«Venni da te con una mia preghiera» – Stefan George

Theodor Hilsdorf, Portrait de Stefan George, 1930

 

Venni da te con una mia preghiera
La sera che per te candele ardevano
Così sopra tessuti di velluto
Ti ho dato la mia dote di diamanti.

Ma non sai nulla tu del sacrificio ⋅
Di candelabri con le braccia alzate ⋅
Del fumo senza nubi del braciere
Che scalda il buio di templi severi ⋅

Di angeli raccolti nelle nicchie
Riflessi in lampadari di cristallo ⋅
Del balbettare di preghiere ardenti
Dei sospiranti nell’oscurità

E nulla sai dei desideri che
Gemono giù al fondo dell’altare..
Prendi esitante gelida indecisa
Pietre brillanti di fervide lacrime.

Stefan George

(Traduzione di Giorgio Manacorda)

daViandante nella neve”, in “Stefan George, L’anno dell’anima”, SE, 1986

∗∗∗

«Ich trat vor dich mit einem segenspruche»

Ich trat vor dich mit einem segenspruche
Am abend wo für dich die kerzen brannten
Und reichte dir auf einem sammtnen tuche
Die höchste meiner gaben: den demanten.
 
Du aber weisst nichts von dem opferbrauche ·
Von blanken leuchtern mit erhobnen ärmen ·
Von schalen die mit wolkenreinem rauche
Der strengen tempel finsternis erwärmen
 
Von engeln die sich in den nischen sammeln
Und sich bespiegeln am kristallnen lüster ·
Von glühender und banger bitte stammeln
Von halben seufzern hingehaucht im düster
 
Und nichts von wünschen die auf untern sprossen
Des festlichen altars vernehmlich wimmern..
Du fassest fragend kalt und unentschlossen
Den edelstein aus gluten tränen schimmern.

Stefan George

daWaller im Schnee”, inDas Jahr der Seele”, 1897

Terrazza – Vittorio Sereni

Ferdinando Scianna, Marpessa, 1987

 

Improvvisa ci coglie la sera.
                                                     Piú non sai
dove il lago finisca;
un murmure soltanto
sfiora la nostra vita
sotto una pensile terrazza.

Siamo tutti sospesi
a un tacito evento questa sera
entro quel raggio di torpediniera
che ci scruta poi gira se ne va.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

«La fedeltà mi obbliga a vegliarti» – Stefan George

Stefan George, Foto di Jacob Hilsdorf, 1910

 

La fedeltà mi obbliga a vegliarti ⋅
Mi soffermo sul tuo dolce soffrire ⋅
Mi è sacro desiderio essere triste
Per godere con te la tua tristezza.

Un benvenuto mai mi accoglierà ⋅
Per quanto durerà la nostra unione
Umile e ansioso devo riconoscere
Eredità d’inverni in un destino.

Stefan George

(Traduzione di Giorgio Manacorda)

da “Viandante nella neve”, in “Stefan George, L’anno dell’anima”, SE, 1986

∗∗∗

«Noch zwingt mich treue über dir zu wachen»

Noch zwingt mich treue über dir zu wachen
Und deines duldens schönheit dass ich weile
Mein heilig streben ist mich traurig machen
Damit ich wahrer deine trauer teile.
 
Nie wird ein warmer anruf mich empfangen ·
Bis in die späten stunden unsres bundes
muss ich erkennen mit ergebnem bangen
Das herbe Schicksal winterlichen fundes.

Stefan George

da “Waller im Schnee”in “Das Jahr der Seele”, 1897

Via Scarlatti – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche piú s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra piú ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Caffè – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 

Di questo tavolino al caffè,
dove nei pomeriggi invernali brillava  un giardino di brina,
sono rimasto io solo.
Potrei entrare, se volessi,
e tamburellando con le dita nel freddo vuoto
convocare le ombre.

La nebbia d’inverno sul vetro è la stessa,
ma non entra nessuno.
Il mucchietto di cenere,
la macchia di putredine coperta dalla calce
non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Prendiamoci una vodka.

Incredulo tocco il marmo freddo,
incredulo tocco la mia mano:
è così – io sto nel divenire della storia
e loro sono chiusi ormai per tutti i secoli
nel loro ultimo detto, nel loro ultimo sguardo.
Lontani, come l’imperatore Valentiniano,
come i duci dei Massageti, di cui non si sa nulla –
sebbene sia passato solo un anno, o due, o tre.

Posso ancora fare il boscaiolo nel lontano nord,
parlare da una tribuna o girare un film
con metodi che loro non hanno conosciuto.
Posso scoprire il sapore che ha la frutta delle isole oceaniche,
farmi fotografare vestito come usa nella seconda metà del secolo.
Ma loro ormai per sempre sono ridotti a busti in jabot e frac
di un mostruoso Larousse.

Pure talvolta, quando il crepuscolo colora i tetti della povera via
e fisso il cielo – vedo là, tra le nuvole,
un tavolino che oscilla. Il cameriere volteggia col vassoio,
e loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano di un uomo.
E loro lo sanno, lo sanno bene.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Salvezza”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966 

***

Kawiarnia

Z tego stolika w kawiarni,
Gdzie w zimowe południa błyszczał ogród szronu,
Zostałem ja sam.
Mógłbym tam wejść, gdybym chciał,
I bębniąc palcami w zimnej pustce
Przywoływać cienie.

Mgła zimowa na szybie ta sama.
Ale nie wejdzie nikt.
Garstka popiołu,
Plama zgnilizny wapnem przysypana
Nie zdejmie kapelusza, nie powie wesoło:
Chodźmyna wódkę.

Z niedowierzaniem dotykam zimnego marmuru,
Z niedowierzaniem dotykam własnej ręki:
To — jest i ja jestem w dziejących się dziejach,
A oni są zamknięci juŜ na wieki wieków
W ostatnim swoim słowie, w ostatnim spojrzeniu.
I dalecy jak cesarz Walentynian,
Jak wodzowie Massagetów, o których nie wie się nic —
Choć upłynął zaledwie rok, dwa albo trzy lata.

Mogę być jeszcze drwalem w lasach dalekiej północy,
Mogę przemawiać z trybuny albo nakręcić film
Sposobami, na których oni się nie znali.
Mogę doświadczyć smaku owoców z wysp oceanu
I mieć swoją fotografię w stroju z drugiej połowy stulecia.
A oni juŜ na zawsze jak popiersia w Ŝabotach i frakach
Z monstrualnego Larousse’a.

Ale czasami, kiedy wieczorna zorza barwi dachy ubogiej ulicy
I zapatrzę się w niebo — widzę tam, w obłokach,
Zataczający się stolik. Kelner wiruje z tacą,
A oni patrzą na mnie wybuchając śmiechem.
Bo jeszcze nie wiem, jak się ginie z okrutnej reki człowieka.
Oni wiedzą, oni dobrze wiedzą.

Czesław Miłosz

Warszawa, 1944

da “Ocalenie”, Czytelnik, 1945