Forse mi lascerà del tuo bel volto – Alfonso Gatto

Foto di Anka Zhuravleva

 

Forse mi lascerà del tuo bel volto
amore un soffio e la celeste sera
disparirà come un silenzio intorno.
Era la neve dolce del tuo passo
e la città dai poveri cantieri
spegneva al cielo fumido l’azzurro
riverbero dei muri. Mi parlavi
sciolta dal busto come una fanciulla
e lontana da te, quasi in un sogno,
io ti vedevo scendere nel dolce
sentiero della sera, aprire l’ombra.

Una parola basta sul tuo cuore,
e nessuno di te saprà mai dire
il silenzio che imbianca del tuo soffio.
Solo la notte, di cui passa eguale
la luna nei miei sogni e ferma al cielo
gli alberi, i colli e sui cipressi il vento.

Nel suo tepido oblio che l’oriente
strugge di care lontananze e d’ombre,
io so che il giorno ti soccorre, vivi,
e dimentichi i sogni e la mia voce.
Mi resta solo del tuo bene l’aria,
un passato di nulla, una parola.

Alfonso Gatto

da “Arie e ricordi” (1940-1941), in “Poesie 1929-1941”, Mondadori, Milano, 1961

Settembre a Venezia – Alfonso Gatto

Alexey Titarenko, Venice Series (2001-2008)

 

Hanno il colore delle navi morte
in un’alba lontana quei colombi
rimasti soli sulla grande piazza.
E l’agro odore della mareggiata,
di là dove verdeggia al cielo e ai vetri
del temporale un’isola di luce,
qui resta come un barbaglìo di tende
e di chiese che incrostano sui marmi
le fredde acquate dell’autunno.

Gemma di lutto e di bianchezza eterna,
alla sua voce ormai lontana è un sogno
questa che parve una città di piume.
Così la spoglia nel suono del mare
la nevicata dei silenzi azzurri.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Prima parte, 1941-1949, Mondadori, Milano, 1973

Di quel vano aspettare – Alfonso Gatto

Foto di Tina Fersino

 

Fu da quel dolce tempo della sorte
dove rincorre gioventù le braccia
e a lungo il tempo gioca con la morte,
fu all’accorrere ràpido la faccia

improvvisa che annuncia il suo contento.
Se mi dissi poeta dal tacere
non so, di certo m’ebbi da quel vento
di strazi ormai lontani, dalle sere

rissose, il grande ridere degli occhi
e lo stupore di vederli aperti,
chiari felici d’essere i miei occhi.
È da quel dolce tempo che l’averti

e il perdermi d’amore è la parola
consumata stremata che più sola
di me m’attende alla finestra, muore
di quel vano aspettare l’acqua e il fiore.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Seconda parte, 1960-1972, Mondadori, Milano, 1973

Vivi – Alfonso Gatto

Foto di Johan van der Keuken

 

Una casa da nulla, una ragazza alle persiane
e il meriggio era dolce di vivere,
d’aver speranze e paure.

Il meriggio era vapori che lavorano
e gli uomini del canale
che mostrano il bianco degli occhi, ma vivi.

Una casa da nulla pareti accostate
fragile ma viva,
e sera che lascia aperta la porta
e s’ode la fontanina
s’ode la lampada apparsa sulla tovaglia.

Non venga la notte, non venga la morte
degli oziosi re di pietra,
non venga la legge delle paure.
Chi vive è leggero,
è stanco in tutto il mondo.

Chi vive è senza gloria.

Alfonso Gatto

da “Amore della vita, 1944”, in “La storia delle vittime. Poesie della resistenza”, Mondadori, Milano, 1966

Nel ricordo dell’aria – Alfonso Gatto

Foto di Carlo Solito

 

Al vento triste, gracile corallo,
piega la sera i lumi
e di deserto canto è vuoto il golfo:
a barche morte
l’ombra declina in quiete
come la luna serenata ai tetti
lentamente s’illumina, ed odore
freddo di stanza al chiaro inverno ride.

Notte di luna scende al pigro sonno
ed al ricordo imbianca
strade remote, nella calma s’apre
perduto il cielo.
Ai vetri d’aria
la riva tocca armoniose stanze
e sorge in nenie desolate al fondo
della notte marina.

Immagino odorosa morte al verde
e mormorato a sonno
il tepido oriente arena ad ore
calme nel mare.
Di rosea neve smorto
il golfo passa al fumo del vulcano
nel ricordo dell’aria e sembra suono
fioco dei vetri l’alba da lontano.

Alfonso Gatto

da “Morto ai paesi, 1933-1937”, in “Poesie, 1929-1941”, Mondadori, Milano, 1961

In “Morto ai paesi”, Guanda, Modena, 1937, (dove la lirica è dedicata «a Carlo Bo»), il distico finale dice: «nel ricordo dell’aria: e sembra tono / fioco dei vetri l’alba chiusa al porto.».