«Sa sedurre la carne la parola» – Patrizia Valduga

Donata Wenders, Reflection, Berlin, 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sa sedurre la carne la parola,
prepara il gesto, produce destini…
È martirio il verso,
è emergenza di sangue che cola
e s’aggruma ai confini
del suo inverso sessuato, controverso.

Patrizia Valduga

da “Medicamenta e altri medicamenta”, Einaudi, Torino, 1989

Houston, alle sei del pomeriggio – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di Damian Klamka

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa già dorme sotto un ruvido plaid di frontiere
e antichi odi: la Francia si stringe
alla Germania, la Bosnia è nelle braccia della Serbia,
la Sicilia solitaria nell’azzurro del mare.

Qui è l’inizio della sera, la lampada è accesa
e il sole scuro rapidamente si spegne.
Sono solo, un po’ leggo, un po’ penso,
un po’ ascolto musica.

Sono lì dove c’è l’amicizia,
ma non ci sono amici, dove cresce l’incantamento
ma senza incanto,
lì, dove ridono i morti.

Sono da solo perché l’Europa sta dormendo. Il mio amore
dorme in una casa alta nei dintorni di Parigi.
A Cracovia e a Parigi i miei amici
procedono sullo stesso fiume dell’oblio.

Leggo e penso; in una poesia
ho trovato queste parole: “Capitano delle disgrazie così terribili…
non domandare!”. Non lo faccio. Un elicottero della polizia
rompe il silenzio della sera.

La poesia ci chiama a una vita più alta,
ma ciò che è basso è già ugualmente eloquente,
più forte della lingua indoeuropea,
più forte dei miei libri e dei miei dischi.

Non ci sono usignoli né merli qui
con la loro triste, dolce cantilena,
solo l’uccello che imita
e sbeffeggia le altre voci.

La poesia ci chiama alla vita, al coraggio
di fronte alle ombre che salgono.
Puoi guardare con calma la Terra
– come un perfetto astronauta?

Dall’innocente indolenza, dalla Grecia dei libri,
dalla Gerusalemme della memoria là all’improvviso emerge
l’isola della poesia, disabitata;
un nuovo Cook la scoprirà, un giorno.

L’Europa sta già dormendo. Gli animali della notte,
malinconici e rapaci,
escono per la caccia, incontro alla morte.
Presto anche l’America dormirà.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

∗∗∗

Houston, szósta po południu

Europa już śpi pod szorstkim pledem granic
i dawnych nienawiści; Francja przytulona
do Niemiec, Bośnia w objęciach Serbii,
Sycylia samotna w błękitnym morzu.

Tutaj jest wczesny wieczór, pali się lampa
i szybko gaśnie ciemne słońce.
Jestem sam, trochę czytam, trochę rozmyślam,
trochę słucham muzyki.

Jestem tam, gdzie jest przyjaźń,
ale nie ma przyjaciół, gdzie rośnie
oczarowanie, ale nie ma czarów,
tam, gdzie śmieją się umarli.

Jestem sam, bo Europa śpi. Moja ukochana
śpi w wysokim domu pod Paryżem.
W Krakowie i w Paryżu moi przyjaciele
brodzą w tej samej rzece zapomnienia.

Czytam i rozmyślam; w pewnym wierszu
znalazłem słowa Zdarzają się ciosy tak straszne…
– Nie pytaj! Nie pytam. W ciszę wieczoru
wdziera się policyjny helikopter.

Poezja wzywa do wyższego życia,
ale to, co niskie jest równie wymowne,
głośniejsze niż język indoeuropejski,
silniejsze niż moje książki i płyty.

Tutaj nie ma słowików ani kosów
o słodkiej, smutnej kantylenie,
tylko ptak-szyderca, który naśladuje
i przedrzeźnia wszystkie inne głosy.

Poezja wzywa do życia, do odwagi
w obliczu cienia, który się powiększa.
Czy umiesz spojrzeć spokojnie na Ziemię
— jak idealny kosmonauta?

Z niewinnej indolencji, z Grecji lektur
i z Jerozolimy pamięci wynurza się nagle
wyspa wiersza, wyspa bezludna,
którą odkryje kiedyś nowy Cook.

Europa już śpi. Zwierzęta nocy,
melancholijne i drapieżne,
wyruszają na łowy, na śmierć.
Niedługo także Ameryka zaśnie.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Kraków: Wydawnictwo “a5”, 1999

Le mani – Vittorio Sereni

Foto di Ferdinando Scianna

 

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

Diciassettenne – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franz Schubert, diciassettenne,
diciassettenne ragazzetto, scrive
la musica per un lamento a Gretchen, coetanea.
“Meine Ruh ist hin, mein Herz ist schwer”.
La gran cacciatrice di talenti, la morte, subito
gli rivolge benevola attenzione.
Manda inviti, uno dietro l’altro.
Uno. Dietro. L’altro. Schubert chiede
comprensione, non vuole arrivare
a mani vuote. È sconveniente rifiutare.
Quattordici anni dopo ha luogo
il suo primo concerto da quell’altra parte.
Perché il chiarore uccide. Perché la forza acceca.
Mein Ruth ist hin, mein Herz ist schwer”.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Valeria Rosselli)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

∗∗∗

Siedemnastoletni 

Franz Schubert, siedemnastoletni,
siedemnastoletni wyrostek, pisze
muzykę do skargi Gretchen, rówieśnicy.
„Meine Ruh ist hin, mein Herz ist schwer”.
Wielki łowca talentów, śmierć, natychmiast
zwraca na niego życzliwą uwagę.
Wysyła zaproszenia, jedno po drugim.
Jedno. Po. Drugim. Schubert prosi o
wyrozumiałość, nie chce przychodzić
z pustymi rękami. Nie wypada mu odmówić.
W czternaście lat później odbywa się
jego pierwszy koncert po tamtej stronie.
Dlaczego jasność zabija. Czemu siła oślepia.
„Meine Ruh ist hin, mein Herz ist schwer”.

Adam Zagajewski, 

da “Jechać do Lwowa”, London: Aneks, 1985

La notte del dieci agosto – Roberto Mussapi

Foto di Nicholas Buer

 

Non piangere, Harun, in questa notte d’agosto
quando le stelle cadono e la loro luce si dissolve
nel buio come la sabbia nel sonno:
se fossero sempre fisse e immutabili ti sarebbero estranee,
e il loro splendore immobile offenderebbe la tua carne.
Immagina che scendano per una compassione celeste,
incarnazione d’astri che si disfanno in polvere,
molecole di luce che si compenetrano al buio,
ricorda la storia del beduino Habib che si innamorò di una lucciola
e visse ogni istante della sua luce guardandola,
e disperò vedendola morire in una notte.
Ma dopo anni di pianto nel gelo del deserto
una notte all’improvviso lui la rivide
risplendere alta in una stella fissa:
la lucciola, l’errante, la luce fenomenica,
tornava dal cielo al beduino analfabeta.
Né tu, sultano, né il povero beduino,
avete pianto per una stella o una lucciola,
ma per la sola cosa per cui piange un uomo,
una donna: lì fu il dolore di luce persa,
premonizione astrale del tempo spegnente,
l’estinzione già inclusa nella ferita del miracolo,
e la distanza dal cielo, la morte.
Impara dal beduino, amala come si ama una lucciola,
donati a ogni suo istante di sopravvivenza,
e quando lei ti parrà persa nella notte
tu nei suoi occhi scoprirai di colpo
la luce alta delle stelle fisse,
e in lei che parve dissolversi in una notte di agosto
l’affinità mortale con te che la supplichi.

Roberto Mussapi 

da “La polvere e il fuoco”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997