La quinta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Alexey Titarenko, dalla serie City of shadows

     

     Ma di’, chi sono quei randagi eterni,
quei fuggitivi un poco piú di noi,
che assilla e torce — e non si sa perché —
sin dall’infanzia prima,
un volere implacabile e tremendo?
E li torce, li piega, li avvinciglia,
li squassa, li proietta e li riprende.
Come da un’aria lúbrica, oleosa,
scivolan giú sovra il tappeto liso,
consunto sempre  piú, di giorno in giorno,
dall’eterno balzar dei loro corpi.
Su quel tappeto, che smarrito sembra
nello spazio universo;
od applicato là come un cerotto
a medicar le piaghe della terra,
ferita da quel cielo di suburbio.
E appena giú, riscattan sugli appiombi,
a formar l’iniziale gigantesca
dell’Esistenza non sdraiata mai.
Ma i piú forti, di già rotola ancóra,
come per giuoco, il non mai sazio artiglio.

     E intorno a questo centro,
ecco la rosa dei contemplatori.
Fiorisce e si disfoglia,
intorno a quel pistillo solitario,
che dal cadere del suo proprio polline
è fecondato in illusivo frutto:
col freddo inconsapevole disgusto,
onde la tenue scorza, in trasparenza,
sembra sorrider lieve, appena appena…
Ed ecco là — vizzo, rugoso, smesso —
il vecchio atleta.
Non fa piú, se non battere il tamburo.
Rientrato nel guscio poderoso
della sua pelle,
come se avesse contenuto un giorno
non un uomo, ma due. Di cui, defunto,
l’altro riposa già nel cimitero,
mentre quest’uno sopravvive: sordo;
e ancóra, a volte, sperso e un po’ sgomento
dentro il vedovo guscio deperito.
 

     E quell’altro, colà, giovine atleta,
che sembra generato dall’amplesso
di un occípite enorme e di una monaca.
Duro. Contratto. E riboccante, insieme,
d’innocenza e di muscoli soltanto.
      (Oh voi,
che un dolore, in quel tempo ancor piccino,
ebbe in dono per sé come balocchi,
a confortare, in lunghi giorni grigi,
una di quelle sue convalescenze…)  

     Oh tu, che in una rapida caduta
— e la sanno, cosí, soltanto i frutti —
in ogni giorno, ti distacchi acerbo
mille volte dall’Albero fittizio
(l’Albero di quel moto concordato,
che, piú veloce di fiumana in corsa,
ha in un istante le sue tre stagioni)
ti distacchi; e ti abbatti, rimbalzando,
sovra una tomba…
In una mezza pausa, sul tuo viso,
nascere a volte, in te, come vorrebbe
un sorriso d’amore; e volar via:
verso la tenerezza della mamma,
cosí poco goduta!…
Ma si smarrisce il trepido sorriso,
non appena tentato: lungo il corpo,
che ti ribeve il vólto e te lo spenge.
E già batti le mani, al nuovo slancio…
E, prima che un dolore ti si faccia
cosí vicino, da toccarti il cuore
concitato in un ritmo di galoppo,
la sua fiamma ti brucia sotto i piedi:
e refluisce rapida alla fonte
di quel dolore, in lagrime spremute
— da tutto il corpo tuo — fra le tue ciglia…
Ma dalle labbra, ti si stacca sempre
il tuo sorriso cieco…

     Angelo!
Coglila tu, la pianta salutare
dai fiori piccolini! E appresta l’urna,
che la conservi. Tra le gioie ponila,
non anche schiuse. Ed in quell’urna bella
cantala con l’epigrafe canora:
Subrisio saltat.

     E tu, fanciulla, tu, leggiadra forma,
che con un muto balzo hanno trascesa
tutte le piú vertiginose ebbrezze!
Godon forse, per te, le frange belle:
o, sovra i colmi seni giovinetti,
la seta verde
dai cangianti metallici riflessi,
non mai delusa, in una eterna gode
dolcissima lusinga.
Sull’oscillar di tutte le bilance
dell’Equilibrio,
o rideposto in sempre nuovi modi
frutto d’indifferenza,
pubblicamente offerto sul mercato,
fra spalla e spalla…

     Dove, il luogo dov’è (l’ho nel mio cuore!)
quand’essi ancóra non poteano tanto
e scivolavan giú l’uno dall’altro,
come animali mal connessi in monta;
quand’eran loro troppo gravi, i pesi:
e dai turbini vani dei bastoni,
cadeano al suolo, rotolando, i piatti.
E poi, repente, in questo vuoto immenso
d’infinita fatica,
l’indicibile punto, ove la pura
insufficienza
miracolosamente si tramuta,
per balzar nella vacua ultrapotenza,
in cui la serie d’infiniti addendi
non si traduce in còmputo di somma.

     O piazze!
O sconfinate piazze di Parigi,
scena d’uno spettacolo perenne,
dove Madame Lamort, modista eterna,
annoda come nastri interminabili
i sentieri implacati della Terra;
e li piega, a inventar dai loro intrecci
sciarpe gale coccarde fiori e frutti
— dai mentiti colori inverosimili —
pei cappellucci miseri d’inverno
della sorte operaia.

     Angelo, ascolta:
se una piazza vi fosse,
una piazza da noi non conosciuta;
se là, sovra un tappeto indescrivibile,
gli Amanti che quaggiú, ahi, non poterono
mostrassero lo slancio alto dei cuori
in ardite figure erette al cielo;
in torri alte di gioia; e in quelle scale
cosí a lungo quaggiú, dove mancava
a sostenerle il suolo, ripoggiate
l’una all’altra a tremar su di un abisso;
se potessero ciò di fronte ad una
cerchia infinita, riguardante zitta,
di silenziosi morti;
getterebbero allora essi, i defunti,
le ultime monete cosí a lungo
risparmiate e nascoste
(le monete di gioia, ignote a noi,
dall’infinito corso)
a quella coppia, sorridente alfine
del suo sorriso vero,
su quel tappeto là, — pacificato?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die fünfte Elegie

Frau Hertha Koenig zugeeignet.

Wer aber sind sie, sag mir, die Fahrenden, diese ein wenig
Flüchtigern noch als wir selbst, die dringend von früh an
wringt ein wem, wem zu Liebe
niemals zufriedener Wille? Sondern er wringt sie,
biegt sie, schlingt sie und schwingt sie,
wirft sie und fängt sie zurück; wie aus geölter,
glatterer Luft kommen sie nieder
auf dem verzehrten, von ihrem ewigen
Aufsprung dünneren Teppich, diesem verlorenen
Teppich im Weltall.
Aufgelegt wie ein Pflaster, als hätte der Vorstadt-
Himmel der Erde dort wehe getan. Und kaum dort,
aufrecht, da und gezeigt: des Dastehns
großer Anfangsbuchstab…, schon auch, die stärksten
Männer, rollt sie wieder, zum Scherz, der immer
kommende Griff, wie August der Starke bei Tisch
einen zinnenen Teller.

Ach und um diese
Mitte, die Rose des Zuschauns:
blüht und entblättert. Um diesen
Stampfer, den Stempel, den von dem eignen
blühenden Staub getroffnen, zur Scheinfrucht
wieder der Unlust befruchteten, ihrer
niemals bewußten, – glänzend mit dünnster
Oberfläche leicht scheinlächelnden Unlust.

Da: der welke, faltige Stemmer,
der alte, der nur noch trommelt,
eingegangen in seiner gewaltigen Haut, als hätte sie früher
zwei Männer enthalten, und einer
läge nun schon auf dem Kirchhof, und er überlebte den andern,
taub und manchmal ein wenig
wirr, in der verwitweten Haut.

Aber der junge, der Mann, als wär er der Sohn eines Nackens
und einer Nonne: prall und strammig erfüllt
mit Muskeln und Einfalt.

Oh ihr,
die ein Leid, das noch klein war,
einst als Spielzeug bekam, in einer seiner
langen Genesungen…

Du, der mit dem Aufschlag,
wie nur Früchte ihn kennen, unreif,
täglich hundertmal abfällt vom Baum der gemeinsam
erbauten Bewegung (der, rascher als Wasser, in wenig
Minuten Lenz, Sommer und Herbst hat) –
abfällt und anprallt ans Grab:
manchmal, in halber Pause, will dir ein liebes
Antlitz entstehn hinüber zu deiner selten
zärtlichen Mutter; doch an deinen Körper verliert sich,
der es flächig verbraucht, das schüchtern
kaum versuchte Gesicht… Und wieder
klatscht der Mann in die Hand zu dem Ansprung, und eh dir
jemals ein Schmerz deutlicher wird in der Nähe des immer
trabenden Herzens, kommt das Brennen der Fußsohln
ihm, seinem Ursprung, zuvor mit ein paar dir
rasch in die Augen gejagten leiblichen Tränen.
Und dennoch, blindlings,
das Lächeln…

Engel! o nimms, pflücks, das kleinblütige Heilkraut.
Schaff eine Vase, verwahrs! Stells unter jene, uns noch nicht
offenen Freuden; in lieblicher Urne
rühms mit blumiger schwungiger Aufschrift: «Subrisio Saltat».

     Du dann, Liebliche,
du, von den reizendsten Freuden
stumm Übersprungne. Vielleicht sind
deine Fransen glücklich für dich –,
oder über den jungen
prallen Brüsten die grüne metallene Seide
fühlt sich unendlich verwöhnt und entbehrt nichts.
Du,
immerfort anders auf alle des Gleichgewichts schwankende Waagen
hingelegte Marktfrucht des Gleichmuts,
öffentlich unter den Schultern.

Wo, o wo ist der Ort – ich trag ihn im Herzen –,
wo sie noch lange nicht konnten, noch von einander
abfieln, wie sich bespringende, nicht recht
paarige Tiere; –
wo die Gewichte noch schwer sind;
wo noch von ihren vergeblich
wirbelnden Stäben die Teller
torkeln…

Und plötzlich in diesem mühsamen Nirgends, plötzlich
die unsägliche Stelle, wo sich das reine Zuwenig
unbegreiflich verwandelt –, umspringt
in jenes leere Zuviel.
Wo die vielstellige Rechnung
zahlenlos aufgeht.

Plätze, o Platz in Paris, unendlicher Schauplatz,
wo die Modistin, Madame Lamort,
die ruhlosen Wege der Erde, endlose Bänder,
schlingt und windet und neue aus ihnen
Schleifen erfindet, Rüschen, Blumen, Kokarden, künstliche Früchte –, alle
unwahr gefärbt, – für die billigen
Winterhüte des Schicksals.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Engel!: Es wäre ein Platz, den wir nicht wissen, und dorten,
auf unsäglichem Teppich, zeigten die Liebenden, die’s hier
bis zum Können nie bringen, ihre kühnen
hohen Figuren des Herzschwungs,
ihre Türme aus Lust, ihre
längst, wo Boden nie war, nur an einander
lehnenden Leitern, bebend, – und könntens,
vor den Zuschauern rings, unzähligen lautlosen Toten:
     Würfen die dann ihre letzten, immer ersparten,
immer verborgenen, die wir nicht kennen, ewig
gültigen Münzen des Glücks vor das endlich
wahrhaft lächelnde Paar auf gestilltem
Teppich?

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

La sesta Elegia – Rainer Maria Rilke

Jean-Joseph Perraud, Despair, 1869, Mable, Musée d’Orsay, Paris

 

    Da quanto tempo, albero di fico,
pieno mi appare di profondi sensi
che tu, quasi spregiando metter fiori,
schivo di gloria, il tuo puro mistero
nel frutto infondi maturato in punto.
Come spillo gagliardo di fontana,
la tua curva ramaglia in alto spinge
la linfa, e la dirama. E balza poi,
senza quasi destarsi, dal suo sonno
nella felicità del dolce frutto:
come, nel Cigno, il Nume.
Ma noi, per contro, ci attardiamo… È nostro
vanto, fiorire. E penetriamo, allora,
delusi, ahimè, nella tardiva polpa
del nostro frutto estremo.
Pochi di noi, l’anelito di agire
assale cosí forte, — da bruciarli
a divampar nel maturato frutto
del proprio cuore pieno,
allor che la lusinga di fiorire,
come il piú dolce zèfiro notturno,
bacia il rigóglio della bocca giovine
e le palpebre sfiora.
Forse, gli Eroi;
e i giovanetti, forse, innanzi tempo
chiamati dal destino oltre la vita:
a cui la Morte giardiniera incurva
diversamente i rami delle vene.
Precipitando, avanzano
il lor proprio sorriso,
come il Re vincitore, la quadriga
nelle serene, cave
immagini di Karnak.

     Maravigliosamente, ai giovinetti
che la Morte rapiva innanzi tempo,
è prossimo l’Eroe.
Nasce compiuto. E non lo tocca il mondo.
Infaticabilmente, egli se stesso
travolge e innalza su, per entro un’altra
costellazione:
quella del suo pericolo inesausto.
Quivi, rimane a molti sguardi occulto.
E, d’improvviso, quel destino buio,
che noi sprofonda in un silenzio eterno,
preso per Lui di veemente amore,
lo rapisce cantando nel suo mondo
entro la romba di bufere immense.
Ma come Lui, non odo alcuno. E il suono,
che ne prorompe, mi percorre a volte
quasi scrosciar di repentini vènti.
Oh come, allora,
difendermi vorrei da questo anelito:
essere un bimbo;
potere ancóra divenir bambino:
e, poggiato alle braccia che saranno,
rileggere la Storia di Sansone:
e della madre, sterile da prima,
alfine giunta a generar l’Eroe.

     Eroe, madre, non era
già nel tuo grembo? E non avea principio
quivi di già la sovrumana scelta
del suo destino?
Mille germi in quel tuo grembo profondo
fermentavano, madre, ad esser Lui.
Egli prese, lasciò, scelse: e divenne.
E quando infranse le colonne al suolo,
fu per balzar dal mondo del tuo corpo
in un mondo piú angusto, ov’ei potesse
scegliere ancóra: ed essere l’Eroe.
O madri degli eroi! Sorgenti pure
di rapinosi fiumi!
Abissi in cui, dall’orlo alto del cuore,
precipitavan giú,
con gemiti infiniti, le fanciulle,
predestinate vittime future
del figlio vostro.
Per le soste d’amore, si scagliava
come vento in bufera il vostro figlio.
Piú in alto, su, lo travolgeva in volo
il palpito per lui di ciascun cuore.
Ma già rivolto altrove, egli sorgeva
ritto al confine estremo dei sorrisi, —
trasfigurato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die sechste Elegie

Feigenbaum, seit wie lange schon ists mir bedeutend,
wie du die Blüte beinah ganz überschlägst
und hinein in die zeitig entschlossene Frucht,
ungerühmt, drängst dein reines Geheimnis.
Wie der Fontäne Rohr treibt dein gebognes Gezweig
abwärts den Saft und hinan: und er springt aus dem Schlaf,
fast nicht erwachend, ins Glück seiner süßesten Leistung.
Sieh: wie der Gott in den Schwan. …… Wir aber verweilen,
ach, uns rühmt es zu blühn, und ins verspätete Innre
unserer endlichen Frucht gehn wir verraten hinein.
Wenigen steigt so stark der Andrang des Handelns,
daß sie schon anstehn und glühn in der Fülle des Herzens,
wenn die Verführung zum Blühn wie gelinderte Nachtluft
ihnen die Jugend des Munds, ihnen die Lider berührt:
Helden vielleicht und den frühe Hinüberbestimmten,
denen der gärtnernde Tod anders die Adern verbiegt.
Diese stürzen dahin: dem eigenen Lächeln
sind sie voran, wie das Rossegespann in den milden
muldigen Bildern von Karnak dem siegenden König.

Wunderlich nah ist der Held doch den jugendlich Toten. Dauern
ficht ihn nicht an. Sein Aufgang ist Dasein; beständig
nimmt er sich fort und tritt ins veränderte Sternbild
seiner steten Gefahr. Dort fänden ihn wenige. Aber,
das uns finster verschweigt, das plötzlich begeisterte Schicksal
singt ihn hinein in den Sturm seiner aufrauschenden Welt.
Hör ich doch keinen wie ihn. Auf einmal durchgeht mich
mit der strömenden Luft sein verdunkelter Ton.

Dann, wie verbärg ich mich gern vor der Sehnsucht: O wär ich,
wär ich ein Knabe und dürft es noch werden und säße
in die künftigen Arme gestützt und läse von Simson,
wie seine Mutter erst nichts und dann alles gebar.

War er nicht Held schon in dir, o Mutter, begann nicht
dort schon, in dir, seine herrische Auswahl?
Tausende brauten im Schoß und wollten er sein,
aber sieh: er ergriff und ließ aus –, wählte und konnte.
Und wenn er Säulen zerstieß, so wars, da er ausbrach
aus der Welt deines Leibs in die engere Welt, wo er weiter
wählte und konnte. O Mütter der Helden, o Ursprung
reißender Ströme! Ihr Schluchten, in die sich
hoch von dem Herzrand, klagend,
schon die Mädchen gestürzt, künftig die Opfer dem Sohn.

Denn hinstürmte der Held durch Aufenthalte der Liebe,
jeder hob ihn hinaus, jeder ihn meinende Herzschlag,
abgewendet schon, stand er am Ende der Lächeln, – anders.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Alexey Titarenko, dalla serie City of shadows

   

 Alberi della vita, oh, quando giunge
l’Inverno su di voi?
Fusi non siamo in unità concorde:
come gli uccelli migratori, ai rami.
Sopravanzati sempre, e troppo tardi,
incavalchiamo i vènti all’improvviso;
e cadiamo entro stagni inospitali.
Nel senso del fiorire, è incluso già
il senso, in noi, dell’appassir fiorendo;
mentre vi son leoni, in altre plaghe,
che vanno e che non sanno
(fin quando, in loro, è maestà di forze)
la perentoria sorte del declino.

     Ma noi, quando ci assorbe
tutti un obbietto,
un altro ne avvertiamo, che si sfoggia
a contrastargli, duplice, lo spazio.
L’ostilità degli uomini e del mondo:
ecco, la vicinanza piú vicina.
Anche gli Amanti, che, nel mutuo darsi,
spazio si promettean  fuga ed asilo,
urtano senza posa uno nell’altro:
come in un duro limite di pietra.
Penosamente,
alla forma dell’Attimo nel tempo
si prepara uno sfondo di contrasto,
su cui spicchi piú chiara ai nostri sguardi.
… La vita è sempre esplicita e lampante.
D’ogni senso, per noi, si manifesta
solo ciò che lo plasma dal di fuori:
non il profilo in cui si circoscrive.
Chi non sedette innanzi al proprio cuore,
trepido come innanzi ad un velario?
Si aprí… Sullo scenario di un addio.
Uno scenario noto. Vi oscillava
il solito giardino. Lentamente.
E venne il Danzatore.
Non Lui. Ma la sua maschera nel mondo.
Anche se si fa lieve ad ogni gesto,
è travestito. E tornerà, fra poco,
il borghesuccio che (quando rincasa)
per la cucina, accede alla sua stanza.
Non voglio queste maschere incompiute!
Meglio la marionetta, ch’è totale.
Sopporterò l’involucro ed i fili,
e quel suo vólto fatto di apparenza.
Eccomi. Sono pronto allo spettacolo.
Anche se adesso muoiono le lampade,
ed una voce mormora: Si chiude;
anche se spira dalla scena il vuoto
in un soffio di cenere e di freddo;
anche se accanto non mi siede, muto,
neppur uno de’ miei defunti antichi;
ecco, rimango. Ché qualcosa resta,
da contemplare.

     … E non è giusto?
Tu, padre mio, cui tanto amara parve
la vita, assaporando l’amarezza
di questa mia nei primi sorsi lenti
del mio destino,
e che tornavi a rigustarlo, mentre
cresceva col mio crescere; e, turbato
da un sì strano sapore di futuro,
scrutavi in fondo al velo de’ miei sguardi;
padre, che dentro me (anche defunto)
séguiti spesso a vivere di angoscia
in ogni mia speranza:
ed abbandoni
(solo a partecipar, di cosí poco,
al mio destino) la sovrana immensa
pace dei morti;
non è giusto, padre?
E voi, creature,
voi che mi amaste per l’esiguo inizio
d’amore ch’io vi diedi; e donde súbito
mi allontanavo,
perché lo spazio di quel vostro vólto
mi sconfinava — amato — per gli spazii
del mondo, in cui non eravate piú;
non è giusto, creature?
Non è giusto, se attendere mi piace
innanzi al palco delle marionette?
E farmi, dentro, tutto quanto, e solo,
occhi voraci ?… In sino a quando, alfine,
a pareggiare il peso degli sguardi,
ecco un Angelo attore: che discende
sovra quel palco,
per raddrizzar le marionette in piedi.
La marionetta e l’Angelo, nel mondo.
Ed ora, lo spettacolo incomincia.
Compaginata, alfine, è l’unità,
che noi, vivendo, dissociammo ognora.
Dalle nostre stagioni, ora soltanto,
il ciclo dell’intiera metamorfosi
si compie e chiude.
Adesso sopra noi, fuori di noi,
è l’Angelo che recita nel mondo.
Guarda! I morenti non sospetterebbero
fino a qual punto tutto ciò che nasce
dal nostro agire è solamente inganno.
Nulla è, davvero, ciò che sembra essere.
Ore beate dell’infanzia, quando
dietro ogni forma respirava, intenso,
piú che il passato; e innanzi a noi non era
ancóra l’avvenire!
Noi crescevamo. E ci assillava l’ansia
di farci grandi in fretta, per coloro
cui non restava piú ch’essere grandi.
E nel nostro cammino solitario,
era la gioia, in noi, di ciò che dura.
Si viveva, cosí, nell’intervallo
ch’è tra il balocco e il mondo:
in uno spazio primigenio, fatto
solo per contenere un puro evento.

     Chi mai darà figura
all’essenza ineffabile del bimbo?
Chi, Stella, lo porrà fra l’altre stelle,
e in mano gli darà la sua misura:
la misura infinita del distacco?
Chi renderà la morte del fanciullo
col tozzo grigio che diviene pietra,
o gliela lascierà — torso di pomo —
nella bocca rotonda e piccolina?
Nel mistero scrutar degli omicidi,
è agevol cosa. Ma questo: la morte,
tutta la morte, — prima della vita —
chiudere tanto dolcemente in sé,
senza rancore;
è questo, l’indicibile prodigio.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die vierte Elegie

O Bäume Lebens, o wann winterlich?
Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zug-
vögel verständigt. Überholt und spät,
so drängen wir uns plötzlich Winden auf
und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
Und irgendwo gehn Löwen noch und wissen,
solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

Uns aber, wo wir Eines meinen, ganz,
ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
ist uns das Nächste. Treten Liebende
nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
mit uns. Wir kennen den Kontur
des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.
Leicht zu verstehen. Der bekannte Garten,
und schwankte leise: dann erst kam der Tänzer.
Nicht der. Genug! Und wenn er auch so leicht tut,
er ist verkleidet und er wird ein Bürger
und geht durch seine Küche in die Wohnung.
Ich will nicht diese halbgefüllten Masken,
lieber die Puppe. Die ist voll. Ich will
den Balg aushalten und den Draht und ihr
Gesicht aus Aussehn. Hier. Ich bin davor.
Wenn auch die Lampen ausgehn, wenn mir auch
gesagt wird: Nichts mehr –, wenn auch von der Bühne
das Leere herkommt mit dem grauen Luftzug,
wenn auch von meinen stillen Vorfahrn keiner
mehr mit mir dasitzt, keine Frau, sogar
der Knabe nicht mehr mit dem braunen Schielaug:
Ich bleibe dennoch. Es giebt immer Zuschaun.

Hab ich nicht recht? Du, der um mich so bitter
das Leben schmeckte, meines kostend, Vater,
den ersten trüben Aufguß meines Müssens,
da ich heranwuchs, immer wieder kostend
und, mit dem Nachgeschmack so fremder Zukunft
beschäftigt, prüftest mein beschlagnes Aufschaun, –
der du, mein Vater, seit du tot bist, oft
in meiner Hoffnung, innen in mir, Angst hast,
und Gleichmut, wie ihn Tote haben, Reiche
von Gleichmut, aufgiebst für mein bißchen Schicksal,
hab ich nicht recht? Und ihr, hab ich nicht recht,
die ihr mich liebtet für den kleinen Anfang
Liebe zu euch, von dem ich immer abkam,
weil mir der Raum in eurem Angesicht,
da ich ihn liebte, überging in Weltraum,
in dem ihr nicht mehr wart…: wenn mir zumut ist,
zu warten vor der Puppenbühne, nein,
so völlig hinzuschaun, daß, um mein Schauen
am Ende aufzuwiegen, dort als Spieler
ein Engel hinmuß, der die Bälge hochreißt.
Engel und Puppe: dann ist endlich Schauspiel.
Dann kommt zusammen, was wir immerfort
entzwein, indem wir da sind. Dann entsteht
aus unsern Jahreszeiten erst der Umkreis
des ganzen Wandelns. Über uns hinüber
spielt dann der Engel. Sieh, die Sterbenden,
sollten sie nicht vermuten, wie voll Vorwand
das alles ist, was wir hier leisten. Alles
ist nicht es selbst. O Stunden in der Kindheit,
da hinter den Figuren mehr als nur
Vergangnes war und vor uns nicht die Zukunft.
Wir wuchsen freilich und wir drängten manchmal,
bald groß zu werden, denen halb zulieb,
die andres nicht mehr hatten, als das Großsein.
Und waren doch, in unserem Alleingehn,
mit Dauerndem vergnügt und standen da
im Zwischenraume zwischen Welt und Spielzeug,
an einer Stelle, die seit Anbeginn
gegründet war für einen reinen Vorgang.

Wer zeigt ein Kind, so wie es steht? Wer stellt
es ins Gestirn und giebt das Maß des Abstands
ihm in die Hand? Wer macht den Kindertod
aus grauem Brot, das hart wird, – oder läßt
ihn drin im runden Mund, so wie den Gröps
von einem schönen Apfel?…… Mörder sind
leicht einzusehen. Aber dies: den Tod,
den ganzen Tod, noch vor dem Leben so
sanft zu enthalten und nicht bös zu sein,
ist unbeschreiblich.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Canto d’amore – Rainer Maria Rilke

Arnold Genthe, Julia Marlowe, ca. 1911

 

   E come tratterrò l’anima mia,
perché la tua non sfiori?
Come la leverò verso altre sfere,
dove tu piú non sia?

   Oh, celarla vorrei presso qualcosa
che si smarrisse in buia solitudine,
in un angolo ignoto e silenzioso
che non vibrasse piú quando rivibrano
gli abissi tuoi!…

   Ma tutto ciò che appena ne disfiora,
ci prende insieme al pari dell’archetto
che da due corde trae solo una voce.

   Su qual strumento, ahimè, siamo noi tesi?
E chi lo regge e suona?… Oh melodia!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Liebes – Lied

Wie soll ich meine Seele halten, daß
sie nicht an deine rührt? Wie soll ich sie
hinheben über dich zu andern Dingen?
Ach gerne möcht ich sie bei irgendwas
Verlorenem im Dunkel unterbringen
an einer fremden stillen Stelle, die
nicht weiterschwingt, wenn deine Tiefen schwingen.
Doch alles, was uns anrührt, dich und mich,
nimmt uns zusammen wie ein Bogenstrich,
der aus zwei Saiten eine Stimme zieht.
Auf welches Instrument sind wir gespannt?
Und welcher Spieler hat uns in der Hand?
O süßes Lied.

Rainer Maria Rilke

da “­Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

La seconda Elegia – Rainer Maria Rilke

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

   

   E gli Angeli appartengono al Tremendo.
Lo so. Ma non desiste
dall’invocarvi trepido il mio canto,
o dell’anima, voi, quasi mortali
alígeri tremendi… Ove scomparvero
i tempi di Tobía, quando sostava
un Angelo raggiante,
fra i piú raggianti delle vostre schiere,
presso l’umile soglia;
e, travestito là da pellegrino,
piú non parea terribile agli sguardi
curiosi del giovine, che solo
vi ravvisava un giovine compagno.
Se il periglioso Arcangelo,
dalle stelle rompendo, ora movesse
solo di un poco a scendere fra noi,
in sussulto di battiti convulsi
ci abbatterebbe al suolo il nostro cuore.
Angeli, e voi chi siete?

   Primi Beati. Prediletti, eterni,
dell’universo. Teorie sublimi
di gioghi alpestri. Creste porporine
d’ogni cosa creata, ad ogni aurora.
Pollini del Divino rifiorente.
Giunture della Luce. Itinerarii.
Troni. Scalèe.
Spazia essenziali. Scudi di delizia.
Tumulti di tripudio tempestoso….
E poi, repente, — ad uno ad uno — specchi
che la loro bellezza defluita
riattingono su, nel proprio vólto.

   Ahi ! Nel sentire, noi ci disperdiamo
esalandoci via. Da bragia a bragia,
con un sempre piú debole profumo.
E se una voce, innamoratamente,
rimormora: « Mi sei, tutto, nel sangue.
Si ricolma di te tutta la stanza,
tutta la primavera… », a che ti giova?
Oh non riesce a trattenerti in sé,
l’innamorato cuore:
e tu sparisci dentro e intorno a lui.
… E la bellezza, come trattenerla?
Ripullula, dall’íntimo, sui vólti
in riflesso di luce inesauribile,
che inesauribilmente si rispenge.

Quasi rugiada in erba mattutina,
svapora su da noi la nostra essenza:
come il tepore, su dal caldo pane.
Ci abbandona un sorriso… E dove fugge?
E dove fuggi tu, sguardo, improvvisa 
onda, balzante su dal nostro cuore?
Ed eravamo, tutti, in quel sorriso:
in quello sguardo, tutti…
Ma forse, almeno, l’infinito spazio
in cui ci disperdiamo,
ha sapore di noi?
E gli Angeli risuggono soltanto
l’essenza che fluí nei nostri cuori
dall’abbondanza loro;
o, per abbaglio, mista a quell’essenza,
anche qualcosa della nostra essenza?
E non si mesce un poco ai loro vólti,
come sul vólto alle future madri,
quel senso d’ineffabile prodigio?
Né la ravvisa alcuno (e non potrebbe!)
coinvolta nei turbini del gorgo,
che gli ritorna dentro.

     Gli Amanti solamente, ove sapessero,
potrebbero, nell’ètere notturno,
un linguaggio parlar maraviglioso.
Ché tutto sembra, allora,
dissimularci, attorno.
Guarda! Gli alberi, sono. E ancóra stanno
le case ove abitiamo.
Ma noi su tutto si trasvola via,
come uno scambio di correnti aeree.
Ogni cosa congiura a rinnegarci.
Per vergogna di noi. Quando non sia
per una inesprimibile speranza.

    Amanti, o voi beatamente fusi
l’uno nell’altro, — io vi domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Vi avviticchiate. Ma nel vostro abbraccio,
siete certi di essere?
Vedete? Accade a me che, strette a volte
l’una con l’altra
prendan di sé coscienza le mie mani;
o che, corroso dalla vita, adesso
trovi in quelle rifugio il vólto mio.
E chi, solo per ciò, si attenterebbe
di vantarsi vivente?
Ma voi, che nella voluttà dell’altro
dismisuratamente vi accrescete,
fino al grido che supplica: Non piú;
voi, che sotto le cupide carezze
vi fate ricchi come per vendemmia
vigneti opimi;
e poi, mancate alfine, solamente
perché dolce è soccombere a quell’altro,
che vi soverchia;
a voi, domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Lo so. Vi bea la trepida carezza,
che la potenza ha in sé di trattenere.
Non dileguano via le dolci carni,
su cui teneramente si depone.
E, dentro, vi trascorre — e lo avvertite —
la durata purissima del tempo.
E l’abbraccio, cosí, promessa sembra
a voi di eternità…
… Ma poi che abbiate vinto
il trepidar dei primi sguardi,
il primo anelito di attesa al davanzale,
e la dolcezza di quel vostro andare,
la prima volta, stretti in un giardino;
amanti, siete voi gli Amanti ancóra?
Quando l’un l’altro
vi portate alle labbra e vi bevete
— coppa che ad altra coppa si disseta —
nell’atto di quel bere avidamente,
le vostre essenze, entrambe, si dissolvono.

    Non vi stupiva, sulle stele attiche,
la cautela ai gesti umani infusa?
Non posavan leggieri, sovra gli òmeri,
e l’Amore e il Distacco lievemente,
quasi li componesse un soffio etèreo,
e non l’odierno peso?
Rammentate le mani, imponderabili
nel gesto del posarsi,
mentre un vigore enorme i corpi impenna?
Dominatori di se stessi, i Greci
intendevano dire: « Il nostro regno,
giunge fin qui. E solamente questo,
è il modo di toccar che ci compete.
La mano degli Dei preme piú forte.
Ma è forza che pertiene ai Numi soli ».
Potessimo anche noi, cosí, trovare
una sostanza umana,
tutta pura, arrendevole, sottile;
un nostro lembo di terra feconda
di tra la roccia e il fiume!
Ché sempre, come quelli, ci trascende
il nostro cuore. E noi piú non possiamo
seguirlo con lo sguardo entro figure
ove si plachi, né in divini corpi
in cui piú grande, moderato, cresca.

 Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die zweite Elegie

Jeder Engel ist schrecklich. Und dennoch, weh mir,
ansing ich euch, fast tödliche Vögel der Seele,
wissend um euch. Wohin sind die Tage Tobiae,
da der Strahlendsten einer stand an der einfachen Haustür,
zur Reise ein wenig verkleidet und schon nicht mehr furchtbar;
(Jüngling dem Jüngling, wie er neugierig hinaussah).
Träte der Erzengel jetzt, der gefährliche, hinter den Sternen
eines Schrittes nur nieder und herwärts: hochauf-
schlagend erschlüg uns das eigene Herz. Wer seid ihr?

Frühe Geglückte, ihr Verwöhnten der Schöpfung,
Höhenzüge, morgenrötliche Grate
aller Erschaffung, – Pollen der blühenden Gottheit,
Gelenke des Lichtes, Gänge, Treppen, Throne,
Räume aus Wesen, Schilde aus Wonne, Tumulte
stürmisch entzückten Gefühls und plötzlich, einzeln,
Spiegel: die die entströmte eigene Schönheit
wiederschöpfen zurück in das eigene Antlitz.

Denn wir, wo wir fühlen, verflüchtigen; ach wir
atmen uns aus und dahin; von Holzglut zu Holzglut
geben wir schwächern Geruch. Da sagt uns wohl einer:
ja, du gehst mir ins Blut, dieses Zimmer, der Frühling
füllt sich mit dir . . . Was hilfts, er kann uns nicht halten,
wir schwinden in ihm und um ihn. Und jene, die schön sind,
o wer hält sie zurück? Unaufhörlich steht Anschein
auf in ihrem Gesicht und geht fort. Wie Tau von dem Frühgras
hebt sich das Unsre von uns, wie die Hitze von einem
heißen Gericht. O Lächeln, wohin? O Aufschaun:
neue, warme, entgehende Welle des Herzens –;
weh mir: wir sinds doch. Schmeckt denn der Weltraum,
in den wir uns lösen, nach uns? Fangen die Engel
wirklich nur Ihriges auf, ihnen Entströmtes,
oder ist manchmal, wie aus Versehen, ein wenig
unseres Wesens dabei? Sind wir in ihre
Züge so viel nur gemischt wie das Vage in die Gesichter
schwangerer Frauen? Sie merken es nicht in dem Wirbel
ihrer Rückkehr zu sich. (Wie sollten sie’s merken.)

Liebende könnten, verstünden sie’s, in der Nachtluft
wunderlich reden. Denn es scheint, daß uns alles
verheimlicht. Siehe, die Bäume sind; die Häuser,
die wir bewohnen, bestehn noch. Wir nur
ziehen allem vorbei wie ein luftiger Austausch.
Und alles ist einig, uns zu verschweigen, halb als
Schande vielleicht und halb als unsägliche Hoffnung.

Liebende, euch, ihr in einander Genügten,
frag ich nach uns. Ihr greift euch. Habt ihr Beweise?
Seht, mir geschiehts, daß meine Hände einander
inne werden oder daß mein gebrauchtes
Gesicht in ihnen sich schont. Das giebt mir ein wenig
Empfindung. Doch wer wagte darum schon zu sein?
Ihr aber, die ihr im Entzücken des anderen
zunehmt, bis er euch überwältigt
anfleht: nicht mehr –; die ihr unter den Händen
euch reichlicher werdet wie Traubenjahre;
die ihr manchmal vergeht, nur weil der andre
ganz überhand nimmt: euch frag ich nach uns. Ich weiß,
ihr berührt euch so selig, weil die Liebkosung verhält,
weil die Stelle nicht schwindet, die ihr, Zärtliche,
zudeckt; weil ihr darunter das reine
Dauern verspürt. So versprecht ihr euch Ewigkeit fast
von der Umarmung. Und doch, wenn ihr der ersten
Blicke Schrecken besteht und die Sehnsucht am Fenster,
und den ersten gemeinsamen Gang, ein Mal durch den Garten:
Liebende, seid ihrs dann noch? Wenn ihr einer dem andern
euch an den Mund hebt und ansetzt –: Getränk an Getränk:
o wie entgeht dann der Trinkende seltsam der Handlung.

Erstaunte euch nicht auf attischen Stelen die Vorsicht
menschlicher Geste? war nicht Liebe und Abschied
so leicht auf die Schultern gelegt, als wär es aus amderm
Stoffe gemacht als bei uns? Gedenkt euch der Hände,
wie sie drucklos beruhen, obwohl in den Torsen die Kraft steht.
Diese Beherrschten wußten damit: so weit sind wirs,
dieses ist unser, uns so zu berühren; stärker
stemmen die Götter uns an. Doch dies ist Sache der Götter.

Fänden auch wir ein reines, verhaltenes, schmales
Menschliches, einen unseren Streifen Fruchtlands
zwischen Strom und Gestein. Denn das eigene Herz übersteigt uns
noch immer wie jene. Und wir können ihm nicht mehr
nachschaun in Bilder, die es besänftigen, noch in
göttliche Körper, in denen es größer sich mäßigt.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923