Scavare – Seamus Heaney

Jack McManus, Seamus Heaney in the 1970s

 

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna, comoda come una pistola.

Da sotto la finestra, un suono aspro e netto
quando la vanga affonda nella terra ghiaiosa:
mio padre, che scava. Mi affaccio e guardo

finché la sua groppa tesa nello sforzo tra le aiuole
s’abbassa, si rialza vent’anni addietro
curvandosi ritmicamente tra i solchi di patate
dove stava scavando.

Il rozzo scarpone annidato sulla staffa, il manico
saldo contro l’interno del ginocchio a fare leva.
Sradicava gli alti ciuffi, affondava la lama lucente
per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo
stringendole con piacere fredde e dure tra le mani.

Per Dio, il mio vecchio la sapeva maneggiare, la vanga.
E così il suo.

Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di ogni altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
con un tappo di carta abborracciato. Si raddrizzò
per bere, poi si rimise subito al lavoro,
fendenti e affondi netti, gettandosi le zolle
sopra la spalla, andando sempre più giù
dove la torba era migliore. Scavare.

L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo
della torba impregnata, i tagli netti di una lama
su radici vive mi si ridestano nella mente.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.

Seamus Heaney

(Traduzione di Marco Sonzogni)

da “Morte di un naturalista”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

***

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; snug as a gun.

Under my window, a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked,
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade.
Just like his old man.

My grandfather cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, going down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mould, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

Seamus Heaney

da “Death of a Naturalist”, Faber & Faber, London, 1966

Corrosa e scancellata – Paul Celan

Paul Celan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CORROSA E SCANCELLATA
dal vento radiante della tua lingua
la chiacchiera versicolore
dei fatti vissuti – la linguacciuta
miapoesia, la nullesia.

Dal
turbine
aperto
il passo attraverso le umane forme
di neve – neve di penitenti,
fino alle accoglienti
stanze
dei ghiacciai, ai deschi.

In fondo
al crepaccio dei tempi,
presso il favo di ghiaccio
attende, cristallo di respiro,
la tua irrefutabile
testimonianza.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Svolta del respiro”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

WEGGEBEIZT vom
Strahlenwind deiner Sprache
das bunte Gerede des An-
erlebten – das hundert-
züngige Mein-
gedicht, das Genicht.

Aus-
gewirbelt,
frei
der Weg durch den menschen-
gestaltigen Schnee,
den Büßerschnee, zu
den gastlichen
Gletscherstuben und -tischen.

Tief
in der Zeitenschrunde,
beim
Wabeneis
wartet, ein Atemkristall,
dein unumstößliches
Zeugnis.

Paul Celan 

da “Atemwende”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt amMain, 1967

 

«Quale illusione, quale demenza» – Giorgio Manganelli

Foto di Toni Schneiders

 

Quale illusione, quale demenza
potrà ingannare
questa radice di morte
che ci cresce affettuosa
nel centro del corpo –
quale donna, o inganno di parole,
quale sofisma di credente
o viltà di sillogismi
ci indurrà ad eludere
la salda vocazione
che dispone il disordine del corpo
nella maternità del niente?

Giorgio Manganelli

da “Poesie”, Crocetti Editore, 2006

Pioggia – Victor de la Cruz

Foto di Hengki Koentjoro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È già da molto tempo che cade questa pioggia,
torna e ritorna da centinaia d’anni.
Oggi è piovuto per tutto il giorno.
Mi sono ricordato di te – e tu non c’eri –
e del tuo nome nella nostra lingua.
Da molto lontano viene quest’acqua,
come la nostra lingua e la nostra gente.
I nostri avi la videro cadere
e la chiamarono: acqua fiore di tomba,
perché la videro riversarsi
all’aprirsi un fiore nel firmamento
dentro l’oscurità che lo rinchiudeva.
Perché le nostre vite si aprono
come fiore e si chiudono sulla porta di una tomba.
E già da molto tempo che ci segue quest’acqua
ed è anche da molto che la seguiamo,
e non ci abbandonerà,
e non la lasceremo neanche noi;
perché da dove è uscita siamo nati:
dentro un fiore che si apre,
e dove finisce noi finiamo:
chiudendosi nella terra.
I Binnigula’sa’, nostri avi,
che cominciarono a parlare la nostra lingua,
la videro cadere sui loro paesi:
Juchitàn e Tehuantepec;
e la videro cadere su brecce e piantagioni di granturco»
e la videro inondare anche tutti i loro cammini,
riempì i fiumi di Tehuantepec e Juchitán;
la videro comparire nella laguna Biahuido’
e a Guichibele, sulla strada per Xadani;
la videro giungere al mare,
dove terminano le acque che piangiamo.
Questa pioggia sta cadendo con forza,
come ha sempre fatto da centinaia d anni,
e tu lontana da me;
e io sognai che a me ti avvicinavi
per far rivivere il mio cuore.
Adesso mi è nato il desiderio di scrivere parole,
belle e brillanti come i tuoi occhi,
come una mattina nuvolosa
improvvisamente illuminata dal sole.
Parole che crescano sulle palme delle tue mani,
come questa pioggia farà crescere il tenero granturco,
rampicanti, boschi e pascoli dove s’infittisce il terreno
e tutto il verde sopra la terra fertile.
E tu non ci sei per vedere questo fiorire della vita
portata dall’acqua che cade sulla terra
da dove è spuntato un fiore nel cielo questo giorno.

Victor de la Cruz

(Traduzione di Emilio Coco)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVI, Febbraio 2013, N. 279, Crocetti Editore

∗∗∗

Nisaguie

Ma’ xadxi huayaba nisaguié,
stale bieque gayuaa iza.
Yanadxí biaba nisa guidubi dxi.
Bietenladxe’ lii, qué guinnu ndou’,
ne lalu’ lu didxazà stinu.
Zitu zeeda nisa ri’,
zaqueca ca xpinninu ne stidxanu.
Ca bixhoxególacanu biiyaca’ biabani
ne guleelácabeni: nisa guie’ ba’,
ti biiyaca’ rireecheni
ra riale’ sicari guie’ xa guibá’
lade ti guelacahui nutaagu’ laa.
Ti guendanabani sticanu riale’
casi ti guie’, ne ridaagu’ ruaà ti ba’.
Ma’ xadxi nanda nisa ri’ laanu
ne laaca ma’ xadxi nandanu ni,
ne qué zusaana di’ ni laanu,
casi laanu qué zusaananu ni;
ti ra bireeni bire’nu:
ndaani’ ri guie’ cayale’,
ne ra riluxeni riluxenu:
ndaani’ guidxilayu cadaagu’.
Ca Binnigula’sa’, ca bixhozególanu,
ca ni guzulù guni’ diidxa’ rininu,
biiyaca’ biabani ndaani’ ca xquidxi ca’:
guidxi Guie’xhuuba’ ne guidxi Guizii;
ne biiyaca’ biabani lade le’, ndaani’ ñaa.
Ne laaca biiyaca’ bindaahuani guiràxixe neza,
bichá tipani guiigu’ Guiizii ne guiigu’ Yoo;
biiyaca’ bicani ra Biahuidó’
ne lade Guichibele neza Xadani;
biiyaca’ bireecani ra nisadó’,
ra rireecá guirà’ nisa ridu’nacanu.
Nisaguié ri’cayaba nadipa’,
casi raca stale bieque gayuaa iza,
ne lii qué guinnu’;
naa nda’ guniéxcaanda’ bidxiñalu’ naa
bedagusibánilu’ ladxidua’ya’.
Yanna bilui’ladxe’ gucaa caadxi diidxa’,
nayá ne naya’ ni’ scasi ca guielulu’,
casi ti siadó’ nacahui
màlasi guzaani gubidxa laa.
Diidxa’ ni guirooba’ ndaani’ nou’,
scasi chigusirooba’ nisa ri’ duuza’
lubá’, gui’xhi’ ne guixi ra nanade yu
ne guendanagà’ lu yu cue’la’.
Ne lii qué guinnu’ gu’yu’ guendanabani
zedané nisa cayaba guidxilayù
ra biale’ ti guie’ xa guibá’ yanadxí.

Víctor de la Cruz

da “La Flor de la palabra”, Premià, 1983

Senza esclamativi – Giorgio Caproni

Foto di Donata Wenders

Ach, wo ist Juli
und das Sommerland

Com’è alto il dolore.
L’amore, com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monumenti di vuoto. Vuoto
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore.

Giorgio Caproni

da “Il muro della terra”, Garzanti, 1975