe: «ora a un tratto si finge Antigone impazzita». Ma è una tesi chiaramente debole.
v. 13: «pudore del tatto che si fa occhio»; lett.: ‘ritegno, impaccio delle dita che vedono, che hanno il dono della vista’ – o paiono averlo («zrjačich pal´cev styd»). Il poeta, disceso agli Inferi, si smemora, «dimentica la parola, non è in grado di riconoscere a tasto» (MG, p. 636) ciò che un poeta vorrebbe/dovrebbe riconoscere. Cfr. nell’articolo Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Un cieco riconosce il volto amato non appena lo sfiori con le sue dita veggenti, e lacrime di gioia – l’autentica gioia del riconoscimento – gli sgorgano dagli occhi dopo la lunga separazione».
v. 15: «Aònidi» (o “sorelle Aonie”); come si sa, è uno dei nomi con cui, nell’antichità classica, venivano designate le Muse. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Я слово позабыл, что я хотел сказать.»

Я слово позабыл, что я хотел сказать.
Слепая ласточка в чертог теней вернется,
На крыльях срезанных, с прозрачными играть.
B беспамятстве ночная песнь поется.

Не слышно птиц. Бессмертник не цветет.
Прозрачны гривы табуна ночного.
B сухой реке пустой челнок плывет.
Среди кузнечиков беспамятствует слово.

И медленно растет, как бы шатер иль храм,
То вдруг прoкинется безумной Антигоной,
То мертвой ласточкой бросается к ногам,
С стигийской нежностью и веткою зеленой.

О, если бы вернуть и зрячих пальцев стыд,
И выпуклую радость узнаванья.
Я так боюсь рыданья Аонид,
Тумана, звона и зиянья!

А смертным власть дана любить и узнавать,
Для них и звук в персты прольется,
Но я забыл, что я хочу сказать,
И мысль бесплотная в чертог теней вернется.

Bсе не о том прозрачная твердит,
Все ласточка, подружка, Антигона…
И на губах, как черный лед, горит
Стигийского воспоминанье звона.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«È più allentato l’alveare di neve» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

II.

È più allentato l’alveare di neve,
il cristallo più trasparente della finestra
e il velo turchese
con noncuranza è buttato sulla sedia.

Il tessuto, ebbro di se stesso,
carezzevole per le lusinghe della luce,
assapora l’estate
come non toccato dall’inverno.

E se nei diamanti di ghiaccio
scorre il gelo dell’eternità,
qui c’è il palpito delle libellule
presto-in-vita, occhiazzurri…

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1910

(Traduzione di Gianfranco Lauretano)

da “Pietra”, il Saggiatore, Milano, 2018

∗∗∗

II.

Медлительнее снежный улей,
Прозрачнее окна хрусталь
И бирюзовая вуаль
Небрежно брошена на стуле.

Ткань, опьяненная собой,
Изнеженная лаской света,
Она испытывает лето,
Как бы нетронута зимой.

И, если в ледяных алмазах
Струится вечности мороз,
Здесь – трепетание стрекоз
Быстроживущих, синеглазых…

Осип Эмильевич Мандельштам

da “Камень”, Akmè, 1913

La presente traduzione di Kamen’ tiene conto il più possibile della storia della composizione del volume. L’interesse principale è per la poesia del primo Mandel’stam, volendo presentare al lettore italiano il pensiero del poeta e il clima culturale dei suoi anni di formazione e di esordio, ma all’esiguo numero di composizioni di K1 si è aggiunta gran parte delle poesie pubblicate nelle edizioni successive, facenti parte dello stesso humus artistico-letterario, quello che coincide con il «periodo creativo, la tappa» del primo Mandel’stam. La guida è stata l’edizione critica di Kamen’ curata da Ginsburg, Mets, Vasilenko e Frejdin, pubblicata nel 1990 dall’editore Nauka di Leningrado, intrecciata all’edizione critica Stichotvorenija. Proza, a cura di Frejdin e Gasparov (Ripoi Klassik, Mosca 2001). [N.d.C]

Tristia – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Katia Chausheva

 

Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni e chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine; e mi piego al rito della notte
dei galli, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianto di donne al canto si univa delle muse.

Chi, alla parola «commiato», sa quale
distacco giungerà per noi fra poco,
che cosa presagisce lo strepito dei galli
mentre la fiamma arde sull’acropoli,
e perché all’alba di una vita nuova,
mentre il bue rumina pigro nell’andito,
il gallo, araldo della vita nuova,
sulla cinta muraria sbatte le ali?

E amo il filato, amo la tessitura:
il fuso ronza, va su e giú la spola.
Guarda: scalza, leggera come fosse peluria
di cigno, Delia già incontro ti vola.
O gramo ordito del vivere nostro,
che povera è la lingua della gioia!
Tutto fu in altri tempi, tutto sarà di nuovo;
solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento.

Ma cosí sia: giace in un lindo piatto
d’argilla una traslucida figura,
come una pelle stesa di scoiattolo,
e a scrutare la cera una ragazza è curva.
Non sta a noi trarre auspici sul greco Erebo:
la cera è per le donne ciò ch’è il bronzo per l’uomo.
Noi sfidiamo la sorte dei guerrieri;
destino è ch’esse traendo auspici muoiano.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1918

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; quattro strofe di otto versi ciascuna, rimati AbAbCdCd, EfEfGhGh… Ogni strofa, in sostanza, è scomponibile in due quartine a rime alterne; ma il primo verso della seconda strofa riprende in uscita il vocabolo rasstavan´e (al nominativo), dando vita a una rima che in definitiva è la stessa dei vv. 1 e 3. Per giunta, nelle uscite del secondo e quarto verso delle ultime tre strofe troviamo sempre desinenze verbali (terza persona singolare del presente indicativo) in –ít. La rima novoj žizni : novoj žizni (vv. 13 e 15), che è “tautologica”, benché segnata da un «profondo contrasto semantico» (Ronen, p. 200) – «(una) vita nuova : (la) vita nuova» –, contiene un riferimento, perlomeno lessicale, alla Vita nova dantesca; e vi si potrebbe anche cogliere, forse, un ulteriore atto di ossequio e devozione nei confronti dell’Alighieri, che nel Paradiso, come si sa, fa rimare il nome Cristo solo con se stesso. Cfr. per altro la suite lirica Beatriče [Beatrice] di Gumilëv, pubblicata per la prima volta nel 1909, in cui i nomi Dante e Beatriče sono posti sempre in fine di verso.
Tristia è la lirica eponima della seconda raccolta di versi di Mandel´štam (1922), ripubblicata come Vtoraja kniga [Il secondo libro] nel ’23; e presenta, fin dal titolo, una densa stratificazione – una deriva quasi – di echi, reminiscenze, citazioni. Nella prima strofa si sovrappongono il ricordo dell’ultima notte di Ovidio a Roma, in attesa dell’alba che l’avrebbe visto partire verso la terra dell’esilio, la Scizia (Tristia I, 3 ), e il ricordo dei giorni che avevano preceduto la partenza di Tibullo per l’Oriente (ma il poeta, come sappiamo, non andò oltre l’odierna Corfú), al seguito di Messalla (Carmina I, 3). Nel secondo caso, Mande´štam si valse – sottolineano i commentatori – della «libera traduzione» di Batjuškov, Èlegija iz Tibulla [Un’elegia di Tibullo]; è evidente però che egli non perse mai di vista il testo latino.
v. 1: «Io so la scienza dei commiati, appresa…» traduce il russo «Ja izučil nauku rasstavan´ja» (lett.: ‘Ho studiato/appreso la scienza del dirsi addio, del separarsi’ da qualcuno). Il testo originale contiene una figura etimologica (izučil e nauku hanno la stessa radice: -uč-/-uk-), non facilmente percepibile ormai alla maggioranza dei lettori. Con «so» e «scienza» la versione italiana cerca di salvare perlomeno il legame fonico e semantico tra le due parole russe. C’è da precisare che nauka, oltre al significato piú comune di ‘scienza’, ne possiede altri: ‘tecnica’, ‘esercizio’, ‘maestria’ e simili. Per esempio, il titolo russo dell’ovidiana Ars amatoria è quasi sempre Nauka ljubvi [lett.: La “scienza” dell’amore]; e Puškin, nell’Evgenij Onegin (cap. I, strofa VII), definirà il tema dell’opera di Ovidio «scienza della tenera passione» («nauka strasti nežnoj»). D’altra parte, cosí Brodskij traduce il primo verso di quello che egli definisce «the most Roman poem» di Mandel´štam: «I’ve mastered the great craft of separation…» (BLO, p. 128; cfr. anche BCP, p. 499).
v. 3: «Stan ruminando i buoi»; la frase, certo, designa il lentissimo, vischioso scorrere del tempo; ma a giudicare dal successivo v. 14 si ha l’impressione che preannunci anche l’eterna, immutabile “Sarmazia-Russia” verso cui Ovidio è sul punto di intraprendere il suo viaggio, e in forma velata, obliqua, metonimica anticipi l’ambiente in cui il poeta esule sarà costretto a vivere.
vv. 4-5: «ultim’ora di veglia…»; piú lett.: ‘ultim’ora delle vigiliae cittadine’, dei turni di guardia svolti dalle sentinelle romane nell’arco della notte.
Con la proposizione ellittica «in spalla … del viaggio» (vv. 6-7) ho tradotto la subordinata del testo russo «podnjav dorožnoj skorbi gruz» (ossia, lett.: ‘sollevato, messo in spalla il carico, il fardello di pena’), che ha per soggetto grammaticale gli «umidi occhi» dell’esule dolente, indicato con una sineddoche. Quella subordinata, in un contesto che rinvia all’antica Roma, lí per lí ha quasi il timbro di un ablativo assoluto latino.
La cascata delle domande retoriche della seconda strofa prende avvío, si direbbe, dal Tjutčev di «Uvy, čto našego neznan´ja» [«Di questa nostra ignarità che cosa»]: «Uvy, čtó našego neznan´ja | I bespomoščnej i grustnej? | Kto smeet molvit´: do svidan´ja | Črez bezdnu dvuch ili trech dnej» («Di questa nostra ignarità, che cosa, | ahimè, è piú triste e piú impotente? | Chi oserà dire Arrivederci | oltre l’abisso di due, di tre giorni?»; cfr. TL, p. 188).
v. 14: «nell’andito» corrisponde al russo «v senjach»: il termine seni (che fa parte della categoria dei pluralia tantum), nel mondo contadino della “vecchia” Russia, designava una specie di ingresso, di vestibolo piú o meno ampio da cui si passava nella stanza principale dell’isba, e che specialmente nei mesi freddi poteva servire da riparo ad animali domestici. In una visione quasi chagalliana, Mandel´štam sembra fare delle seni un angolo di stalla; e Brodskij traduce il verso: «…when oxen chew their ration in the stall» (BCP, p. 499). Cfr. anche, dal racconto giovanile di Ivan Bunin Sosny [Pini, 1901], la frase: «Nel vestibolo [dell’isba] rumina sonnecchiando una mucca» («V sencax dremlet i žuët žvačku korova»; sency è un diminutivo di seni).
v. 15: «il gallo, araldo della vita nuova»; Mandel´štam, per qualche via, poteva forse conoscere la tradizione cristiana rappresentata ad esempio dall’inno di sant’Ambrogio Ad galli cantumAeterne rerum conditor»), che vede simboleggiato nel canto del gallo, «araldo del giorno», il rinascere, il rinnovarsi dell’esistenza umana. Probabilmente ignorava che anche il gallo che Socrate, in punto di morte, chiese venisse sacrificato ad Asclepio, era – secondo una delle interpretazioni proposte dagli esegeti del Fedone – «l’invocatore delle tenebre e l’araldo dell’alba eterna» (G. Steiner, Nessuna passione spenta, Milano 1997, p. 290). Non mi sembra da escludere, invece, un richiamo al gallicinium del racconto evangelico di Pietro che rinnega Gesú, dopodiché piange «amaramente» – e, purificato, inizia quella nuova fase della sua vita che le darà una drammatica compiutezza. Cfr. nell’inno di sant’Ambrogio: «…hoc ipse petra ecclesiae | canente culpam diluit» («…cosí egli [Pietro], pietra della Chiesa, | al cantare [del gallo] lava col pianto la sua colpa»).
Nel testo russo dei vv. 19-20 – «Smotri: navstreču … | Uže bosaja Delija letit!» («Guarda: scalza … | …Delia già incontro ti vola!») – non c’è un pronome personale corrispondente a ti; ma ho poi scoperto che anche Brodskij, nella sua resa di Tristia, adottò una soluzione analoga: «look how young Delia, barefooted, braver | than down of swans, glides straight into your arms!» (BCP, p. 499).
Le immagini dei due versi citati rinviano a un altro celebre passo del primo libro (elegia III) dei carmi di Tibullo: «Tunc mihi, qualis eris, longos turbata capillos, | obvia nudato, Delia, curre pede» («…corrimi incontro, Delia, a piedi nudi»). Qui, anzi, Mandel´štam sembra preferire decisamente il Tibullo latino al troppo fiorito Tibullo di Batjuškov: «Begi navstreču mne…, | V prelestnoj nagote javis´ moim očam: | Vlasy razvejany nebrežno po plečam, | Vsja grud´ lilejnaja i nogi obnaženny…» (lett.: «Correndo escimi incontro…; | comparimi dinanzi agli occhi nella tua seducente nudità: | i capelli sparsi con noncuranza sugli omeri, | tutto il niveo seno e le gambe scoperte…») Delija è un senhal dietro il quale si celava (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam) una donna reale la cui identità le era però rimasta oscura: «Non so quasi niente di lei. Soltanto che era legata in qualche modo all’ambiente del balletto» (NBP, p. 553).
vv. 23-24: cfr. ad esempio l’articolo pubblicato da Mandel´štam nel maggio del 1921 Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Allorché l’amante nel silenzio si perde fra nomi carichi di tenerezza, e all’improvviso ricorda che tutto questo è già esistito: e le parole e i capelli – e il gallo che ha cantato là, oltre i vetri della finestra, già cantava nei Tristia ovidiani –, una profonda gioia s’impadronisce di lui, una gioia che gli dà le vertigini… Cosí il poeta non teme le ripetizioni e facilmente s’inebria del vino della classicità…» (SP, p. 430).
Riguardo alle parole riconoscimento e riconoscere in Mandel´štam, cfr. il riconoscere montaliano nell’interpretazione di Dante Isella, che dà al verbo il significato di ‘ricordare’ (e lo accosta al greco anagignóskein, «che vale anche ‘leggere’»).
vv. 25-28: «Da budet tak»; cfr. i primi due versi del sonetto di Benedikt Livšic Flejta Marsija [Il flauto di Marsia], testo eponimo del libro di poesie con cui Livšic esordí (Kiev 1911): «Da budet tak. V zalitych solncem stranach | Ty pobedil frigijca, Kifared…» («Ma cosí sia. Nelle terre assolate | vincesti il frigio Marsia, o Citaredo…»; com’è facile intuire, Livšic si riferisce ad Apollo Citaredo); spicca una certa affinità sintattica pure nella frase che segue «Da budet tak»: mi riferisco in particolare al complemento di luogo. «Ma cosí sia» m’è parsa l’unica traduzione adeguata, se non altro per l’incipit mandel´štamiano. Ricorrendovi non potevo non pensare anche all’attacco dell’ultimo “mottetto” delle Occasioni di Montale – «mottetto [che] chiude il ciclo su una nota di rassegnata accettazione del proprio destino» (D. Isella): del «destino dell’uomo in generale», si potrebbe dire nel caso di Mandel´štam.
Cfr. poi i versi iniziali della lirica dell’Achmatova «Vysokoe v nebe oblačko serelo» [«Grigia, lassú, c’era una nuvoletta», 1911]: «Vysokoe v nebe oblačko serelo, | Kak belič´a rasstelennaja škurka…» («Grigia, lassú, c’era una nuvoletta | come una pelle stesa di scoiattolo…»); e cfr. la strofa VIII del cap. V dell’Onegin puškiniano, dove assistiamo a un rito divinatorio che le ragazze russe compivano nei primi giorni dell’anno nuovo – per mezzo, fra l’altro, di cera fusa lasciata rapprendere nell’acqua: «Tat´jana ljubopytnym vzorom | Na vosk potoplennyj gljadit: | On čudno vylitym uzorom | Ej čto-to čudnoe glasit; | Iz bljuda polnogo, polnogo vodoju, | Vychodjat kol´ca čeredoju…» («La cera sciolta aggruma; posa | su lei Tat’jana gli occhi attenti, | e quel disegno prodigioso | le annuncia prodigiosi eventi; | gli anelli, dal ricolmo piatto, | escono l’uno dopo l’altro…»; «escono», in quanto vengono recuperati dalle ragazze che partecipano alla divinazione facendo scivolare nell’acqua anche anelli, orecchini ecc.). Coincidono la «cera», la ragazza che «guarda, scruta» la forma assunta dalla cera, il «piatto» («colmo d’acqua»). Si noti che pure nell’undicesimo e penultimo verso del componimento dell’Achmatova spunta un accenno a degli auspici sull’amato, che l’“eroina lirica” ha voluto trarre «la vigilia dell’Epifania»; ma le reminiscenze achmatoviane in Mandel´štam hanno il sapore di un omaggio alla poetessa amica.
v. 30: «bronzo» corrisponde alla parola med´, che nel russo moderno significa ‘rame’; però Mandel´štam gli conserva il valore arcaizzante caro a piú di un grande scrittore russo del passato: è appena il caso di ricordare un celebre poemetto puškiniano nel cui titolo figura un derivato di med´ – ossia Mednyj vsadnik [Il cavaliere di bronzo]; del resto, l’originario campo semantico di med´ è piú o meno lo stesso del greco chalkós e del latino aes, aeris. (Remo Faccani)

***

Tristia

Я изучил науку расставанья
В простоволосых жалобах ночных.
Жуют волы, и длится ожиданье,
Последний час вигилий городских,
И чту обряд той петушиной ночи,
Когда, подняв дорожной скорби груз,
Глядели в даль заплаканные очи,
И женский плач мешался с пеньем муз.

Кто может знать при слове «расставанье»,
Какая нам разлука предстоит,
Что нам сулит петушье восклицанье,
Когда огонь в акрополе горит,
И на заре какой-то новой жизни,
Когда в сенях лениво вол жует,
Зачем петух, глашатай новой жизни,
На городской стене крылами бьет?

И я люблю обыкновенье пряжи:
Снует челнок, веретено жужжит.
Смотри, навстречу, словно пух лебяжий,
Уже босая Делия летит!
О, нашей жизни скудная основа,
Куда как беден радости язык!
Все было встарь, все повторится снова,
И сладок нам лишь узнаванья миг.

Да будет так: прозрачная фигурка
На чистом блюде глиняном лежит,
Как беличья распластанная шкурка,
Склонясь над воском, девушка глядит.
Не нам гадать о греческом Эребе,
Для женщин воск, что для мужчины медь.
Нам только в битвах выпадает жребий,
А им дано гадая умереть.

Осип Эмильевич Мандельштам

1918

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994