Cos’era – Mark Strand

Foto di Nicola Bertellotti

I

Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di se stesso, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che affoga
in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

II

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo ore, giorni. Era quello. Solo quello.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

What It Was

I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was…

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened—a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She’d forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun’s heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.

Mark Strand

da “Blizzard of One”, New York: Alfred A. Knopf, 1988

«Agosto. Non sappiamo che aspettarci» – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agosto. Non sappiamo che aspettarci
da una Luna così; sembra di lattice,
un guanto rotto a precipizio sopra
le magnolie del tuo giardino; pronta

a cadere, a tornare in fondo al mare
come all’inizio della storia umana.
Ché i primi uomini (siamo noi adesso)
non sapevano nulla della notte.

Gabriele Galloni

da “L’estate del mondo”, Marco Saya Edizioni, 2019

Privi di potere – Günter Grass

Nick Ut, Children fleeing an American napalm strike, Vietnam, 1972

 

Leggiamo «napalm» e ci immaginiamo il napalm.
Dal momento che non possiamo immaginarci il napalm,
leggiamo del napalm, finché possiamo
immaginarci meglio il napalm.
Ora noi protestiamo contro il napalm.
     Dopo la colazione, muti,
     vediamo in fotografia cosa può fare il napalm.
     Ci indichiamo l’un l’altro rozzi reticoli
     e diciamo: vedi, questo è il napalm.
Presto ci saranno libri di fotografie a buon prezzo
con foto migliori,
dalle quali risulterà più chiaramente
cosa può fare il napalm.
Ci rosicchiamo le unghie e scriviamo proteste.
     Ma c’è, così leggiamo,
     qualcosa che è ben più terribile del napalm.
     Subito protestiamo contro questa cosa più terribile.
     Le nostre proteste giustificate, che in ogni momento
     possiamo stilare piegare affrancare, le sbattiamo in libri.
Impotenza di cui si fa prova su facciate di gomma.
Impotenza fa suonare dischi: canti impotenti.
Senza potere e con la chitarra. –
Ma con il pugno di ferro e in piena tranquillità
fuori agisce il potere.

Günter Grass

(Traduzione di A. M. Giachino)

da “Poesia tedesca del Novecento”, Rizzoli, 1977

∗∗∗

In ohnmacht gefallen

Wir lesen Napalm und stellen Napalm uns vor.
Da wir uns Napalm nicht vorstellen können,
lesen wir über Napalm, bis wir uns mehr
unter Napalm vorstellen können.
Jetzt protestieren wir gegen Napalm.
     Nach dem Frühstück, stumm,
     auf Fotos sehen wir, was Napalm vermag.
     Wir zeigen uns grobe Raster
     und sagen: Siehst du, Napalm.
Das machen sie mit Napalm.
Bald wird es preiswerte Bildbände
mit besseren Fotos geben,
auf denen deutlicher wird,
was Napalm vermag.
Wir kauen Nägel und schreiben Proteste.
       Aber es gibt, so lesen wir,
       Schlimmeres als Napalm.
       Schnell protestieren wir gegen Schlimmeres.
       Unsere berechtigten Proteste, die wir jederzeit
       verfassen falten frankieren dürfen, schlagen zu Buch.
Ohnmacht, an Gummifassaden erprobt.
Ohnmacht legt Platten auf: ohnmächtige Songs.
Ohne Macht mit Guitarre. –
Aber feinmaschig und gelassen
wirkt sich draußen die Macht aus.

Günter Grass

da “Gesammelte Gedichte”, Luchterhand Verlag, Darmstadt und Neuwied, 1971

Lettera – Mark Strand

Danielle Maret

                                                   
                                                                                  for Richard Howard

Degli uomini attraversano un campo di corsa,
dalle tasche gli cadono penne.
Le raccoglierà la gente a passeggio.
È uno dei modi in cui le lettere vengono scritte.

Le cose, come cadono una nell’altra!
Il sé che non mi appartiene più, assopito
nell’ombra di un estraneo, ora veste
l’estraneo, ora lo conduce altrove.

È mezzogiorno, e ti scrivo.
La vita di non so chi mi è arrivata tra le mani.
Il sole sbianca gli edifici.
È tutto quel che ho. Lo do tutto a te. Tuo

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan)

da “Più buio, 1970”, in “L’uomo che cammina un passo davanti al buio”, Mondadori, 2011

***

Letter

                                                                     for Richard Howard

Men are running across a field,
pens fall from their pockets.
People out walking will pick them up.
It is one of the ways letters are written.

How things fall to others!
The self no longer belonging to me, but asleepin
a stranger’s shadow, now clothing
the stranger, now leading him off.

It is noon as I write to you.
Someone’s life has come into my hands.
The sun whitens the buildings.
It is all I have. I give it all to you. Yours,

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

Andare a Leopoli – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di
Krzysztof Dubiel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andare a Leopoli. Da quale stazione andare
a Leopoli, se non in sogno, all’alba,
quando la rugiada ricopre le valigie e proprio allora
nascono i rapidi e gli espressi. D’un tratto partire
per Leopoli, nel cuore della notte, di giorno, a settembre
oppure a marzo. Se Leopoli esiste sotto
la fodera delle frontiere e non solo nel mio
nuovo passaporto, se gli stendardi degli alberi,
pioppi e ontani, respirano ancora rumorosi
come gli Indiani e i ruscelli balbettano nel loro
oscuro esperanto e le bisce spariscono
nell’erba come altrettanti segni molli dell’alfabeto
russo. Fare i bagagli e partire, senza neppure
salutare, a mezzogiorno, svanire così come
venivano meno le fanciulle. E le bardane, la verde
armata delle bardane, là sotto, sotto gli ombrelloni
di un caffè veneziano, le lumache conversano
dell’eternità. Ma svetta la cattedrale,
ricordi, così verticale, così verticale
come la domenica e i tovaglioli bianchi e il secchio
pieno di lamponi sul pavimento e il mio
desiderio, che ancora non esisteva,
solo i giardini e le erbacce e l’ambra
delle ciliegie e il disdicevole Fredro.
C’era sempre troppa Leopoli, nessuno sapeva
capirne i quartieri, sentire
il sussurro di ogni pietra bruciata
dal sole, la chiesa uniate di notte taceva in modo
del tutto diverso dalla cattedrale, i gesuiti battezzavano
le piante, foglia dopo foglia, ma quelle crescevano,
crescevano immemori, e la gioia si celava ovunque,
nei corridoi e nei macinini da caffè
che giravano da soli, nei bricchi celesti
e nell’amido, che era il primo formalista,
nelle gocce di pioggia e nelle spine delle rose.
Sotto la finestra ingiallivano le forsizie velate di brina.
Le campane suonavano e l’aria tremava, le cuffie
delle monache veleggiavano come golette
davanti al teatro, c’era così tanto del mondo
da concedere infinite repliche,
il pubblico impazziva e non voleva
lasciare la sala. Le mie zie non sapevano
ancora che un giorno le avrei resuscitate,
e vivevano così fiduciose, nella loro unicità,
le cameriere linde, con le vesti stirate,
correvano per la panna fresca, dentro le case c’erano
un po’ di collera e molta speranza. Brzozowski
era venuto a fare conferenze, uno dei miei
zii scriveva un poema intitolato Perché?
dedicato all’Onnipotente e c’era troppa
Leopoli, traboccava dal vaso,
crepava il vetro dei bicchieri, straripava
dagli stagni, dai laghi, fumava dai comignoli,
si mutava in fuoco e in tempesta,
rideva con i fulmini, diventava umile,
tornava a casa, leggeva il Nuovo Testamento,
dormiva sul divano sotto il kilim carpatico,
c’era troppa Leopoli e ora non ce n’è
affatto, cresceva irrefrenabile e le forbici
tagliavano, i freddi giardinieri come sempre
a maggio, senza pietà né amore,
ah aspettate che giunga il caldo
giugno con le morbide felci, il campo
sconfinato dell’estate, ossia la realtà.
Ma le forbici tagliavano lungo la linea e attraverso
l’ordito, sarti, giardinieri e censori
tagliavano il corpo e le ghirlande, le cesoie indefesse
lavoravano, come in un gioco da bambini
dove ritagli il profilo di un cigno o di un cerbiatto.
Forbici, coltellini e lamette grattavano,
tagliavano e accorciavano le vesti ariose
dei prelati e le piazze e i palazzi, gli alberi
cadevano senza rumore, come in una giungla,
e la cattedrale tremava e ci si congedava all’alba
senza lacrime, senza fazzoletti, così asciutte
le labbra, non ti vedrò mai più, tanta è la morte
che ti attende, perché ogni città
deve farsi Gerusalemme e ogni
uomo un ebreo? e ora, ma in fretta,
fare i bagagli, sempre, ogni giorno,
e andare senza fiato, andare a Léopoli,
eppure esiste, quieta e pura come
una pesca. Leopoli è ovunque.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “ Andare a Leopoli e altre poesie, 1985”, in “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

∗∗∗

Jechać do Lwowa

Jechać do Lwowa. Z którego dworca jechać
do Lwowa, jeżeli nie we śnie, o świcie,
gdy rosa na walizkach i właśnie rodzą się
ekspresy i torpedy. Nagle wyjechać do
Lwowa, w środku nocy, w dzień, we wrześniu
lub w marcu. Jeżeli Lwów istnieje, pod
pokrowcami granic i nie tylko w moim
nowym paszporcie, jeżeli proporce drzew
jesiony i topole wciąż oddychają głośno
jak Indianie a strumienie bełkocą w swoim
ciemnym esperanto a zaskrońce jak miękki
znak w języku rosyjskim znikają wśród
traw. Spakować się i wyjechać, zupełnie
bez pożegnania, w południe, zniknąć
tak jak mdlały panny. I łopiany, zielona
armia łopianów, a pod nimi, pod parasolami
weneckiej kawiarni, ślimaki rozmawiają
o wieczności. Lecz katedra wznosi się,
pamiętasz, tak pionowo, tak pionowo
jak niedziela i serwetki białe i wiadro
pełne malin stojące na podłodze i moje
pragnienie, którego jeszcze nie było,
tylko ogrody i chwasty i bursztyn
czereśni i Fredro nieprzyzwoity.
Zawsze było za dużo Lwowa, nikt nie umiał
zrozumieć wszystkich dzielnic, usłyszeć
szeptu każdego kamienia, spalonego przez
słońce, cerkiew w nocy milczała zupełnie
inaczej niż katedra, Jezuici chrzcili
rośliny, liść po liściu, lecz one rosły,
rosły bez pamięci, a radość kryła się
wszędzie, w korytarzach i w młynkach do
kawy, które obracały się same, w niebieskich
imbrykach i w krochmalu, który był pierwszym
formalistą, w kroplach deszczu i w kolcach
róż. Pod oknem żółkły zmarznięte forsycje.
Dzwony biły i drżało powietrze, kornety
zakonnic jak szkunery płynęły pod
teatrem, świata było tak wiele, że musiał
bisować nieskończoną ilość razy,
publiczność szalała i nie chciała
opuszczać sali. Moje ciotki jeszcze
nie wiedziały, że je kiedyś wskrzeszę
i żyły tak ufnie i tak pojedynczo,
służące biegły po świeżą śmietanę,
czyste i wyprasowane, w domach trochę
złości i wielka nadzieja. Brzozowski
przyjechał na wykłady, jeden z moich
wujów pisał poemat pod tytułem Czemu,
ofiarowany wszechmogącemu i było za dużo
Lwowa, nie mieścił się w naczyniu,
rozsadzał szklanki, wylewał się ze
stawów, jezior, dymił ze wszystkich
kominów, zamieniał się w ogień i w burzę,
śmiał się błyskawicami, pokorniał,
wracał do domu, czytał Nowy Testament,
spał na tapczanie pod huculskim kilimem,
było za dużo Lwowa a teraz nie ma
go wcale, rósł niepowstrzymanie a nożyce
cięły, zimni ogrodnicy jak zawsze
w maju bez litości bez miłości
ach poczekajcie niech przyjdzie ciepły
czerwiec i miękkie paprocie, bezkresne
pole lata czyli rzeczywistości.
Lecz nożyce cięły, wzdłuż linii i poprzez
włókna, krawcy, ogrodnicy i cenzorzy
cięli ciało i wieńce, sekatory niezmordowanie
pracowały, jak w dziecinnej wycinance
gdzie trzeba wystrzyc łabędzia lub sarnę.
Nożyczki, scyzoryki i żyletki drapały
cięły i skracały pulchne sukienki
prałatów i placów i kamienic, drzewa
padały bezgłośnie jak w dżungli
i katedra drżała i żegnano się o poranku
bez chustek i bez łez, takie suche
wargi, nigdy cię nie zobaczę, tyle śmierci
czeka na ciebie, dlaczego każde miasto
musi stać się Jerozolimą i każdy
człowiek Żydem i teraz tylko w pośpiechu
pakować się, zawsze, codziennie
i jechać bez tchu, jechać do Lwowa, przecież
istnieje, spokojny i czysty jak
brzoskwinia. Lwów jest wszędzie.

Adam Zagajewski

da “Jechać do Lwowa”, London: Aneks, 1985