L’alba – Piero Bigongiari

Michael Kenna, Late Afternoon Rainbow, Dunalley, Tasmania, Australia, 2013

 

Ho visto uccelli strani, nevicate impossibili,
il cuore pesticciare disarmato la tundra,
ho sentito nocchi di sguardi scendere, grandinate
di sguardi mettere in forse il suo raccolto,
le ore essere uguali al loro contrario,
il tempo lento a percorrersi come un tappeto troppo lungo
– e là chi ti attende? non puoi vederlo… un’ombra scarlatta –.

Ho inteso il mare parlare da solo
quasi non avesse naufraghi su ogni riva,
ho visto bambini medicarsi ferite atroci, andare senza gambe,
guardare senz’occhi, chiedere senza lingua,
implorare una madre rivolti a una roccia,
ho visto un fiore che sboccia affrettare il tempo
ma renderlo infinito un sasso che precipita.

Ma tu che non trattieni il tuo stesso riscatto
e quanto ti completa renderlo quanto ti mutila,
che sei quello che volevi essere e non sarai mai,
cuore in palma di mano o dentro l’abisso schivo d’un sorriso,
se io vivo accanto al precipizio del tuo sangue
ogni colore finisce nel bianco, mosso il proprio spettro,
quel dolore non scompartirlo in felicità troppo sole.

Sole in palma di mano, sole che scende l’abisso
circospetto, e trova ciuffi d’erba, alberi nella nebbia,
chiome addormentate, un pensiero per capello,
basta cercarvi, scendere, risalire, abbandonata la circospezione,
la città dorme, il fango addensa il proprio siero,
butta la lenza il pescatore mattiniero
entro un’acqua che non può fermarsi se contiene, né divide, la vita.

Piero Bigongiari

20 novembre ’62

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

A labbra serrate – Piero Bigongiari

Susan Burnstine, Impasse

 

Un’ombra ancora, un’ombra che non scompare
come un discorso pieno di propositi,
e questo cielo senza vittoria per nessuno,
le mani calde, la bocca amara d’amare.

Inutile parlarvi, miei morti sconosciuti,
inutile cercarvi, voi uomini della terra,
per la troppa terra che nasconde il vostro cielo,
solo vostro è il cielo per cui soffriamo tutta la terra.

Tutta la terra e gli errori penosi perché piccoli,
le stragi come muri d’argilla a ridosso dei quali ci ripariamo,
con un fazzoletto scarlatto asciughiamo il sangue per non vederlo
con uno bianco le lacrime per non piangere.

Con un passo piú lungo commettiamo la stanchezza, a che cosa?,
la rosa in un vortice repentino scopre la primavera in un deserto
e le stagioni si salvano dai cannoni ma non dagli sguardi degli uomini
che forse esistono sulla terra per uno scompenso di menzogne

come il vento in un dislivello barometrico.
Asciughiamo le lacrime anche con le parole,
con la fucileria piú fitta, con gli amici che salgono le scale.
E inventiamo d’andare a letto, per inventare qualcosa,

mentre sentiamo che la vita divaria dalla morte
veramente, non c’è dubbio, ma siamo stanchi lo stesso,
come quando stanchi della musica ascoltiamo solo gli strumenti.

Piero Bigongiari

15 aprile ’44

da “Rogo”, 1942-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Sulla soglia il suo piede fiammeggia – Piero Bigongiari

Foto di Anja Bührer

 

Ho mantenuto acceso con l’inesprimibile
quanto di me non si è arreso all’evidenza,
anche se non so se a lui arrivi o da lui venga
qualcosa che non ci tenga con le mani in mano
a guardare lo strano desiderarsi della vita.

Ma non ho atteso che il lontano troppo
si appressasse per riconoscere nell’occhio
il germoglio e il fiorire dell’oblio,
la lontananza che non vuol morire
in se stessa, nell’oscuro barbaglio
della sua identità.

                                          La furia delle Arpie 
e la loro coprofagia ho sopportato
purché gli inni sgorgassero al banchetto
puri nell’imperfetto aderire
di ogni conoscenza al suo contrario.
Io non posso né voglio, nel divario,
fare senza quello che non so, non
amare ciò che l’amore nasconde.
Per il mare non è facile, nella sua torbida trasparenza,
trovare le sue sponde, ma nemmeno
lasciarle senza lo sciacquio delle onde,
l’occulto scintillio del suo vagare
della propria parvenza a una sostanza
che esso non riesce a sostanziare.

Io non so amarti che nel pericolo
del disamore, ma più forte amarti
nell’afrore dei tuoi arti che tremano,
cercandoti più a fondo nel dolore
che unisce ogni mancanza alla pienezza.

La carezza allora scende a lenire
il tuo viso invisibile che non conosci
che nel calore che la palma misericorde
della mia mano spande su quell’ignoto sorriso.

Ancora chiuso nell’uovo del suo mistero
è l’enigma di ogni creatura
che l’amore feconda. Il misterioso
messaggero è alla porta ma non entra.
Il messaggero o il battezzatore?
Sulla soglia il suo piede fiammeggia.

Piero Bigongiari

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce”, 1984-1996, Le Lettere, Firenze, 1996

Carte routière 1963 – Piero Bigongiari

Michele Del Campo, The Pier (dettaglio), olio su tela, 2014

BRUNNEN

L’acqua, il passerotto, l’anatra muta
è tutta Brunnen a specchio del cuore,
giochi ai quattro cantoni con l’amore
se io dopo di te tocco la roccia
come con antica distanza il sole.

COLMAR

Tu as habité au centre, dis-tu, à l’Hôtel du Centre,
mais il n’y a pas de centre, ni à Colmar ni autre part.
Les marchands, dis-tu, ont porté leurs abris, leurs bancs
autour de la cathédrale, mais tu songes, tu songes aussi,
peut-être les rois mages sont-ils arrivés,
la roseraie fleurie,
quelqu’un, je me rappelle, je me rappelle, chantait.

KÖLN

Un corvo neroverde lungo il Reno
risaliva o scendeva la corrente,
la chiocciola ha messo fuori le corna
a Köln, corna fiorite o dentate?
Non ve ne andate, ore senza corrente,
non tornate a casa, non avete casa:
udite, udite parlare duramente
tra la morchia che unge il paradiso.

DELFT 

La faenza s’è sciolta, in bicicletta
l’azzurro passa il ponte, vola via.
È festa a Delft. Delfica ironia,
tu sorridi attraverso la vetrata,
ma se si scioglie il vaso di Pandora
a Delft è questa un’ora come un’altra.

IN UN TUBE DI LONDRA

Tenebra o non piú tenebra, dolore
non piú dolore, luce non piú luce.

Sulla sera a Bloomsbury Square
un usignolo si mette a cantare.

La notizia fuori del mondo, idea
coi manichini sulla scala mobile…

L’ombra del gabbiano sulla terra
perché presso i cordami non ondeggia?

…Groviglio salmastro, il sole è sparito,
ma altro non mi occorre se ti ho udito.

CARNEVALE A WINDSOR

La verità è mascherata a Windsor
ma con grazia e natura. Anche la morte
alta verso il biancore del castello
ha natura e grazia: è mascherata.

Trae alta verso il castello la carrozza reale,
poi i carri mascherati, i cannoni infiorati,
la banda, le ragazze in parata,
tutto confuso e semplice, non sai

come la verità vada vestita
quando nuda, del mondo alza la fronte
e non si riconosce tra i borghesi
buffoni e i re che sorridono lievi.

WINDERMERE

Il battello ripassa a Windermere
dietro il vetro, il gabbiano si ripete
bianco sul verde immobile: è l’estate,
l’estate della mia vita: il battello
allarga di chiaríe l’oscura immagine
che non rompe, prolunga sulle rampe
della memoria il gabbiano le bianche
avvisaglie che, amore, non aggallano
tra vele azzurre, verdi scalmi, in cuore.

SULLA CLYDE

Digrignava denti di ghiaia
il mare sulla baia della Clyde.

In questo video solare isole passano
silenziose, battelli, fumo: apparso
l’orizzonte marino, toccavi il tuo nord
allungandoti su te stessa
inquieta, incerta, non ti mormorava
il monitor che salse, incomprensibili
parole, il sole del nord confondeva
nel latteo orizzonte sfarfallanti
Piccola, Grande Cumbrae, Bute, il mare.

Sei al limite, non l’oltrepassare:
è l’amore che brontola segreto,
le parole sono bianche, lattiginose, visioni senza suono:
tu disperata ti attacchi al clacson, ma inutilmente.

Inutilmente la strada del nord è libera,
i laghi piovosi risplendono, i casolari
lasciano passare tra finestra e finestra
un lieve parallelo. Stai per toccare
– non toccarla – la tua visione senza suono, e,
ti prego, non dire che mi ami, le parole
bianche nella notte nordica non significano.
Appendi il tuo sorriso al fragile parallelo,
lascialo come un bucato sventolare nella penombra.
Non oltrepassare il visibile: assomiglialo.

EAST CLIFF

Tutta la notte il gemito
del gabbiano ha scambiato
le case per scogliere:
è questa età preistorica
a quanto già l’avvera

sullo specchio del mare
se galleggia la luce
che ti spinge a guardare
nel gassoso miraggio
di questo tuo viaggio.

Eccoli sui comignoli
sbadigliano lamenti
i bianchi e cenerini
abitatori infaticabili
dell’alba e della notte,

ecco un bianco accecante
a scostarsi dall’ombra,
a scostarsi da quanto
nessuno ha stabilito:
lampo faro alba nave sogno sorte.

Nevati sulla scogliera
con un fremito di morte
a diversificarsi dalla roccia
liquidi al vento attendono la sera
o nulla attendono:

                                    quanti per le strade
nemmeno piú guardano, fissano secreti
e ciechi il loro attento dissomigliare
a poco a poco da se stessi, e ridono improvvisi
sotto questo diluvio di pianti.

Vince il lampo, già vince la scogliera
che beccano i gabbiani, il pesce cade
sui tetti, per le strade, già si fonde
nell’uguale il diverso: scuote l’ansimo
profondo del motore già il ferry.

AUXERRE

Un ange aux yeux clairs ne sait presque rien de St. Denis,
il ignore ce que c’est que la vie,
mais il sert, il sert, à Auxerre,
comme s’il ne faisait, et non comme s’il ne savait, rien.

ASOLO

Poche nuvole si levavano su Asolo,

poco dolore nutre ogni dolore,
poca gioia la gioia, poca vita
la vita, ma da questo stretto
confluire che pianura s’allarga
sotto gli occhi straniti: l’orizzonte
è fasciato da una benda cosí lenta
che tutto comprende, il poco e il molto.

Le case guardano sulla pianura, i loti
immoti sulle rame si protendono
a uno statico invito. Tu dolore
che stai, che cedi, che affluisci, che accogli,
che cosa accogli o cedi? I cedri intaccano
intangibili la tua offerta autunnale:
acqua che scorre in un’angusta forma.

Piero Bigongiari

30 giugno – 6 ottobre ’63

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Segnando il passo -ovvero- L’io e il suo doppio – Piero Bigongiari

Foto di Roberto Nespola, Roma, settembre 2013

 

Lo so che poco ho mantenuto, ma oso
pensare che già quello fosse il limite
del possibile, e che altro amare fosse
inscindibile forse dal suo opposto.
Dove stare, in quale strano posto
se non proprio nel luogo presupposto
come unico e impossibile per te:
amare senza credere di amare,
essere te senza pensare di esserlo?

Il viaggio, il nostos, che cos’è
se non allontanarsi da se stessi,
squilibrare un difficile equilibrio,
darsi al ludibrio azzurro dei miraggi,
mettersi ad ascoltare il sussurro
delle sirene, picconare il muro
della dimora, amare l’improbabile,
distruggere la storia del ritorno?

Sugli scogli verdastri di licheni
e viscidi del mare di Livorno
dove ha imparato a nuotare, un fanciullo,
con gli occhi pieni di quella malia,
ascolta il suadente andirivieni
della maretta, ascolta e distrugge
senza fretta la stanza dell’infanzia
e l’azzurra incostanza dello sguardo
nella vita che avanza
con moto alterno verso chi sta fermo
nega propria distanza immaginaria.

Non tutto ciò che sembra audace è eterno.
Ma forse solo lì è vera pace,
se solo nell’ alterno è l’identico,
quasi un batter di ciglia sotto il sole,
di cui è diversa solo la penombra.
In quella identità mi sono perso,
cerco me stesso in ogni alterità.
Sono fermo perché sono lontano
da me stesso e levo alta la mano
spesso a un saluto a chi non so chi è,
se si avvicina ignoto o si allontana,
gesto che sembra ma non è di resa:
è l’ignoto che in me fa la sua spesa
di un’avventura che in me e in lui
non si è arresa e non può arrendersi.
Chi è andato pel mondo a dolorare,
forse il mio doppio, di cui io nemmeno
riesco a immaginare il ritorno?

Forse gli itinerari ormai s’incrociano.
O divergono? Certo, sono rari,
sempre più rari, ormai gli appuntamenti
tra ciò che insegni e ciò che forse impari
o cerchi di imparare dall’ignoto
visitatore, che cosa e da chi
è più strano ormai d’ogni memoria?
Forse ho perduto una parte di me,
ma a chi l’ho data? Io non so dov’è.
Forse una fata l’ha rapita e
se mi ama non vuol restituirmela:
quasi è la perla di una promessa,
pegno ch’io devo ancora mantenere,
sulla soglia del suo fatato regno.

Ringrazio ogni mancanza. È la vita
che ormai danza con il mio fantasma,
con la mia gelosia, con ogni mia
ubbía: forse è il plasma incandescente
della mia allegria, simile a quello
che agita il segreto delle stelle.
E così sia, così sia, se è
quello che ormai ti visita nei sogni.

Piero Bigongiari

3-4 ottobre 1996

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003