«Non si vedrà per tutto l’inverno» – Dario Bellezza

Fabrice Lamarche, The door

 

Non si vedrà per tutto l’inverno
il mio ragazzo venire dal lattaio
con la busta del latte da mezzo litro:
tutti penseranno che il radicato
nel mio cuore aspetta malato
che io arrivi con la busta in mano.

Non si vedrà per tutta la primavera
il suo ritorno; le lacrime invano
scivoleranno dalle mie guance:
tutti penseranno che mi ha lasciato
solo nella mia grande casa.

Non si vedrà per tutta l’estate
la sua abbronzatura cittadina,
ma al mare uguale ai più tranquilli
e solitari ragazzi lo immagineranno
silenziosamente disteso sulla sabbia.

Non si vedrà in autunno alcuno
bussare alla mia porta marroncina:
tutti mi guarderanno con tristezza
perché questa è la stagione dei morti.

Dario Bellezza

da “Invettive e licenze”, Garzanti, 1971

Cuore di pietra – Dario Bellezza

Foto di Kaveh Hosseini

 

Scriverti è stare un po’ vicino
al tuo cuore di pietra, alla tua mano
velata di peccato e malinconia;
stringerla era nel letto delle fami
salvare dal naufragio la certezza
del domani, la fuga del mito
verso le isole greche. Ora, l’esilio
è sicuro, la paura di perderti
o vederti immensa come la Sfinge
apparsami in sogno, laboriosa
nel disfare i grani dell’incenso.

O voce umana tante volte sentita
il compiersi del misfatto terreno
sulle mie spalle segna il tempo
e lo spezza, non sentirmi solo
sembra una parvenza ormai svanita
nella leggenda del tuo nome
miracoloso. Svegliami, esulta
svegliati dal torpore mortale
dell’eroina, welcome eroina!
gradassa infernale prima di ogni
crema lenta e girata in casa
del mio rivale alla rampa Brancaleone.

Nessuno ascolta il mio richiamo
nella notte, cercarti mi spaventa
come fossi il privilegiato della sorte.
Non so andare incontro alla morte;
assurdo mi sembra che la vita
mi aspetti al di là delle porte infere
o paradisiache o vuote di tutto,
anche il nulla è mortale,
o la speranza brulla di indiarci.
Non ascoltare la mia sirena notturna:
il canto è spento, la luce non più accesa;
odio la mia vita che si riflette immota
in uno stagno putrido e senza fondo.
Tutto, banale, mi parla di te:
il Neurobiol che prendesti la sera
del nostro primo incontro
per disintossicarti inumano
mentre ti stringevi al mio corpo
sudato urlavi perfetto: «Salvami
o mai più ci rivedremo!» ma io
non sono stato capace di dedicarti
un’ora sola della mia vita; ignoro
se le telefonate anonime mi vengano
da te che spii la mia voce alterata
il pianto sommesso o gridato.

O allergia che m’insegnò il trapasso
abbandonato ai demoni che orrore la fuga
col demonio di nome Angelo, rubandomi
le ghinee consegnate, estorte
per darti la ragione della rottura.

Dario Bellezza

da “Libro di poesia”, Garzanti, 1990

A Pier Paolo Pasolini – Dario Bellezza

Foto di Dino Pedriali

 

M’aggiro fra ricatti e botte e licenzio
la mia anima mezza vuota e peccatrice
e la derelitta crocifissione mia sola
sa chi sono: spia e ricattatore
che odia i suoi simili. E non trovo
pace in questa sordida lotta
contro la mia rovina, il suo sfacelo.
Dio! Non attendo che la morte.
Ignoro il corso della Storia. So solo
la bestia che è in me e latra.

Dario Bellezza

da “Invettive e licenze”, Garzanti, 1971

«Nella luce fioca mi lecco» – Dario Bellezza

Donata Wenders, Taking a Decision, 1999

 

Nella luce fioca mi lecco
le ferite mortali e la mia
anima-foglia leggera va

in cerca del Padrone.

Chi è nell’ombra solo sa
quanto il giorno è mortale

bianca statua solare
che non incanta più la mia
morta mattina.

Dario Bellezza

da “Invettive e licenze”, Garzanti, 1971

Naufragio – Dario Bellezza

Foto di Dino Ignani

 

Questa città che nasconde e confonde
le inconfessabili voglie dei borghesi
ci è stata riservata, privilegiata:
il carrettone, di notte, invano stranisce
la nostra limitazione che scantona
per tutti i vicoli di Trastevere:
vicolo del Buco, piazza del Drago,
dell’Elefante, stancamente
lussureggiante nel cervello malato,
gli occhi fuori delle orbite, e c’è
chi ti dice la verità, amara
e debole come tutte le verità
soffocate dal non sapersi difendere:
incalzato dalla miseria, naufragio
del mio stile, regressione
all’indeterminato, all’infantile,
parole che fanno ressa in testa
mentre gli ospiti non vengono,
ritardano, che fanno?, forse vanno
a casa dell’Impiccato: lenzuola nere,
luce tagliata, tendine
ancora come quelle di una volta,
quando chi scrive, ragazzo senza sesso
visibile ma tormentato dalla ragione,
dalla scienza levigata nei salotti
borghesi, limpidamente vi entrò e vide
il futuro impiccato, la futura moglie,
i bambini mai nati, la sifilide
ricorrente per le vene asimmetriche
del pube incensurato, le catene
delle macchine, i guardiani del faro,
i romanzi della memoria, le poesie
d’amore, l’autobiografia precoce,
le lente serenate alla Stazione,
col treno in partenza, i minori in vendita,
le marchette buggerate sulle mille lire.
Passavano il didietro dentro le carrozze
abbandonate, cimitero della stazione:
i treni a quell’ora non partivano più.
Come affretto il pensiero del morto,
l’amore sciroppato in cento lacrimose,
luminose, ingenue poesie;
debilitato al pensarci, frastornato
da altri, corrotti, amori adolescenti,
il tono poetico non-ritrovabile,
i compromessi, le fughe, le giravolte,
le comunicazioni problematiche ininterrotte
e poi interrotte, il quindicenne sano
che ti monta, sacro, al limite dei giorni
vani o lusinghieri o visitati
dall’esplosione insincera del nulla.

Faccio naufragio, mi piloto verso
le crescite: ho perso il conto delle masturbazioni,
i petti maschili non mi difendono
dal mio amore per la madre, drogata,
che non sappia di essere donna.
Ecco: ho imparato come si fa a essere
poeta, a mangiare la foglia, a bere
a buon mercato, a fumare gratis,
a prendere lucciole per lanterne:
so stare al gioco, la miseria me la tengo
tutta stretta, abbandono i sogni
di gloria, capito per caso in casa
mia, m’affretto a cercare nei cassetti
le lettere della mia derelizione,
perduto amore, aspra vendetta
dei sessi, le lacrime taciturne
che scivolano leggere come farfalle
pietose; ho perso la memoria vile,
regolata dai battiti del cuore, le
mie pulsazioni aumentano, la candela
è quasi tutta consumata; m’affretto,
rapido, scervellato, sempiterno a
cambiare la tribolata rotta,
il rompicollo dei giorni. Dio!
Sono come un liceale al primo bacio:
niente mi ha toccato, mi riguarda,
non ho nessun dolore per la Storia,
amo me di un amore sviscerato,
e proprio per questo non mi amo,
mi detesto, ma so che non scriversi
addosso è la regola ipocrita, la carne
insudiciata si può lavare, le certezze assolute
equivalgono al suicidio intenso,
la vita vissuta equivale all’Inferno.

Dario Bellezza

da “Libro di poesia”, Garzanti, 1990