Per quanto sta in te – Constantino Kavafis

Foto di Amani Willett

 

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balía del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantino Kavafis

(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi)

da “Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968

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Ὅσο μπορεῖς

Κι ἂν δέν μπορεῖς νά ϰάμεις τήν ζωή σου ὅπως τήν θέλεις,
τοῦτο προσπάθησε τουλάχιστον
ὅσο μπορεῖς: μήν τήν ἐξευτελίζεις
μές στήν πολλή συνάφεια τοῦ ϰόσμου,
μές στές πολλές ϰινήσεις ϰι ὁμιλίες.

Μήν τήν ἐξευτελίζεις πηαίνοντάς την,
γυρίζοντας συχνά ϰ’ ἐϰθέτοντάς την
στῶν σχέσεων ϰαί τῶν συναναστροφῶν
τήν ϰαθημερινήν ἀνοησία,
ὣς πού νά γίνει σά μιά ξένη φορτιϰή.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Lava – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E se Eraclito e Parmenide
avessero ragione contemporaneamente
e due mondi esistessero affiancati
uno tranquillo, l’altro folle; una freccia
scocca immemore, e l’altra indulgente
la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,
gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,
le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo
si struggono in una crudele fiamma rugginosa.
La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito,
c’era la guerra, la guerra non c’era,
gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono,
le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno,
le ali dello sparviero devono essere brune,
tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più,
le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole
vagano come veli nuziali sfilacciati.

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli
reggono cauti lunghi stendardi boscosi,
il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa
e con labbra minute timidamente loda il Settentrione.
Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade
folli stordite dalla propria luce.
Nel museo davanti a una tela scura
si stringono pupille feline. Tutto è finito.
I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive
una sgrammaticata condanna a morte.
La giovinezza si dissolve nell’arco
di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno
medaglioni, la disperazione volge in estasi
e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo
come grappoli d’uva e la bellezza dura, tremula, immota
e Dio c’è e muore, la notte torna a noi
sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

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Lawa

Cóż jednak, pomyślałem, jeżeli jednocześnie
i Heraklit, i Parmenides mają rację
i tuż obok siebie istnieją dwa światy,
jeden spokojny, drugi szalony; jedna strzała
mknie bez pamięci a druga przygląda się jej
z pobłażaniem; ta sama fala płynie i nie płynie,
zwierzęta rodzą się i giną w tej samej chwili,
listki brzozy bawią się wiatrem i jednocześnie
niszczeją w rdzawym, okrutnym płomieniu.
Lawa zabija i utrwala, serce uderza
i jest uderzone, była wojna, wojny nie było,
Żydzi umarli, Żydzi żyją, miasta spłonęły,
miasta stoją, miłość płowieje, wieczny pocałunek,
skrzydła jastrzębia muszą być brązowe,
ty wciąż jesteś ze mną chociaż nas już nie ma,
okręty toną, piasek śpiewa i chmury
wędrują jak strzępy weselnych welonów.

Wszystko stracone. Tyle olśnienia. Wzgórza
niosą ostrożnie długie chorągwie lasu,
mech wchodzi na kamienną wieżę kościoła
i małymi ustami nieśmiało chwali północ.
O zmierzchu jaśminy świecą jak dzikie
lampy oszołomione własnym blaskiem.
W muzeum przed ciemnym płótnem zwężają się
czyjeś kocie źrenice. Wszystko skończone.
Jeźdźcy pędzą na czarnych koniach, tyran układa
wyrok śmierci pełen błędów stylistycznych.
Młodość zamienia się w nicość w ciągu
jednego dnia, twarze dziewcząt zamieniają się
w medaliony, rozpacz zamienia się w zachwyt
i twarde owoce gwiazd rosną na niebie
jak winogrona i piękno trwa drżące i nieporuszone
i Bóg jest i umiera, noc wraca do nas
co wieczór a świt jest siwy od rosy.

Adam Zagajewski

da “Płótno, 1990”, in “Adam Zagajewski, Wiersze wybrane”, Wydawnictwo a5, 2010

«Si può trovare» – Giorgio Manganelli

Irving Penn, Two Liqueurs, New York, 1951

 

Si può trovare
una frammentaria divinità
anche in una scatola di sigarette,
in un giro di danza
in un denso bicchiere di malvasia;
e ci si può suicidare
nella gioia di vivere improvvisa
d’un lunapark
nei battiti dei fucilini
ed in ogni gesto del corpo
che muova solamente il corpo
senza moto dell’anima nel corpo –
trascurando con un sorriso imprevisto
il calcolo demente dei problemi
e con elusivo gesto della mano
allontanare la disperazione.
Non per questo si riposerà
la lunga solitudine,
né l’inganno della musica
ci porrà una mano su una spalla
contro l’uragano dell’assenza;
ma si tratta solo di ingannare
di mentire con placida umiltà
di gustare un corpo perituro
educare al nulla
una mano elegante,
abbandonarsi al dolce
amichevole vino –
gustare la joie de vivre,
dimenticare il corpo perituro
la solitudine essenziale,
– incenso di incenso devoto
offrire un fumo di sigarette
alla nostra distratta, frammentaria
divinità.

Giorgio Manganelli

da “Poesie”, Crocetti Editore, 2006

Scolorimento – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

Piú passa il tempo e piú ingrandisce il mare.
Contemporaneamente perde i suoi colori.
Le cime si spezzano a una a una. Innumerevoli ancore
arrugginiscono sulla terraferma. Quella che chiamavamo
libertà, che non fosse la perdita? E che non sia
la perdita l’unico guadagno? Dopo
né perdita né guadagno. Niente. Le luci
della dogana e della taverna sul mare spente.
Solo la notte con le stelle false.

Ghiannis Ritsos

Kalamos, 10.X.82

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

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Ἀποχρωματισμός

Χρόνο τό χρόνο μεγεθύνεται ἡ θάλασσα.
Χάνει ταυτόχρονα τά χρώματά της.
Τά σϰοινιά ϰόβονται ἕνα ἕνα. Πλῆθος ἄγϰυρες
σϰοοριάζουν στή στεριά. Αὐτο πού ὀνομάζουμε
ἐλευθερία, μήπως ἧταν ἡ ἀπώλεια; Καί μήπως
ἡ ἀπώλεια τό μόνο ϰέρδος Ὕστερα
οὔτε ἀπώλεια οὔτε ϰέρδος. Τίποτα. Τά φῶτα
τοῦ τελωνείοο ϰαί τῆς ναυτιϰῆς ταβέρνας ἔσβησαν.
Μονάχα ἡ νύχτα μέ τά ϰάλπιϰα ἄστρα της.

Γιάννης Ρίτσος

Κάλαμος, 10.Χ.82

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

Giorni che invecchio… – Carlo Betocchi

Carlo Betocchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorni che invecchio, assenti, cui il pudore
del vivere è già spettro, è quasi morte,
quasi sentita morte nel furore
della vita che corre, e lascia sola
la mia che va a rilento, priva
di ciò che fiore era del corpo, giova-
nile speranza, la cieca speranza:
eppure, quasi scoglio, ecco il mio esistere

sommerso ride, riemergendo gronda,
nuda miseria gronda del tuo ridere
trasfigurato, o grande immenso oceano
della vita non mia, vita che arriva,

mi dècima, dimentica, dilaga.

Carlo Betocchi

da “Un passo, un altro passo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967