Il grande gioco – Rose Ausländer

Foto di Anka Zhuravleva

 

Le stelle sono ancora qui, ai nostri sguardi,
e seguono spensierate il loro cammino,
come se non fosse accaduto nulla. E ciò che accadde,
loro, sorridenti, finsero di non vederlo.

Loro finsero sorridendo di non udirlo,
i paesi tacquero ed anche chi vide tutto ciò,
l’angelo, non venne, non sguainò per noi spada alcuna.
Le morti, solo loro, ci furono molto vicine.

Prendemmo ogni morte nella nostra mano
e la portammo nel palmo come un talismano,
le nostre ombre guizzavano sulla parete
assumendo forme sempre diverse.

E in qualche luogo c’era un grande paese
che inventava con noi questo grande gioco.

Rose Ausländer

(Traduzione di Maria Enrica D’Agostini)

da “Arcobaleno. Motivi dal Ghetto e altre poesie”, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2002

∗∗∗

Das große Spiel

Noch sind die Sterne unsem Kicken da
und ziehen unbekümmert ihren Weg,
als wäre nichts geschehn. Und was geschah,
wurde von ihnen lächelnd übersehn.

Wurde von ihnen lächelnd überhört,
die Länder schwiegen und auch der es sah,
der Engel, kam nicht, schwang für uns kein Schwert.
Die Tode, sie nur standen uns sehr nah.

Wir nahmen jeden Tod in unsre Hand
und hielten: dm wie einen Talisman,
unsere Schatten zuckten auf der Wand
und nahmen immer andre Formen an.

Und irgendwo gab cs ein großes Land,
das dieses große Spiel mit uns erfand.

Rose Ausländer

da “Gettomotive (1942-1944)”, in “Die Erde war ein atlasweisses Feld: Gedichte 1927-1956”, S. Fischer Verlag, 1985

«Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale» – Eugenio Montale

Luigi Ghirri, Trani, 1982

 

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace – uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.

Eugenio Montale

da “Mediterraneo”, 1924, in “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

Sera grigia – Ghiannis Ritsos

 

Mi duole in petto la bellezza: mi dolgono le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.

Ghiannis Ritsos

Freatida, 22.V.66

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Σταχτί βράδυ

Μέ πονάει στό στῆθος ἡ όμορφιά· μέ πονοῦν τά φῶτα
μέσα στό σϰουριασμένο ἀπόγευμα· μέ πονάει
τό χρῶμα αὐτό στό σόννεφο – μενεξελί μολυβένιο,
μενεξελί ἀπωθημένο· τό μισό ὃαχτυλίδι τῆς σελήνης
φέγγοντας μόλις – μέ πονάει. Ἕνα ϰαϊϰι πέρασε.
Μιά βάρϰα· τά ϰουπιά· οἱ ἐρωτευμένοι· ὁ χρόνος.
Τά χτεσινά παιδιά γεράσανε. Δέ θά γυρίσεις πίσω.
Σταχτιά βραόιά, φτενό φεγγάρι, – μέ πονάει ὁ χρόνος.

Γιάννης Ρίτσος

Φρεαττύδα, 22.V.66

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

Nel fumo – Eugenio Montale

Robert Capa, Barcellona, 1939

 

Quante volte t’ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
rosicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini, se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
Poi apparivi, ultima. È un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

Eugenio Montale

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

«Così parlo di te parlo di me» – Odisseas Elitis

Andrew Wyeth, Day Dream, 1980

 

III

Così parlo di te parlo di me

Perché ti amo e nell’amore so
Entrare come il Plenilunio
Da per tutto, per il tuo piccolo piede nei lenzuoli enormi
Sfogliare gelsomini – ed ho il potere
Addormentato, di soffiare e di portarti
Di tra varchi lucenti e ascosi portici di mare
Alberi ipnotizzati e ragni che s’argentano

L’hanno saputo i flutti
Come accarezzi, come baci
Come bisbigli un “ti” bisbigli un “e”
Nella catena attorno al collo
Sempre noi due la luce e l’ombra

Sempre tu la stellina e io la barca scura
Sempre tu il porto e io il fanale a destra
L’umido molo e il raggio sopra i remi
Su nella casa con le viti
Le rose a mazzi, l’acqua che raggela
Tu la statua di pietra e io l’ombra che cresce
Accostata persiana tu, vento che l’apre io
Perché ti amo e ti amo
Tu la moneta e io la devozione che le dà valore:

Tanto la notte, tanto l’urlo al vento
Tanto la goccia all’aria, tanto il gran silenzio
Attorno il mare la tirannica
Volta del cielo con le stelle
Tanto il tuo minimo respiro

Che ormai non ho nient’altro
Entro le quattro mura, il soffitto, il pavimento
Per gridare di te (e la voce mi colpisce)
Per odorare di te e gli uomini s’infuriano
Perché ciò che è intentato, portato da un altrove
Non lo reggono gli uomini ed è presto, mi senti
È presto ancora in questo mondo amore mio

Per parlare di te e di me.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani [vv.1-27] e di Filippomaria Pontani [vv.28-35])

da “Monogramma”, 1972, in “Odisseas Elitis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

ΙΙΙ

Ἔτσι μιλῶ γιά σένα καί γιά μένα

Ἐπειδή σ’ ἀγαπῶ καί στήν ἀγάπη ξέρω
Νά μπαίνω σάν Πανσέληνος
Ἀπό παντοῦ, γιά τό μικρό τό πόδι σου μές στ’ ἀχανῆ σεντόνια
Νά μαδάω γιασεμιά – κι ἔχω τή δύναμη
Ἀποκοιμισμένη, νά φυσῶ νά σέ πηγαίνω
Μές ἀπό φεγγαρά περάσματα καί κρυφές τῆς θάλασσας στοές
Ὑπνωτισμένα δέντρα μέ ἀράχνες πού ἀσημίζουνε

Ἀκουστά σ’ ἔχουν τά κύματα
Πῶς χαϊδεύεις, πῶς φιλᾶς
Πῶς λές ψιθυριστά τό «τί» καί τό «ἒ»
Τριγύρω στό λαιμό στόν ὃρμο
Πάντα ἐμεῖς τό φῶς κι ἡ σκιά

Πάντα ἐσύ τ’ ἀστεράκι καί πάντα ἐγώ τό σκοτεινό πλεούμενο
Πάντα ἐσύ τό λιμάνι κι ἐγώ τό φανάρι τό δεξιά
Τό βρεγμένο μουράγιο καί ἡ λάμψη ἐπάνω στά κουπιά
Ψηλά στό σπίτι μέ τίς κληματίδες
Τά δετά τριαντάφυλλα, τό νερό πού κρυώνει
Πάντα ἐσύ τό πέτρινο ἄγαλμα καί πάντα ἐγώ ἡ σκιά πού μεγαλώνει
Τό γερτό παντζούρι ἐσύ, ὁ ἀέρας ποῦ τό ἀνοίγει ἐγώ
Ἐπειδή σ’ ἀγαπῶ καί σ’ ἀγαπῶ
Πάντα ἐσύ τό νόμισμα καί ἐγώ ἡ λατρεία πού τό ἐξαργυρώνει:

Τόσο ἡ νύχτα, τόσο ἡ βοή στόν ἄνεμο
Τόσο ἡ στάλα στόν ἀέρα, τόσο ἡ σιγαλιά
Τριγύρω ἡ θάλασσα ἡ δεσποτική
Καμάρα τ’οὐρανοῦ μέ τ’ ἄστρα
Τόσο ἡ ἐλάχιστή σου ἀναπνοή

Πού πιά δέν ἔχω τίποτε ἄλλο
Μές στούς τέσσερις τοίχους, τό ταβάνι, τό πάτωμα
Νά φωνάζω ἀπό σένα καί νά μέ χτυπᾶ ἡ φωνή μου
Νά μυρίζω ἀπό σένα καί ν’ ἀγριεύουν οἱ ἄνθρωποι
Ἐπειδή τό ἀδοκίμαστο καί τό ἀπ’ ἀλλοῦ φερμένο
Δέν τ’ ἀντέχουν οἱ ἄνθρωποι κι εἶναι νωρίς, μ’ ἀκούς
Εἶναι νωρίς ἀκόμη μές στόν κόσμο αὐτόν ἀγάπη μου

Νά μιλῶ γιά σένα καί γιά μένα.

Ὀδυσσέας Ἐλύτης

da “Το Μονόγραμμα”, Ίκαρος, Αθήνα, 1972