Inno terzo – Piero Bigongiari

Foto di Noell S. Oszvald

 

Basta un uccellino posato sopra un’altana
e silenzioso che ti guardi come un aerolito
picchiettando col capino
a dirti che il mondo è piú grande della tua immaginazione,
piú lontano, piú attento: piú vicino.

Esplora il vento, cede, vede terra
verde e acqua torbida la rondine
che s’avvita al suo volo.
                                            Tu vicino
alla sua libertà ma qui con me
che pensi, che pensiero han queste pietre
nel tuo destino, gli ireos che nel vaso
sul tavolino sembrano volare
nella penombra?
                               La rondine è ferma,
erma della sua vita tra due venti,
e la rapina è in corso, nulla esplora
piú della sua fermezza questa ancóra
per un istante in equilibrio scelta
perduta, questo andarsene dei rami
a terra nella giravolta in volo…

Cosí si attacca il cuore a quel che ha visto
in sogno, in cielo, nel suo stesso sangue,
cosí, veduto, tutto è il suo contrario:
è vero, in terra, è l’arrossire primo
del figlio che correndo, da lontano
t’apre le braccia, sangue rattenuto
in pelle dalle lacrime.
                                        Anche il sangue
raggiorna in una stilla dolorosa
offerta a tutto quello che l’attornia
e lo tramanda equanime, il dolore
è solo moto, e resistenza al moto,
di questa luce spinta tra colori
diversi, che tra le diverse cose
fruga attenta, incisiva, anche festante
d’essere già diversa da quel ch’era
come la cagna che non ha padrone
annusa l’uno o l’altro, entra ed esce
di bottega in bottega ed attraversa
scodinzolando in tralice la strada:
luce certa, immutabile, hanno detto
i poeti, io direi meglio raminga…

Quello ch’è stato, questo impallidire
lo rinnova, non lo ripete, rondine
mentre cadi avvitata sulla gabbia
che una povera via cittadina
rallegra del suo pettirosso arguto
a un tratto ora col muto passeggero.

Piero Bigongiari

maggio – 2 giugno ’61

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Il diluvio – Piero Bigongiari

Foto di Brett Weston

 

Io e te siamo rimasti,
calate le acque,
a guardarci negli occhi, scintillanti
del sole di dopo il diluvio,
e le cose sono rimaste a parlare
perché si trovano qua e là
disposte come a caso tra me e te,
schistose morbide pesanti
a coprire il biancore viscido dei lombrichi.
Tutto al di là di quello che è stato,
l’amore che ha parlato
ha le stesse parole in bocca
a pronunciare il suo piú alto discorso,
quello della sua stessa indifferenza.

 Piero Bigongiari

31 dicembre ’46

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Era pudico il piede – Piero Bigongiari

Orazio Gentileschi, Riposo dalla fuga in Egitto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era pudico il piede, e fu sua somma
impudicizia credere che appoggiandosi
senza malizia, balbuziente, sulla
terra patema quella fosse un luogo
di conquista alla propria tenerezza,
l’alterità di una carezza attesa
come si attende inoltrarsi una brezza
in una strana azzurrità infinita.
L’infinito apparteneva alla vita,
alla voglia infinita di vedere
e di toccare ciò che non ha senso
lasciando senza senso il suo sapere.

Poi ciò che non ha nome cominciò
a parlare chiedendo «Quale è
il tuo nome?» e aggiungendo «Perché
tu sei qui?». Il fanciullo rispose
«Sono io, ma il mio nome non è
il mio nome, e il mio luogo è altrove.
Tutto somiglia a ciò ch’io non conosco,
eppure questo è il mio posto».

                                                   Fu
la parola che come il mosto fece
diventare vino la sua ebrietà,
guardando il divino addormentato
come sotto la pergola i figli
vi sorpresero il padre inebriato
Tutto non è come sembra, ma anche
ciò che sembra altro, è quello che è.
La prole di Noè rimembra ancora
in sé la propria ebbrezza un dì paterna?

La parola vi alterna senso e contro-
senso. Parola o passo che si eterna
grazie alla stessa voluttà salvifica
della propria illusione inebriata
di andare incontro alla stessa visione,
d’essere la sua intoccabile missione,
il fendente che ti entra nella carne
per una più sottile guarigione.
Era troppo alto sulla madia il vaso
fìttile istoriato d’azzurro smalto
o era ancora vile la tua mano?
Era pudico il passo o aprico il suolo
che lo accoglieva, fosse esso il piede
dell’infante o quello del mendico
che vanno incontro allo stesso istante,
del passo erede che diviene volo
dell’angelo che crede in quel che vede.

Questa terra è la mia, già celeste
laddove il ventolino ancora freddo
dell’alba più la punge e vi disserra
coi petali dei fiori anche le palpebre
dei suoi dolori ancora assonnati.
Anche laddove mancano le tracce
i prati calpestati e le bisacce
dei pellegrini poggiate alle porte
chiuse ti dicono che i confini
ambigui tra il qui e il suo altrove
sono già superati. Troppo esigui
sono i rapporti tra i mèzzi e i fini,
ma già mézzi di lacrime
sono i suoi miracolosi acquitrini.
Non aspettare l’urlo delle sirene
dei battelli che salpano lì intorno
dai porti oleosi di Livorno.

Ma tu prega per me se la tua fede
si chiama ancora amore, ancora crede.
È in un’ombra che dura nella mente
la luce che arrovella il mio destino,
una perla perduta nel cammino
che ad altro, sempre ad altro, acconsente
di essere il diverso nel medesimo
nel grido sussurrato «Apriti, Sesamo».

Piero Bigongiari

1°-14 settembre 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

L’enigma innamorato – Piero Bigongiari

Foto di Cristina Venedict

 

La vita che ti ho dato, più che mia,
era la voce stessa dell’enigma
innamorato. Tu mi hai restituito,
non so se vero, il suo senso più alato.

Siamo partiti insieme pel viaggio
lontani dalla Sfinge. O era con noi?
Quella laringe ancora gorgogliava
qualcosa… O era solo il lieve raggio

di sole che davanti ai nostri passi
calpestava viole, accecava
grattacieli vetrati, confondeva
negli aeroporti arrivi e partenze.

Ci siamo amati come in un sogno
se è vero, come è vero, che l’amore
ha bisogno soltanto di se stesso
anche se non è in ogni lontananza

da chicchessia che l’ubbia di ogni senso
cancella la distanza dal recesso
in cui danza insensato il suo stesso
significato. Amore non significa?

D’ogni conoscenza altro non magnifica
che il volerne sapere sempre meno?
Sulle rive del Meno mi guardavi
con un sorriso strano. Eri tu

la Sfinge? Mi prendesti premurosa
per mano mentre il sole ancora tinge
del suo ambiguo splendore – quali acque?
Che cosa Amore finge? Cosa tacque?

O la sua voce è sempre più sottile,
la sua parola più e più silenziosa…
Che cosa osa, in quali contrade
sposta le strade, agita la rosa

profumata delle tue labbra, amata?
Non vuole forse farsi riconoscere
nemmeno da se stesso? Lui, solare,
vive meglio nell’ombra del suo eccesso?

È la felicità forse che ha smesso
di ossessionarlo? Parlo, ascolto, dico
all’amore mendico di aspettarci:
troppo veloce è il suo passo aprico

tra i suoi sparsi destini: elevarsi,
distruggersi, trovarsi, anche nascondersi
nell’evidenza. Udito, inaudito,
ha la dolcezza di un canto smarrito.

Ha più fini che mezzi, se l’amore
non ha confini. Ha cuore e non ha cuore
l’amore che esibisce nell’esistere
le sue tessere, le false e le vere?

L’incredulo vuole essere creduto,
sedulo nella sua divina malizia.
Dove ostenta pigrizia, non credetelo:
è lì che abile tesse la sua tela,

è lui che rivéla ciò che svela.

Piero Bigongiari

30 aprile – 1° maggio 1996

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

Visione – Piero Bigongiari

Foto di Cristina Venedict

 

Colei che solo entro te stesso vedi
è la Visione che ti parla, lei
che dalla sua dimora invisibile
ti chiede di aiutarla in ciò che vedi,
se la Visione non vede se stessa.
È attorno a lei la necessaria ressa
delle anime, e ognuna si confessa
all’altra. La Visione è la stessa,
identici ad essa gli avvistati
che alfine riconoscono il perché,
la ragione per cui sono nati.

Piero Bigongiari

[5 febbraio 1995]

da “Dove finiscono le tracce” (1984 -1996), Le Lettere, Firenze, 1996