You, wind of March – Cesare Pavese

Édouard Boubat, Lella, 1948

 

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda –
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
– anemone o nube –
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose –
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell’attesa di te.
È il mattino, è l’aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

Cesare Pavese

25 marzo 1950.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Due barche – Yves Bonnefoy


Ruth Bernhard, Nude Study, 1950s

 

Il temporale fino a tardi, il letto sfatto,
La finestra che sbatte nella calura,
E nella febbre il sangue: riprendo
La mano prossima al sogno, la caviglia
Trattenuta al suo anello di barca
Contro un pontile, in una schiuma, riprendo
Anche lo sguardo, la bocca, all’assenza, e tutto
Il brusco ridestarsi nell’estate di notte
Per condurvi, e finirlo, il temporale.
– Dovunque tu sia quando ti prendo oscura
E più ampio è in noi quel rumore di mare,
Accetta d’essere l’indifferenza, fa’ che io stringa,
Secondo l’esempio del Dio cieco, la più deserta
Materia ancora nella notte.
Tu accoglimi intensa ma distratta,
Fa’ che non abbia volto, fa’ che non abbia nome,
Affinché, ladro, possa donarti di più,
E straniero l’esilio, in te, in me,
Si trasmuti in origine… – Oh sì, accetto, e tuttavia
Nello scordarti io sono con te.
Se tu dischiudi le mie dita,
Se delle mie palme tu formi una coppa,
Io bevo accanto alla tua sete, e lascio
Che l’acqua scorra sulle nostre membra.
Acqua che, noi non essendo, fa che siamo,
Acqua che attraversa gli aridi corpi
Per una gioia sparsa nell’enigma,
Presentimento, tuttavia! Ricordi?
Percorrevamo i campi sbarrati di pietra,
E a un tratto la cisterna, due presenze,
In qual altro paese di un’estate deserta?
Si chinano, guarda, come noi,
Noi, siamo, ch’essi ascoltano? noi di cui parlano
Sorridendo
Sotto il fogliame dell’albero primigenio,
Nella luce felice, un po’ velata?
Dimmi, non sembra che un bagliore diverso
Vacilli nell’accordo dei due visi
E, ridente, li unisca? Vedi, l’acqua s’intorbida
Ma le forme ne sono più pure, consumate.
Qual dei due mondi sia il vero, poco importa.
Tu inventami, tu forse raddoppiami,
Sui confini di questa
Favola straziata.

Io ascolto, io acconsento,
Poi scosto il braccio che si è ripiegato
A sottrarre la faccia luminosa.
Le sfioro la bocca con le mie labbra,
Scomposta, frantumata, tutta un mare.
Come Iddio sole nascente sono curvo
Sull’acqua ove fiorisce la nostra somiglianza,
Mormoro: Questo è dunque ciò che vuoi,
Potenza inappagata errante nei mondi,
Radunarti, una vita, nel vaso
Di nuda terra del nostro essere uguali?
Ed è vero, per un attimo tutto è silenzio,
Sembra che il tempo stia per sostare
Quasi esitando sul proprio cammino,
Di là dall’òmero terrestre intento
A ciò che non possiamo, o non vogliamo, vedere.
Non romba più il tuono nel cielo placato,
Il maroso non scavalca più il tetto,
Il battente, che si urtava al nostro sogno,
Tace reclino sull’anima di ferro.
Sto in ascolto, qual rumore non so, mi alzo,
Cerco nell’ombra ancora, e vi ritrovo
Semivuoto il bicchiere di ieri sera.
Lo prendo, ne esala il nostro respiro,
Con la tua sete oscura tu lo tocchi,
E quando, tiepida, bevo l’acqua ove furono
Le tue labbra, è come se il tempo
S’interrompesse sulle mie. E i miei occhi
Si aprissero alla luce, finalmente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dammi senza ritorno la tua mano, acqua incerta
Che giorno e poi giorno avrò disimpietrata
Dai sogni che nella luce indugiano
E dal malvagio desiderio d’infinito.
Che il bene della fonte non si perda
Nell’istante in cui la fonte è ritrovata,
E non si dividano ancor una volta
Le lontananze dall’accanto, sotto la falce
Dell’acqua non prosciugata, no, però insapore!
Dammi la mano, precedimi nell’estate mortale
Con questo rumore di luce mutata,
Annienta te stessa me annientando, in luce.

E le immagini, i mondi, le impazienze,
I desideri ignari di saper snodare,
Di seno oscuro misteriosa bellezza, dalle mani
Frangiate di luce tuttavia,
Il ridere, gli incontri sui sentieri,

I richiami, i doni, i consensi,
Senza fine domande, e il nascere, insensato,
Le alleanze perenni e quelle frettolose,
Le miracolose promesse inadempiute
Ma tardi, subitàneo, l’insperato:
La rosa dell’acqua che passa lo raduni
Qui, in sé scavando, e lo rischiari
All’immobile mozzo della ruota.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Pace, sull’acqua illuminata. Si direbbe che una barca
Stia passando, greve di frutti; e un’onda
Di sufficienza, o d’immobilità,
Sollevi il nostro luogo e questa vita
Come una barca diversa appena, ancor legata.
Abbi fiducia e lasciati prendere, òmero nudo,
Dall’onda, sempre più ampia, di un’infinita estate.
Dormi, è questa, l’estate; ed è notte
Per eccesso di luce; e sta per lacerarsi,
Perenne, la notte nostra. Si chinerà
Su di noi l’Egizia sorridente.

Pace, sul flutto che scorre. Il tempo scintilla.
Sembra ormai che la barca sia ferma.
Si ode soltanto buttarsi, sgretolarsi,
L’acqua sul fianco deserto, all’infinito.

 

 

Il fuoco, le sue gioie di linfa straziata,
La pioggia, o forse soltanto un vento sui tegoli.
Tu cerchi il soprabito dell’anno scorso.
Prendi le chiavi, esci all’aperto, una stella risplende.

Va’ lontano, nelle vigne
Verso la montagna di Vachères.
Sarà più rapido il cielo
All’alba.

Un cerchio
In cui tuona l’indifferenza.
Luce,
Al posto di Dio.

Guarda! quasi una fiamma,
Nel mastello dell’acqua di pioggia notturna.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Nel sogno, tuttavia,
Nell’altro fuoco oscuro ravvivato,
Andava un’ancella con un lume
Lontano avanti a noi. Rossa la luce
Ruscellante
Fra le pieghe della veste sulla gamba
Fino alla neve.

Disseminate, le stelle.
Il cielo, un letto sfatto, un nascere.

E il mandorlo, ingrossato
Dopo due anni: il fluire,
In un più oscuro braccio, dello stesso fiume.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

O mandorlo in fiore,
Notte mia senza fine,
Abbi fiducia, appoggiati, infante
A questa folgore.

Ramo del qui arso d’assenza, bevi
Ai tuoi fiori d’un attimo nel cielo che muta.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Sono uscito
In un altro universo. Era prima
Dell’alba.
Ho buttato un po’ di sale sulla neve.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Nell’insidia della soglia” (1965), in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

La prima lunga strofa appare come un intenso discorso amoroso che l’io rivolge al «toi», l’amata. Anche l’ambiente, nel simmetrico battito della «fenêtre» e del «sang», è in preda a una tensione febbrile e passionale che una serie prolungata di sineddoche corporee, dalla «cheville» alla «bouche», avvince in un crescendo sensuale («que j’étreigne») il quale dapprima chiede accettazione («Accueille-moi») e accoglie «l’étranger» («Oh, je veux bien»), finché riappare l’immagine della «coupé» il cui contenuto, scorrendo sulle membra degli amanti, ne sancisce ritualmente l’unione. Qui l’acqua, elemento originario e purificante, è motivo di gioia, malgrado l’enigma, e s’apre all’elegia-«fable» di un «autre pays» che, per il ricorso al «premier arbre», fa pensare ad Adamo (nome che, non a caso, in ebraico vuol dire “rosso”, cfr. Lanςon, Alchimie et couleur dans l’œuvre d’Yves Bonnefoy cit., p. 103, nota 101) ed Eva nel Paradiso (cfr. Une variante de la sortie du jardin e Une autre variante, LCA). Nella seconda strofa, la ritualità nuziale del consenso («J’écoute, je consens»), è rinnovata dal bacio sulle labbra e dalla «ressemblance» che attribuisce all’io poetico una «natura demiurgica, perfino divina» dove riecheggia la Genesi I, 2 (Jackson 1978, p. 311), in un arresto del tempo in cui si placa la furia degli elementi e il cui risveglio rinnova, per metonimia, il rito del bere al bicchiere «où furent tes lèvres».
Le strofe successive, nella personificazione dell’«eau incertaine» cui l’io chiede la mano, intendono rafforzare, attraverso una sintassi ossimorica («lointains» versus «proche»), l’idea della «source» originaria e separare il sogno dalla realtà della finitudine: per questo il «désir de l’infini» è «mauvais» e «l’été» è «mortel» e, in uno dei versi più intensi, per via del poliptoto e dell’allitterazione delle “d”, delle “m”, delle “s” e delle “l”, «Dissipe-toi Me dissipant Dans La LuMière», all’infinità è opposta l’idea di annientamento. Da «Les images, les mondes» a «Les promesses miraculeuses», tramite serie asindetiche di nomi plurali, il testo sembra voler dare, per accumulazione, l’idea di mondi umani mossi da un continuo intersecarsi di incontri e slanci il cui moto contrasta con il «moyeu immobile de la roue».
Le ultime due strofe sono caratterizzate dalle parole chiave «Paix» e «confìance», a indicare, nel parallelismo fra «barque» e «vie», come la vita comune scorra nelle quiete sere estive, sotto lo sguardo rassicurante dell’«Égyptienne», che nell’isiaca luce salvifica dell’«eau infime», emanazione dell’«été sans fin», avvolge gli amanti di una luce aurorale e senza tempo.
La parte conclusiva del testo, quella che ha inizio con «Le feu, ses joies de sève déchirée», singolarmente non è preceduta dalle file di puntini:
Si tratta di un’ambiguità voluta: non è un’altra poesia, ma una
“ripresa” con una sorta di distacco.
Propone una prima quartina nella quale gli elementi naturali, l’acqua della pioggia e il fuoco, pare prendano il posto di Dio, e divengano cose-dèi («De la lumière / À la place de Dieu»). Qui non si sa se il «tu» designi l’amata o se sia una proiezione pronominale dell’io poetico che parla a se stesso, in minimi gesti quotidiani, madidi di una luce che è epifania di una «naissance», della quale l’«amandier en fleurs» è metafora naturale concreta, che prefigura l’altro universo. Il sale è in alchimia sostanza misteriosa che combina acqua e fuoco (Lanςon, Alchimie et couleur dans l’œuvre d’Yves Bonnefoy cit., p. 76). Vachères è una località che l’Autore intravedeva all’orizzonte dalle finestre di Valsaintes. (Fabio Scotto)

∗∗∗

Deux barques

L’orage qui s’attarde, le lit défait,
La fenêtre qui bat dans la chaleur
Et le sang dans sa fièvre: je reprends
La main proche à son rêve, la cheville
À son anneau de barque retenue
Contre un appontement, dans une écume,
Puis le regard, puis la bouche à l’absence
Et tout le brusque éveil dans l’été nocturne
Pour y porter l’orage et le finir.
— Où que tu sois quand je te prends obscure,
S’étant accru en nous ce bruit de mer,
Accepte d’être l’indifférence, que j’étreigne
À l’exemple de Dieu l’aveugle la matière
La plus déserte encore dans la nuit.
Accueille-moi intensément mais distraitement,
Fais que je n’aie pas de visage, pas de nom
Pour qu’étant le voleur je te donne plus
Et l’étranger l’exil, en toi, en moi
Se fasse l’origine… — Oh, je veux bien,
Toutefois, t’oubliant, je suis avec toi,
Desserres-tu mes doigts,
Formes-tu de mes paumes une coupe,
Je bois, près de ta soif,
Puis laisse l’eau couler sur tous nos membres.
Eau qui fait que nous sommes, n’étant pas,
Eau qui prend au travers des corps arides
Pour une joie éparse dans l’énigme,
Pressentiment pourtant! Te souviens-tu,
Nous allions par ces champs barrés de pierre,
Et soudain la citerne, et ces deux présences
Dans quel autre pays de l’été désert?
Regarde comme ils se penchent, eux comme nous,
Est-ce nous qu’ils écoutent, dont ils parlent,
Souriant sous les feuilles du premier arbre
Dans leur lumière heureuse un peu voilée?
Et ne dirait-on pas qu’une lueur
Autre, bouge dans cet accord de leurs visages
Et, riante, les mêle? Vois, l’eau se trouble
Mais les formes en sont plus pures, consumées.
Quel est le vrai de ces deux mondes, peu importe.
Invente-moi, redouble-moi peut-être
Sur ces confins de fable déchirée.

J’écoute, je consens,
Puis j’écarte le bras qui s’est replié,
Me dérobant la face lumineuse.
Je la touche à la bouche avec mes lèvres,
En désordre, brisée, toute une mer.
Comme Dieu le soleil levant je suis voûté
Sur cette eau où fleurit notre ressemblance,
Je murmure: C’est donc ce que tu veux,
Puissance errante insatisfaite par les mondes.
Te ramasser, une vie, dans le vase
De terre nue de notre identité?
Et c’est vrai qu’un instant tout est silence,
On dirait que le temps va faire halte
Comme s’il hésitait sur le chemin,
Regardant par-dessus l’épaule terrestre
Ce que nous ne pouvons ou ne voulons voir.
Le tonnerre ne roule plus dans le ciel calme.
L’ondée ne passe plus sur notre toit,
Le volet, qui heurtait à notre rêve,
Se tait courbé sur son âme de fer.
J’écoute, je ne sais quel bruit, puis je me lève
Et je cherche, dans l’ombre encore, où je retrouve
Le verre d’hier soir, à demi plein.
Je le prends, qui respire à notre souffle,
Je te fais le toucher de ta soif obscure,
Et quand je bois l’eau tiède où furent tes lèvres,
C’est comme si le temps cessait sur les miennes
Et que mes yeux s’ouvraient, à enfin le jour.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Donne-moi ta main sans retour, eau incertaine
Que j’ai désempierrée jour après jour
Des rêves qui s’attardent dans la lumière
Et du mauvais désir de l’infini.
Que le bien de la source ne cesse pas
À l’instant où la source est retrouvée,
Que les lointains ne se séparent pas
Une nouvelle fois du proche, sous la faux
De l’eau non plus tarie mais sans saveur!
Donne-moi ta main et précède-moi dans l’été mortel
Avec ce bruit de lumière changée,
Dissipe-toi me dissipant dans la lumière.

Les images, les mondes, les impatiences,
Les désirs qui ne savent pas, bien qu’ils dénouent,
La beauté mystérieuse au sein obscur,
Aux mains frangées pourtant d’une lumière,
Les rires, les rencontres sur des chemins,

Et les appels, les dons, les consentements,
Les demandes sans fin, naître, insensé,
Les alliances éternelles et les hâtives,
Les promesses miraculeuses non tenues
Mais, tard, l’inespéré, soudain: que tout cela
La rose de l’eau qui passe le recueille
En se creusant ici, puis l’illumine
Au moyeu immobile de la roue.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Paix, sur l’eau éclairée. On dirait qu’une barque
Passe, chargée de fruits; et qu’une vague
De suffisance, ou d’immobilité,
Soulève notre lieu et cette vie
Comme une barque à peine autre, liée encore.
Aie confiance, et laisse-toi prendre, épaule nue,
Par l’onde qui s’élargit de l’été sans fin,
Dors, c’est le plein été; et une nuit
Par excès de lumière; et va se déchirer
Notre éternelle nuit; va se pencher
Souriante sur nous l’Égyptienne.

Paix, sur le flot qui va. Le temps scintille.
On dirait que la barque s’est arrêtée.
On n’entend plus que se jeter, se désunir,
Contre le flanc désert l’eau infinie.

 

 

Le feu, ses joies de sève déchirée.
La pluie, ou rien qu’un vent peut-être sur les tuiles.
Tu cherches ton manteau de l’autre année.
Tu prends les clefs, tu sors, une étoile brille.
 
Éloigne-toi
Dans les vignes, vers la montagne de Vachères.
À l’aube
Le ciel sera plus rapide.
 
Un cercle
Où tonne l’indifférence.
De la lumière
À la place de Dieu.
 
Presque du feu, vois-tu,
Dans le baquet de l’eau de la pluie nocturne.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dans le rêve, pourtant,
Dans l’autre feu obscur qui avait repris,
Une servante allait avec une lampe
Loin devant nous. La lumière était rouge
Et ruisselait
Dans les plis de la robe contre la jambe
Jusqu’à la neige.
 
Étoiles, répandues.
Le ciel, un lit défait, une naissance.
 
Et l’amandier, grossi
Après deux ans : le flot
Dans un bras plus obscur, du même fleuve.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ô amandier en fleurs,
Ma nuit sans fin,
Aie confiance, appuie-toi enfant
À cette foudre.
 
Branche d’ici, brûlée d’absence, bois
De tes fleurs d’un instant au ciel qui change.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Je suis sorti
Dans un autre univers. C’était
Avant le jour.
J’ai jeté du sel sur la neige.

Yves Bonnefoy

da “Dans le leurre du seuil” 1975, in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1978

Per lei – Giorgio Caproni

Amedeo Modigliani, “La blonde aux boucles d’oreille”, 1918-1919

     

   Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni

da “Il seme del piangere”, 1950-1958, in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

Prefazione – Czesław Miłosz

Roberto Nespola, Roma, Cimitero acattolico, dicembre 2015

 

Tu, che non ho potuto salvare,
Ascoltami.
Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro.
Non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Ciò che fortificava me, per te era mortale.
Hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,
L’afflato dell’odio per bellezza lirica,
La forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
Che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
E il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
Mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
I popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
Una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
Questo, e solo questo, è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
Per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli.
Depongo qui questo libro per te, o trascorso,
Perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci.

Czesław Miłosz

Cracovia, 1945

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Salvezza”, in “Czesław Miłosz, Poesie”, Adelphi, 1983

∗∗∗

Przedmowa

Ty, którego nie mogłem ocalić,
Wysłuchaj mnie.
Zrozum tę mowę prostą, bo wstydzę się innej.
Przysięgam, nie ma we mnie czarodziejstwa słów.
Mówię do ciebie milcząc, jak obłok czy drzewo.

To, co wzmacniało mnie, dla ciebie było śmiertelne.
Żegnanie epoki brałeś za początek nowej,
Natchnienie nienawiści za piękno liryczne,
Siłę ślepą za dokonany kształt.

Oto dolina płytkich polskich rzek. I most ogromny
Idący w białą mgłę. Oto miasto złamane
I wiatr skwirami mew obrzuca twój grób,
Kiedy rozmawiam z tobą.

Czym jest poezja, która nie ocala
Narodów ani ludzi?
Wspólnictwem urzędowych kłamstw,
Piosenką pijaków, którym ktoś za chwilę poderżnie gardła,
Czytanką z panieńskiego pokoju.

To, że chciałem dobrej poezji, nie umiejąc,
To, że późno pojąłem jej wybawczy cel,
To jest i tylko to jest ocalenie.

Sypano na mogiły proso albo mak
Żywiąc zlatujących się umarłych – ptaki.
Tę książkę kładę tu dla ciebie, o dawny,
Abyś nas odtąd nie nawiedzał więcej.

Czesław Miłosz

Kraków, 1945

da “Ocalenie”, Czytelnik, 1945

«In fondo a questo verso…» – Derek Walcott

Matteo Massagrande, Finestra sul mare, 2016, Oil and mixed media on board, 70 x 80 cm

34

In fondo a questo verso si sta aprendo una porta
che dà su un terrazzo azzurro dove si poserà un gabbiano
con dita uncinate, poi, come un’immagine che si stacca
da un’idea, sbatterà le ali in lente scansioni sulla placca
battuta del mare meridiano, un foglio che la mia mano
destra manovra — una vela diretta in Martinica o in Sicilia.
Nella distanza maculata di lillà, i medesimi promontori arrugginiscono
in macchie di casolari soffiati dalla spuma dei frangenti,
e l’eco di un gabbiano dove l’ombra di un gabbiano sfrecciava
tra mari assolati. Nessun grido è abbastanza esultante
per la mia gratitudine, per il cuore che spalanca i suoi cardini
e mi inclina le costole con la luce. Alla fine, più lenta
di un gabbiano sull’acqua, un’ombra si allunga, a poco
a poco, fino a coprire il prato. Vi è il medesimo ardore elevato
di tramonti retorici in Sicilia come in Martinica,
e il medesimo orizzonte ne sottolinea l’assenza luminosa,
là risplende chi a lungo abbiamo amato e, forse, non parla
per la gioia indicibile, perché la parola è dei mortali,
perché alla fine di ogni frase c’è una tomba,
o la porta azzurra del cielo o, un tempo, gli spalancati portali
del nostro asservito sublime. La sola luce che abbiamo risplende
su una guglia o una conchiglia mentre scende
a voltare questa pagina con un’onda che sbianca.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Prima luce”, in “Derek Walcott, Isole”, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi, 2009

∗∗∗

34

At the end of this line there is an opening door
that gives on a blue balcony where a gull will settle
with hooked fingers, then, like an image leaving an idea,
beat in slow scansion across the hammered metal
of the afternoon sea, a sheet that my right hand steers
a small sail making for Martinique or Sicily.
In the lilac-flecked distance, the same headlands rust
with flecks of houses blown from the spume of the trough,
and the echo of a gull where a gull’s shadow raced
between sunlit seas. No cry is exultant enough
for my thanks, for my heart that flings open its hinges
and slants my ribs with light. At the end, a shadow
slower than a gull’s over water lengthens, by inches,
and covers the lawn. There is the same high ardor
of rhetorical sunsets in Sicily as over Martinique,
and the same horizon underlines their bright absence,
the long-loved shining there who, perhaps, do not speak
from unutterable delight, since speech is for mortals,
since at the end of each sentence there is a grave
or the sky’s blue door or, once, the widening portals
of our disenfranchised sublime. The one light we have
still shines on a spire or a conch-shell as it falls
and folds this page over with a whitening wave.

Derek Walcott

da “The Bounty: Poems”, Farrar, Straus and Giroux, 1998