Parole – Gottfried Benn

Foto di Philip McKay

 

Solo: tu, con le parole,
e questa è veramente solitudine,
non buccine né archi trionfali
sono in quest’Essere.

Guardi loro nell’anima cercando
il primo viso, il viso primigenio,
anni su anni – schiàntati
sí di fatica, ma non troverai.

E di là s’accendono i lumi
in un dolce rifugio umano,
piana, da labbra umide, di rosa,
come una perla cade la parola.

Solo i tuoi anni ingialliscono
in un diverso significato,
fino nei sogni: sillabe –
ma tu tacitamente passi.

Gottfried Benn

(Traduzione di Ferruccio Masini)

da “Aprèslude”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

Worte

Allein: du mit den Worten
und das ist wirklich allein,
Clairons und Ehrenpforten
sind nicht in diesem Sein.

Du siehst ihnen in die Seele
nach Vor- und Urgesicht,
Jahre um Jahre – quäle
dich ab, du findest nicht.

Und drüben brennen die Leuchten
in sanftem Menschenhort,
von Lippen, rosigen, feuchten
perlt unbedenklich das Wort.

Nur deine Jahre vergilben
in einem anderen Sinn,
bis in die Träume: Silben –
doch schweigend gehst du hin.

Gottfried Benn

da “Aprèslude – Gedichte 1955”, Verlag: Limes Verlag Wiesbaden, 1961

Breviario II – Zbigniew Herbert

Michael Kenna, Abbey Reflection, Mont St. Michel, France, 2004

 

Signore,

donami l’abilità di comporre lunghe frasi, la cui linea è la linea del respiro, sospesa come i ponti, come l’arcobaleno, come l’alfa e l’omega dell’oceano

Signore, donami la forza e la destrezza di quelli che costruiscono lunghe frasi, ramificate come una quercia, spaziose come un’ampia valle, perché vi entrino mondi, ossature di mondi, mondi di sogno

e anche perché le frasi principali dominino sicure sulle subordinate, e controllino la loro corsa complicata, ma espressiva, che persistano impassibili come un basso continuo sugli elementi in moto, che li attirino, come attira gli elementi la forza delle invisibili leggi gravitazionali

prego allora per frasi lunghe, frasi modellate con fatica, estese così che in ognuna si trovi il riflesso speculare di una cattedrale, un grande oratorio, un trittico

e anche animali poderosi e piccoli, stazioni ferroviarie, un cuore pieno di rimpianto, abissi rocciosi e il solco dei destini nella mano

Zbigniew Herbert

(Traduzione di Francesca Fornari)

da “L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti”, Adelphi Edizioni, 2016

∗∗∗

Brewiarz II

Panie,

obdarz mnie zdolnością układania zdań długich, których linia
jak zwykle od oddechu do oddechu wydaje się linią rozpiętą jak
wiszące mosty, jak tęcza, alfa i omega oceanu

Panie, obdarz mnie siłą i zręcznością tych, którzy budują zdania długie, rozłożyste jak dąb, pojemne jak wielka dolina, aby mie ściły się w nich światy, cienie światów, światy z marzenia

a także aby zdanie główne panowało pewnie nad, podrzędnymi kontrolowało ich bieg zawiły, ale wyrazisty, jak basso continuo trwało niewzruszenie nad ruchem elementów, aby przyciągało je, jak jądro przyciąga elektrony siłą niewidoczny praw grawitacji

o zdanie długie tedy modlę się, zdanie lepione w mozole, rozległe tak, by w każdym z nich znalazło się lustrzane odbicie katedry, wielkie oratorium, tryptyk

a także zwierzęta potężne i małe, dworce kolejowe, serce przepełnione żalem, przepaście skalne i bruzdę losów w dłoni

Zbigniew Herbert

da “Epilog burzy”, Wydawn, Dolnośląskie, 1998

«Scrivevo poesie serie, tragiche» ha detto nel 1991 Zbigniew Herbert in un’intervista, paradossalmente deplorando l’abolizione della censura seguita alla caduta del Muro. «Adesso scrivo sul mio corpo, sulla malattia, sulla perdita del pudore». In questa nuova atmosfera lirica, infatti, il poeta i cui versi Iosif Brodskij aveva definito come «una nitida figura geometrica … incuneata a forza nella gelatina della mia materia cerebrale» (versi, aggiungeva, che il lettore si ritrova «marchiati a fuoco nella mente con la loro glaciale lucidità») – ebbene, quello stesso poeta che era stato così discreto, così poco incline a parlare di sé, lascia spazio alle confessioni intime di un io che abita ormai «sull’orlo del nulla» e ci consegna una sorta di testamento spirituale. Rimane, certo, il suo tono, quella «miscela di ironia, disperazione ed equilibrio» che già incantava Brodskij; e rimangono i temi che sempre sono stati al centro della sua ricerca espressiva: la memoria come vicinanza al passato e alla tradizione, l’azione corrosiva del tempo, il viaggio come fonte di ispirazione: ma accanto a questi c’è ora la stoica accettazione della sofferenza fisica e psicologica, accompagnata dalla gratitudine (così si legge nelle estreme composizioni di Breviario) per tutta «questa cianfrusaglia della vita» (e soprattutto, scrive, «per le pasticche di sonnifero dai melodiosi nomi di ninfe romane») – una vita che si lascia, tuttavia, con il «cuore pieno di rimpianto».

Piove – Eugenio Montale

Marc Chagall, Rain, 1911

 

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui work in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

 Eugenio Montale

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

Elena – Takis Sinòpulos

Foto di Ferdinando Scianna

Que tu es belle maintenant que tu n’es plus
                                                        P.J. JOUVE
1

Mi prese il sogno e poi la febbre mi prese la notte mi trascinò
verso capezzoli oscuri notti infinite mi trascinarono
verso difficili passaggi nudo
solingo m’appostai
migliaia di volti illuminati migliaia di volti bruciati
la notte meraviglioso fiume della morte − eri là
presente nelle visioni
dei secoli eri là non eri in fuga
verso una patria fantastica tu diafana
tu leggiadra perfetta inconcepibile
tu Elena vivente
con il placido peso del corpo tanto antico
con le tue porpore e i tuoi preziosi −
secche le trombe annunciarono
l’ultimo trionfo.

Patria mia dalle foreste calcaree
terra immensa di rocce di vallate
nudo cielo disabitato metropoli abolita
queste città amarono la morte
gli uccelli limpidi migrarono
mio figlio partì per la guerra
mia figlia si schifò dell’alcol
e adesso balla in sale capovolte
ora nuda ora vestita come Artemide
con l’arco e la faretra.
Elena non c’è più
nel dolore del mondo.
Ce l’hanno detto già i megafoni
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

2

Fu allora che sgorgasti dal mio aperto
cuore armata
di carni e di luci.
Il mio sangue una tenebra immobile ed ecco.
Tu la succosa primavera.
Io mento tremulo
nella fame nera.
E i miei sogni proruppero − cani e pirati.
E il mio corpo − la polvere.

3

Fianco ombroso di giovane trafitta
foreste di lei sedotta
ma fertile il suo corpo d’amarezza e tradimento.

4
 La voce di Elena

Dove vado senza meta? Quale peccato
s’agita dentro i miei fecondi occhi?
Padre che m’hai generata quale sarà la mia morte?

Davvero esisto
come esistetti un tempo nella mia calda patria
vivendo da sola le immense epoche dei miti
curva bellezza umbrifera? E tu pure
esisti amante effimero che intrecci le tue membra
sotto selve di notte con le mie membra
pallide riconciliate? Tu nostalgico degli astri
che la sorella degli astri ferisci
con rose terrene. Mi parli
mi vesti di strofe e poesie perché sia inaccessibile
ai ponti del tempo. Quali sorgenti
e quali fiumi regnano nel mio sangue?
Il succo di quale fama mi dona quest’ebbrezza
di recitare e di abbracciare la mia morte quotidiana?
Screziata di freschi
baci cammino nell’amore. I miei passi
pesanti risuonano nel crudele abbandono
di questo mondo. Mi sento
come un albero infiammato che sogna
con tutte le radici aperte
alla luce infinita. Oh aiutami
a spogliarmi insieme agli abiti
della mia morte e a riempirti di morte stasera.
Ti accoglieranno le mie mute ginocchia.
Poiché sono fertile ti genererò
e tu dal principio mi genererai.
                                                 Ma affonda
nelle mie valli luminose nei porti di Elena.
Sali su questi monti inaccessibili
e neri di Elena.

5
        La giovinezza di Elena

Come sono notturna nell’umbrifera discesa
del mio primo amore. O cielo pieno di nera
pesante uva per la boria della nuova estate!
Dai campi grida un’alba eccezionale. Un’aurora
che spira e semina pallidi sogni. E il mio corpo
in pausa luminosa preda del tempo terreno.
O freschi
baci purissimi nella memoria delle epoche
che vivemmo nel deserto. Voci voci e volti nudi
per tanto tempo persi nel ricordo confusi
con tombe e fuochi. Il segreto celeste dolore
di colui che solo mi ama ed io
che lotto per emergere integra da questa
amara poesia. Solo una cosa
mi serba incorruttibile − la chimera.
Sento il mio sangue come un arcobaleno
ed eccomi di nuovo qui con quell’invito
che venne a battezzare la mia carne tanto esperta
in una nuova morte. Oh amara
amarissima esistenza mia di angosce regnanti
di tremende lunghissime memorie.
E tu che mi ami incomparabile
oh baciami di nuovo nella mia terrena offerta
oh venera nell’amore la mia nuova giovinezza.

6
La morte di Elena

Guarda il chiaro di luna come mi custodisce! spogliata
del mio sonno con le schiume sulle mani
cambio corpo godo
le voci delle mie nere cime. O terra
mia carne venerata e sentiero carico d’ombre.
Sono così nuda
che la memoria della mia morte balza come un enigma
dalle sponde dell’amore. Lavata nel sangue
soffre la mia stella più preziosa che ferisci
con la tua incredibile orfanezza. Guarda
nella tua sete vengo illuminata dal tremendo
mito della poesia. Oh tienimi ancora
ché io resti nel tuo sogno con le porpore
più invasate. Dammi l’alba delle parole
nella mia libertà d’amore il peso delle cose
perché possa distinguerti con gli occhi
del tutto conquistati perché possa toccarti
con le eteree rocce dei miei seni
te che sei nato dalla suprema stirpe
e mi ami e pensi a me
a come io resti sempiterna nello scalpiccìo
del tempo. Ma io muoio questa sera in cui son nata.
L’ombra della terra mi ha coperta e un’altra volta sono
nella nozione della mia morte intatta da morte
adesso bagnata dal
sole fecondo dei poeti.

7
Il pensiero del poeta

Elena adesso è fusa con la terra.
Brilla nella patria sublime della morte.
Nutrita del mio ricordo nasce da ogni parte
più vera del sogno più oscura di roccia
e la sua carne ancora intonsa da sangue e gravidanze.
È l’inaccessibile colei che non si dà.
Mosse dalle sabbie udendo il mio invito
la voce segreta − seme del tempo.
E lei l’immacolata stasera respira qui. Per dare per darsi.
L’erba brucia
sopra la terra che ha coperto i sommi genitori.
Ciechi padri difendono il suo ricordo.
Ed è estate brilla il mare uno scudo infinito
la terra nelle valli scompare nell’ebrezza del sole.
E questa Elena la tocco le parlo.
I suoi occhi che il tempo ha resi immensi
passano sopra le tombe si bagnano
riconciliati con la luce. Ecco qui la nuova Elena.
Il mio sangue è salito così in alto nell’eternità
che a stento il mio corpo caldo
si sèpara dal suo corpo.
                                      Inseguendo l’incorruttibilità
la eternerò con celesti poesie.
Ora è travolta abbagliata dalle grida
si agita vibra si disperde
in tutte le epoche generando e morendo
mondana ed immutabile nuda donna senz’ombra
Elena che solo esiste nel crollo antico
di guerre di miti di dèi.

8
Poesia per Elena

Sei bella tu invisibile
nel cielo della poesia
ardente religione donna eterea
vestita d’aurore stella simbolo
che col tuo nome leghi i ponti delle epoche.
Sei bella tu
notturna dell’infinito straordinaria preda della morte
che dalla polvere della morte sai rinascere.
Ti riconosco Elena mia tra gli amori neri
che di sogni bruciarono i miei anni. Oh tu mai
mai non partire per i luoghi della rovina
nelle terre crudeli non buttare via
quella tua carne di smalto e di cristallo.
Ti aspetto.
Guarda ti ho portato fumi e aromi dalle montagne
pietre preziose dal mare
soli e foglie ti ho portato pendìi in discesa e venti
canne dagli alvei dei fiumi scogli e pietre e sogni
e nebbie e schiume che ti offro in dono.
Con braccia e ginocchia spezzate mi sono appostato
nudo ho girovagato sulla terra ad ogni svolta
del mondo mi sono appostato. Ti aspetto.
Giaccio morto la sera sotto la mia lucerna
eppure ancora vivo perché rifulgo della tua potenza.
Dormo in un letto carico di genitori
che mi chiedono di parlare. E celebro la mia terra
e te e la fioritura
assaporo memorie sogni e fioritura
e terra eterna della nostra patria
soprattutto terra terra Elena.

E questa la chiamo attesa. Ovvero nascita della poesia.

Verrai davvero?
Una notte davvero Elena t’incontrerò

quando il tempo sarà immobile grazie ai miracoli
incoronata servitù e resurrezione tremula?
Nell’immensa città del sonno c’incontreremo
come in un impero di poeti morti
pieno zeppo di stalattiti-poesie
e davvero parleremo ci guarderemo
fioriti e senza voce con il cuore terrigno
che si rianima e diventa
di nuovo una rosa purpurea di nuovo un incendio impareggiabile
davvero ci uniremo un’altra volta
una notte in cui il silenzio sarà un silenzio infinito
io pieno di spazio
tu piena di stelle
sempre intatta vergine incorrotta
sublimata?

9

Come in un acquario terrestre nelle acque prigioniere
si muovono ombre di pesci
così si muove il poeta.

Elena intanto non c’è più
nel dolore del mondo.
Ci sono solo le poesie
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

Takis Sinòpulos

1957

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Il canto di Iperione sul Destino – Friedrich Hölderlin

Armand Point, Eternal Chimera, 1896

2.

    Circonfusi di luce,
per morbide plaghe,
voi vi aggirate lassú,
Numi beati!
E vi disfiorano
le fulgide brezze celesti
lievi
come musiche dita
le sacre corde dell’arpa.

    Non oppressi dal Fato
respiran gli Dei
col dolce respiro
del tenero bimbo nel sonno.
In umile boccio raccolta,
immacolata,
eternamente fiorisce
l’anima loro:
e gli occhi beati
guardano sereni
in una imperitura chiarità.

    Ma la sorte, ai mortali,
destina
non trovar pace
in verun luogo, mai.
Scompaiono
cadendo ciechi
da un’ora nell’altra,
com’acqua montana scagliata
di rupe in rupe
pel corso degli anni
verso l’Ignoto
laggiú.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche sulle sorti umane nel mondo”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

***

Hyperions Schiksaalslied

Ihr wandelt droben im Licht
Auf weichem Boden, seelige Genien!
Glänzende Götterlüfte
Rühren euch leicht,
Wie die Finger der Künstlerin
Heilige Saiten.

Schiksaallos, wie der schlafende
Säugling, athmen die Himmlischen;
Keusch bewahrt
In bescheidener Knospe,
Blühet ewig
Ihnen der Geist,
Und die seeligen Augen
Bliken in stiller
Ewiger Klarheit.

Doch uns ist gegeben,
Auf keiner Stätte zu ruhn,
Es schwinden, es fallen
Die leidenden Menschen
Blindlings von einer
Stunde zur andern,
Wie Wasser von Klippe
Zu Klippe geworfen,
Jahr lang ins Ungewisse hinab.

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847