Elevazione – Charles Baudelaire

Foto di Noel Oszaid

 

III.

Al di sopra di laghi e di montagne,
del mare, dei boschi e delle nuvole,
al di sopra del sole, oltre lo spazio,
al di là dei confini delle sfere celesti

navighi, mio spirito con agilità.
Nuotatore eccellente che gode dell’onda,
solchi allegramente l’immensità profonda
con un’indicibile e maschia voluttà.

Innàlzati ben lontano dai miasmi pestiferi
vai a purificarti nell’aria superiore,
e bevi, come liquore puro e divino,
il limpido fuoco degli spazi cristallini.

Abbandonando le noie e le profonde tristezze
che rendono pesante l’esistenza brumosa,
felice colui che può con ali vigorose
slanciarsi verso campi luminosi e sereni,

colui i cui pensieri, simili alle allodole,
liberi si slanciano verso i cieli al mattino,
– chi plana sulla vita e comprende senza sforzo
il linguaggio dei fiori e delle cose mute!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

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III. Élévation

Au-dessus des étangs, au-dessus des vallées,
Des montagnes, des bois, des nuages, des mers,
Par-delà le soleil, par-delà les éthers,
Par-delà les confins des sphères étoilées,

Mon esprit, tu te meus avec agilité,
Et, comme un bon nageur qui se pâme dans l’onde,
Tu sillonnes gaiement l’immensité profonde
Avec une indicible et mâle volupté.

Envole-toi bien loin de ces miasmes morbides;
Va te purifier dans l’air supérieur,
Et bois, comme une pure et divine liqueur,
Le feu clair qui remplit les espaces limpides.

Derrière les ennuis et les vastes chagrins
Qui chargent de leur poids l’existence brumeuse,
Heureux celui qui peut d’une aile vigoureuse
S’élancer vers les champs lumineux et sereins;

Celui dont les pensers, comme des alouettes,
Vers les cieux le matin prennent un libre essor,
– Qui plane sur la vie, et comprend sans effort
Le langage des fleurs et des choses muettes!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Paris, Auguste Poulet-Malassis et de Broise, 1861

«Ogni volta che di notte» – Adonis

Ruth Bernhard, Torso, 1938

 

Ogni volta che di notte
leggo il mio corpo
indosso il suo corpo,
mi stupisco leggendo il suo amore:
la notte non può che essere
i suoi tratti,
i suoi segreti, non può che
essere il suo nome.

Adonis

(Traduzione di Fawzi Al Delmi)

da “La foresta dell’amore in noi”, Guanda, Parma, 2017

Il senso – Czesław Miłosz

Michael Kenna, Huangshan Mountains, Study 46, China, 2010

 

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, la montagna, il tramonto.
Il vero significato che vorrà essere letto.
Ciò ch’era inconciliabile, si concilierà.
E sarà compreso ciò ch’era incomprensibile.

– Ma se non c’è una fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un segno
ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
si susseguono senza badare a un senso
e non c’è nulla sulla terra, oltre questa terra?

Se così fosse, resterebbe ancora la parola
suscitata una volta da effimere labbra,
che corre e corre, messaggero instancabile,
nei campi interstellari, nei vortici galattici
e protesta, chiama, grida.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Le regioni ulteriori”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

***

Sens

– Kiedy umrę, zobaczę podszewkę świata.
Drugą stronę, za ptakiem, górą i zachodem słońca.
Wzywające odczytania prawdziwe znaczenie.
Co nie zgadzało się, będzie się zgadzało.
Co było niepojęte, będzie pojęte.

– A jeżeli nie ma podszewki świata?
Jeżeli drozd na gałęzi nie jest wcale znakiem
Tylko drozdem na gałęzi, jeżeli dzień i noc
Następują po sobie nie dbając o sens
I nie ma nic na ziemi, prócz tej ziemi?

Gdyby tak było, to jednak zostanie
Słowo raz obudzone przez nietrwałe usta,
Które biegnie i biegnie, poseł niestrudzony,
Na międzygwiezdne pola, w kołowrót galaktyk
I protestuje, woła, krzyczy.

Czesław Miłosz

da “Dalsze okolice”, Wydawn, Znak, 1991

«Delusione, sí, ma la strada passa per la delusione.» – Jiří Orten

Jiří Orten

 

Delusione, sí, ma la strada passa per la delusione.
Umiliazione, sí, ma la strada passa per l’umiliazione.
Estinzione, sí, ma la strada passa per l’estinzione.
Ci fu sangue che intrise la terra, e soltanto quelli che desiderarono, che bramarono, piú di quanto fosse possibile, hanno veduto la stella del mattino levarsi in tutta la sua bellezza. Ma l’hanno veduta cosí come se non vedessero per la prima volta, quel nuovo cielo e quella nuova terra di cui si parla nella Scrittura. Perché non esiste una parola umana che non abbia in qualche luogo la sua immagine.
E non c’è amore che non si congiunga in qualche luogo con le sue candidissime mani.
E non c’è sofferenza che non approdi in qualche luogo a lacrime liberatrici.
Che dunque ci sia una disperazione, o una fede, che plasmi i nostri giorni, gli occhi da troppo tempo abituati alle tenebre si apriranno di nuovo, benché ciò possa essere un aprirsi sulle tenebre, e se conosceranno che la tenebra è nera, se proclameranno la loro testimonianza del buio, se parleranno con gli occhi, con la bocca e con le mani e con tutto ciò che ha il sapore di questa tenebra, la tenebra sarà negata. Se non c’è infatti che tenebra, in che modo non sarebbe in essa nascosta la luce? Di questa si tratta.

Jiří Orten

27.4.1939.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

«Zklamání, ano, leč cesta vede přes zklamání.»

Zklamání, ano, leč cesta vede přes zklamání.
Ponížení, ano, leč cesta vede přes ponížení.
Zánik, ano, leč cesta vede zánikem.
Byla to krev, která zalila zemi, a jen ti, kteří si přáli, kteří toužili víc, než bylo možno, spatřili jitřenku, jak si vstává ve své kráse. Spatřili, ale tak, jako by neviděli po prvé, ono nebe nové a zemi novou, o níž se mluví v Písmě.
Neboť není lidského slova, které by kdesi nemělo svůj obraz.
A není lásky, která by se kdesi nespojila svýma ubelovýma rukama.
A není utrpení, jež by kdesi nedošlo osvobozujících slz.
Ať je to tedy beznaděj, nebo víra, co spájí naše dny, oči příliš dlouho přivyklé tmám opět prohlédnou, byť by to bylo prohlédnutí tmou, a poznají-li, že tma je černá, vykřiknou-li o tmě své svědectví, budou-li mluvili očima, ústy a rukama a vším, vším, co je, o chuti, této tmy, tma bude popřena.
Neboť je-li než tma, jakpak by světlo nebylo v ní skryto?
Jde o ně.

Jiří Orten

27.4.1939.

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Forse dormiamo e stiamo sognando – Nichita Stănescu

 

Forse dormiamo e stiamo sognando, mi disse lei,
e io le ho creduto, perché diventava
più pesante o più leggera a volontà
simile agli uccelli in volo.

Correvamo verso l’alto sulle scale di cemento
e lei sollevava dal mio abbraccio
due occhi splendenti, argentei,
verso un cielo inventato proprio allora.

Il suo sguardo fondeva i muri,
feriva le mie guance da cui
erompeva il sangue verso il passato
senza dolore, a fiotti.

Forse dormiamo e stiamo sognando, mi disse lei.
Correvamo verso l’alto. La scala di cemento
era terminata da un pezzo. Ed anche l’edificio.
Avevamo superato anche il futuro. Le parole
erano rimaste indietro. E forse nemmeno noi
esistevamo più.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Il diritto al tempo”, 1965, in “La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

∗∗∗

Parcă dormim şi visăm

Parcă dormim şi visăm, îmi spuse ea,
şi eu am crezut-o, pentru că devenea
mai grea sau mai uşoară după voie
asemenea păsărilor în zbor.

Alergam în sus pe scările de beton
şi ea ridica din îmbrăţişarea mea
doi ochi lucioşi, argintii,
spre un cer inventat chiar atunci.

Privirea ei topea zidurile,
îmi rănea obrajii din care
sângele-mi izbucnea spre trecut
nedureros, în cascadă.

Parcă dormim şi visăm, îmi spuse ea.
Alergam în sus. Scara de beton
se sfârşise demult. Şi clădirea.
Trecuserăm şi de viitor. Cuvintele
rămăseseră în urmă. Şi poate nici noi
nu mai eram.

Nichita Stănescu

da “Dreptul la timp”, Editura Tineretului, Bucureşti, 1965