Il mondo e la poesia – Nikiforos Vrettakos

Suzanne Valadon

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cose semplici tutte. Il loro ordine è
curato dalla tua mano. Un mazzo di colori
nel vaso del tempo.
                                     D’altronde, che cosa
credi che in fondo è la poesia? È il polline
delle cose dell’universo. Il polline in azioni,
il polline in dolore, in luce, in gioia, in cambiamenti,
in marcia, in moto.
                                    La vita e l’anima
in un eterno specchiarsi entro il tempo.

Cosa credi, dunque: in fondo la poesia
è un cuore umano carico
                di tutto il mondo.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Vincenzo Rotolo)

da “Nikiforos Vrettakos, Amo, ergo sum”, Multimedia Edizioni, 2021

∗∗∗

Ὁ κόσμος κ’ ἡ ποίηση

Ἁπλά πράγματα ὅλα. Ἡ τάξη τους εἶναι
φροντισμένη ἀπ’ τό χέρι σου. Μιά δέσμη ἀπό χρώματα
στό βάζο τοῦ χρόνου.
                                        Ἄλλωστε, τί
θαρρεῖς πώς στό βάθος εἶναι ἡ ποίηση; Εἶναι ἡ γύρη
τῶν πραγμάτων τοῦ σύμπαντος. Ἡ γύρη σέ πράξεις,
ἡ γύρη σέ ὀδύνη, σέ φῶς, σέ χαρά, σε ἀλλαγές,
σέ πορεία, σέ κίνηση.
                                        Ἡ ζωή κ’ ἡ ψυχή
σ’ ἕνα αἰώνιο καθρέφτισμα μέσα στό χρόνο.

Τί νομίζεις λοιπόν· κατά βάθος ἡ ποίηση
εἶναι μι’ ἀνθρώπινη καρδιά φορτωμένη
                ὅλον τόν κόσμο.

Νικηφόρος Βρεττάκος

da “Το βάθος του κόσμου”, Αθήνα, Ματαράγκας, 1961

 

Silenzio – Charis Vlavianòs

Josef Sudek, The Last Rose

Ο

Quante volte ho creduto di essere riuscito
a farmi trattenere da un verso,
mentre in verità
mi trovavo già sul bordo della pagina,
annullato dalla mia stessa presenza.

Questa poesia è il mio volto:
il volto che hai amato.
Lo cancello con movimenti lenti, fermi.

Resta. Ascolta.
M’incontrerai là dove le parole
(con i fili consunti di una promessa a vuoto)
formano il gomitolo colorato del mio silenzio.
Là dove il lirismo s’inclina
alla realtà crudele del progetto.

La notte, ogni notte,
nasconde un’“alba di rosa”.
Ciò che muore dentro di noi
muore sempre assieme a noi.

Charis Vlavianòs

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da L’angolo della storia, 1999)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

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Σιωπή

Ο

Πόσες φορές νόμισα πώς εἶχα ϰατορθώσει
νά ϰρατηθῶ ἀπό ἕναν στίχο,
ἐνῶ στήν πραγματιϰότητα
βρισϰόμουν ἤδη στό περιθώριο τῆς σελίδας,
ϰαταργημένος ἀπό τήν ἴδια μου τήν παρουσία.

Αὐτό τό ποίημα εἶναι τό πρόσωπό μου·
τό πρόσωπο πού ἀγάπησες.
Τό σβήνω μέ ἀργές, σταθερές ϰινήσεις.

Μεῖνε. Ἄϰου.
Θά μέ συναντήσεις ἐϰεῖ πού οἱ λέξεις
(μέ τά ξεφτισμένα νήματα μιᾶς ἀϰυρωμένης ὑπόσχεσης)
φτιάχνουν τό πολύχρωμο ϰουβάρι τῆς σιωπῆς μου.
Ἐϰεῖ πού ὁ λυρισμός ὑποϰλίνεται
στήν ἀμείλιϰτη πραγματιϰότητα τοῦ σχεδίου.

 Ἡ νύχτα, ϰάθε νύχτα,
ϰρύβει μιά “ρόδινη αὐγούλα”.
Ὅ,τι πεθαίνει μέσα μας
πεθαίνει πάντοτε μαζί μοις.

Χάρις Βλαβιανός

da “Ὁ άγγελος τῆς ἱστορίας”, Νεφέλη, 1999

Sporco, malvestito – Roberto Bolaño

Roberto Bolaño

 

Sulla strada dei cani la mia anima incontrò
il mio cuore. A pezzi, ma vivo,
sporco, malvestito e pieno d’amore.
Sulla strada dei cani, là dove non vuole andar nessuno.
Una strada che prendono solo i poeti
quando non gli resta altro da fare.
Ma io avevo ancora tante cose da fare!
Eppure ero lì: a farmi ammazzare
dalle formiche rosse e anche
dalle formiche nere, a girare per i villaggi
vuoti: lo spavento che saliva
fino a toccare le stelle.
Un cileno formato in Messico può sopportare di tutto,
pensavo, ma non era vero.
Di notte il mio cuore piangeva. Il fiume dell’essere, dicevano
due labbra febbricitanti che poi scoprii erano le mie,
il fiume dell’essere, il fiume dell’essere, l’estasi
che si ripiega sulla riva di questi villaggi abbandonati.
Sommolisti e teologi, indovini
e briganti di strada emersero
come realtà acquatiche in mezzo a una realtà metallica.
Solo la febbre e la poesia danno le visioni.
Solo l’amore e la memoria.
Non queste strade né queste pianure.
Non questi labirinti.
Poi la mia anima finalmente incontrò il mio cuore.
Era malato, è vero, ma era vivo.
Sognai dei detective gelati nel grande
frigorifero di Los Angeles
nel grande frigorifero di Città del Messico.

Roberto Bolaño

(Traduzione di Ilide Carmignani)

da “I cani romantici”, Edizioni SUR, 2018

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Sucio, mal vestido

En el camino de los perros mi alma encontró
a mi corazón. Destrozado, pero vivo,
sucio, mal vestido y lleno de amor.
En el camino de los perros, allí donde no quiere ir nadie.
Un camino que sólo recorren los poetas
cuando ya no les queda nada por hacer.
¡Pero yo tenía tantas cosas que hacer todavía!
Y sin embargo allí estaba: haciéndome matar
por las hormigas rojas y también
por las hormigas negras, recorriendo las aldeas
vacías: el espanto que se elevaba
hasta tocar las estrellas.
Un chileno educado en México lo puede soportar todo,
pensaba, pero no era verdad.
Por las noches mi corazón lloraba. El río del ser, decían
unos labios afiebrados que luego descubrí eran los míos,
el río del ser, el río del ser, el éxtasis
que se pliega en la ribera de estas aldeas abandonadas.
Sumulistas y teólogos, adivinadores
y salteadores de caminos emergieron
como realidades acuáticas en medio de una realidad metálica.
Sólo la fiebre y la poesía provocan visiones.
Sólo el amor y la memoria.
No estos caminos ni estas llanuras.
No estos laberintos.
Hasta que por fin mi alma encontró a mi corazón.
Estaba enfermo, es cierto, pero estaba vivo.
Soñé con detectives helados en el gran
refrigerador de Los Ángeles
en el gran refrigerador de México D.F.

Roberto Bolaño

da “Los perros románticos”, Barcelona, Acantilado, 2006

La pioggia nel pineto – Gabriele D’Annunzio

Jean-Baptiste Camille Corot

 

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, strumenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

 Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Gabriele D’Annunzio

da “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi”, Milano, Fratelli Treves Editori, 1917-1919

Nel nome – Pierluigi Cappello

 

Io, riconosciuto nudo, risalito lungo le cicatrici
dalla conoscenza della tua bocca, ti schiudo alla mia
come un’alba, un riparo
nel respiro della forza deposta;
ogni giorno aggiungo una morte alla mia vita
e ogni giorno il tuo nome ha piú significato
duttile sulla mia lingua
e l’ombra versata la sera sulla soglia
il minuto posato nell’attesa
ci libera dalla morte ereditata;

era aprile e pensavo di essere
piú piccolo del firmamento,
che non sei tu, non sono io
lo splendore di un sentiero tracciato
dentro il mio nome e il tuo.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010