Zum Arbeitslager Treblinka – Roberto Roversi

Henri Cartier-Bresson, Germania, 1945

[I. Pensieri incombono    II. È oggi che dobbiamo contrastare    III. Il rumore dei passi     IV. Il male è dappertutto uguale. È male    V. Riflessione notturna e cronaca dei giornali     VI. Non c’è porta che basti]

Come e perché, in queste notti
di prima estate, cosí brevi sfuggenti,
alle luci dell’alba gonfia di un mare,
a questa luce d’alba fresca suadente fragile e come
rosata, terribilmente radiosa −
un rumore di treno su lunghe rotaie
stride fra i neri boschi,
si posa sulla spalla,
per me a galla questi foschi pensieri
e immagini di morte (la fredda zaffata
che esce dalle peschiere)
e sudando nelle immagini
questi pensieri incombono,
e piango sul cuore di un ebreo
che ha il suo banco
nell’antico cuore di una strada
ed è vecchio stanco come mio padre ariano.

Scomparvero nelle piramidi di fuoco.
Quel tempo sporcò di melma le mani
dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli
precipitarono ancora ancora
le mandrie nei macelli −
belare straziava la lama dei coltelli
in mano ai giovani carnefici.
Non è questo che voglio: ricordare.
No ritornare a quei lontani
anni, a quei tempi lontani.
I cani erano piú felici degli uomini.
I miei versi sono fogli gettati
sopra la terra dei morti.
È oggi che dobbiamo contrastare.
Allora le greggi si sparpagliavano
picchiate dalle verghe nemiche
(e i libri superstiti
le lacrime esauste
i codici che restavano
« oggi 13 aprile sono morti 800
oggi 30 giugno via Polkiava è sbarrata
oggi 5 luglio il ghetto è solo un muro »)
un uomo era nel profondo interrato
vano della terra, nel suo immondo
silenzio, fra corpi nudi di morti.
Chi tradiva, chi smagriva, chi pativa,
chi sapeva aspettare, chi impazziva
all’improvviso e dava il lacero grido di sirena
(era la fine di un mondo).
Le ombre dei morti di Norimberga
scheletri feroci
azzannavano i diavoli sconfitti
uscenti a gorghi da fiamme.
Oggi sono rimasti in pochi a contrastare.
I reduci invecchiati
lacrimano in silenzio all’angolo
della tavola, asciugano le palpebre anche le madri
col figlio giovane alla parete.
I ragazzi hanno vent’anni d’età.
Il loro riso è tremendo, furibondo
piú della iena tedesca, piú duro
a sopportare di un supplizio politico.
Non dànno nulla, non vogliono
nulla sapere né altro intendere; sta
la loro splendida forza disarmata
e dolente come il sasso in un prato.
Non riconoscono debiti, non vogliono
neppure conoscere la tristezza dei vecchi
− né la voce, sola voce, voce di notte
che dice di passate miserie, che affonda
fra le pietre di tombe
« oh voi prefiche rauche » (gli ridono)
incombe la loro voce insulsa stridula,
è una cagna urlante nel vicolo,
e con le mani di viola devastano il silenzio
già distrutto nel cuore anche per noi.
Restiamo imprigionati contro il muro.
Nessun altro corpo è stato piú colpito
del petto di un ebreo.

Oggi che tocchiamo con le dita
nelle sbarrate ilari vie della vanità
altre gemme (parvenze minerali, fosche,
che diciamo verità)
oh non voglio che (facciate che non…) sulle devastate rovine
dove sono buttate in confuso riposo le ossa,
altri dalle macerie alzino ancora case
da distruggere; che il ritratto dei figli
sul letto di anziani coniugi si spezzi
nel piancito al tonfo di uno stivale;
siamo vivi solo per questo, per dire
parole, adagio, misere, non altro
è rimasto fra le mani ammuffite bruciate
dal sole di lacrime ormai spente.
Non una tiepida canna per cantare
a giuoco col vento. È il rumore
di passi pesanti − alzare la testa
(c’è amarezza e fiele in questo oscuro petto,
ancora c’è il rombo nell’orecchio
dei muri che s’aprivano, le risate dei vivi
uguali, uguali, uguali allo spiegato
riso del vincitore).
L’uomo s’adegua al fango della terra.
Solo a un popolo vecchio sconfortato
sorpreso nell’astuzia dolce da un’astuzia
piú feroce e improvvisa…

«Che cosa dice il vento?
che cosa dice il mare? »
sono i ricordi di uno scoramento
che trascina indietro, a naufragare
(frasi di un tempo giovane da amare:
certo non era il male che poteva farci sanguinare,
o forse proprio questo è il rumore del vento
che taglia con la lama i girasoli?
il mare è uguale dappertutto?
giallo coperto dai girasoli sbattuti?)
Anche la morte è uguale a un’altra morte
e a questa vita,
anche la morte è uguale a questa vita
− se è certa e resa viscida imponente
dal nostro sangue umano.

Battono dodici colpi, sui tetti
striscia un riverbero nero,
rumore di macchine lanciate,
piangono le gomme per le strade
poi verso le chiese sprangate
fra le ombre di statue pietrificate
a braccia spalancate,
ali di luce si spengono sull’erba.
A questo penso lungo la notte quando
− dans le bruillard s’en vont un paysan cagneux −
potrebbe un passo, un altro, raggiungere la mia porta.
Nella notte, io chino nell’alone del tavolo,
la luce bassa, i fogli, le pagine sacramentali,
un colpo, il tonfo − (tutto può rimanere
cosí, fermo per sempre, immobile
per sempre può restare la vicenda sognata)
la casa devastata, aperta, smascherata,
cassetti spalancati, gettati dalle pareti
i quadri, pochi quadri, rotto il vetro di tutti
(Manzù dal cristo morto,
l’ombra di un impiccato)
sgualciti i fogli, per terra calpestati,
l’urlo della donna seccato nella gola,
ad uno ad uno cadono dagli scaffali
i libri, bruciano sulle mani
− volume quinto di Lenin
« Altra cosa erano gli arresti e le deportazioni
durante il regno dell’odiato Nicola »,
Herzen agli amici di Russia:
« In ogni riga delle mie lettere avete visto il dolore »,
le fatiche, le pagine nel fuoco di questo dolore.
Bisogna forse morire per colpire piú a fondo.
La vita sola non basta.
Siamo troppo sporchi di dentro
per capirci, e troppo poveri per l’amore.

Non c’è porta che basti e nel pensiero,
nell’immagine che la notte dilata
sopra immemori tetti
− tu scrivi W Stalin sul ponte di Roncrio
poi la pioggia di un autunno nevoso
distrugge il ponte e Stalin,
o ti lasci perdere all’acqua del canale
verso il volo degli angeli scolpiti
su gli uomini ancora vivi alla Certosa,
luce ruotante in grido nel profondo
circolo del pozzo.
Questo è tutto, nell’anno sei e due
mese di luglio, venti, a luce d’alba
− nella gelida alba, alba rosata (con dita…)
− certo non si può consumare un aggettivo per l’alba,
alba non è ma è il fuoco degli alti forni,
la sirena che chiama, lo sciamare in fretta
grigio compatto degli uomini in bicicletta.
Se leggo le voci degli amici:
la mano non può sfiorare
la mano dell’amico,
una corrente divide i nostri cuori
siamo sempre piú antichi e soli.
Tutto d’altra parte è previsto e disposto,
la lucida intelligenza accede e provvede,
gli attuali problemi sono già circoscritti,
dilagano le parole in Shadow corpo dodici.

Mi inchino all’arte, alle parole sapienti
(ho assistito una volta al ditirambo
reciproco di due retori che s’invischiano
in lodi per lo scritto stupendo);
poi una vecchia millecento nera,
targata Roma, entra nel ghetto, brucia
devasta infanga insulta si accanisce
e il tempo si frantuma, nulla conta nel giorno:
e la vita, le vicende di quindici anni passati,
io che ancora vivo per ascoltare ancora
indifeso illeso il pianto di quella gente
(cosí altri, in silenzio);
nulla conta piú del labbro dell’ebreo
spaccato da un pugno poliziesco,
del numero sulle braccia, delle donne ammassate
come un tempo nel freddo di una colonna.
All’ombra dei portoni uomini furenti.
Le vostre parole allora? la nostra ipocrisia,
la nostra pietà che stride, la nostra vereconda
indifferenza? la parola che pesa?
i sottili riverberi, i giuochi, trame, aneliti
ammiccanti? a che servono i lieti ragionari?
Sotto il cielo romano (siamo i figli di Roma)
l’ebreo è un uomo con il labbro spaccato,
con un’ira divina, col braccio tatuato
− alberi enormi si tendono al ponente
hanno brividi leggeri, profumati
da un’erba strana e da ali,
mentre ai tavoli dei caffè
i poeti discutono dei principi immortali…

Roberto Roversi

da “Dopo Campoformio”, Einaudi, Torino, 1965

Fin de siècle – Josif Alexandrovic Brodskij

Josif Aleksandrovič Brodskij

 

Il secolo presto finirà, ma non prima di me.
E questo, temo, non c’entra con l’intuito.
Piuttosto è l’influenza della non-esistenza

sull’esistere: per dire, del cacciatore sulla selvaggina,
sia essa muscolo cardiaco o mattone.
Sentiamo la frusta sibilare,

nel tentativo di rammentare i nomi di quanti ci hanno amato,
divincolandoci tra le viscide mani del polsista.
Il mondo non è più com’era

un tempo, quando regnavano sovrani abat-jour, fox-trot, sofà,
e la paura, insieme a sottovesti e ad arguzie salaci a volontà.
Chi avrebbe mai pensato

che la gomma del tempo li avrebbe cancellati
come sgorbi a matita sulla carta? Certo nessuno.
Eppure il tempo con il suo frusciare

proprio questo ha fatto. Vallo a rimproverare.
Adesso ovunque antenne, sballo di adolescenti, ceppi
anziché alberi svettanti. Al caffè

non incontri i compagni di lotta sconfitti dalla sorte,
né al bar l’angelo in gonna e blusa azzurra
che si è stancata del tentativo di librarsi in aria

sopra a se stessa. Ovunque una marea di gente,
ora in folla compatta, ora in coda serpeggiante.
Il tiranno più non è efferato,

ma un essere mediocre e limitato. E così l’automobile
ormai non è più un lusso, ma un modo di sbatter via
la polvere dal tappeto stradale, dove la gruccia

dell’invalido già più non si sente,
mentre il bambino crede fermamente che il lupo
faccia più spavento di un intero reggimento.

E per qualche ragione il fazzoletto si accosta
sempre più spesso agli occhi attratti dalle fronde,
attribuendo a se stesso il varco

che in esse si sta aprendo,
verbi al passato, desinenze del tempo andato,
un’aria cantata

dalla voce del cuculo. Suona più rude adesso
di quella di un Cavaradossi – tipo «Ehi, bellimbusto»
oppure «Smettila di bere» –

e dalla mano scivola a terra la caraffa vuota.
Alle porte, però, non c’è il prete o il rabbino,
ma l’era che chiamiamo fin de siècle.

Va di moda il nero: camicia, calze, biancheria.
Quando in definitiva le levi tutto questo,
è come se illuminassero

l’alloggio trenta watt o meno,
ma, invece di un gioioso «Urrà!»,
dalle labbra esce un «Eh già,

la colpa è mia». Tempi nuovi, tempi desolati!
Gli articoli in vetrina, ciascuno con il nome
pertinente, si dividono ora

tra quelli di cui siamo in grado di servirci
e quelli che, per ignoranza,
equipariamo al sogno

dell’umanità (da cui, di fatto,
non c’è altro da aspettarsi) sullo stato
di servo, inanimato, o in genere su quello

di chi resta nell’anonimato. Questo, ahimè,
è il risultato del moltiplicarsi, la cui fonte
non sono cerniere o pantaloni, e neppure l’Oriente,

ma, nel presente, l’elettricità. Il secolo è alla fine.
La corsa del tempo esige vittime, rovine.
Baalbek non fa al suo caso, l’essere umano pure.

Dàgli invece pensieri, sentimenti e un sovrappiù
di ricordi ricorrenti. Questo gradisce il tempo.
Io non ho fretta, e dò.

E non sono un codardo, bensì pronto a essere
un oggetto che viene dal passato, se così,
per capriccio, vuole il tempo,

mentre dall’alto in basso – o da sopra la spalla –
guarda la preda che accenna ancora
qualche movimento ed è calda

al tatto. Sono pronto a che la sabbia
mi ricopra, preparato a che un viaggiatore
appiedato non metta a fuoco

l’obiettivo su di me, e per me non provi
forti sentimenti. Per ciò che mi riguarda,
il tempo che scorre al di fuori

non vale l’attenzione. La vale quello
che procede a ritroso, come una facciata
che assomiglia ora a un giardino,

ora a una partita a scacchi. Il secolo
in fondo non sembra tanto male. È vero che
di morti ne abbiamo avuti a iosa,

ma anche i vivi da meno non lo sono stati,
incluso l’autore qui presente,
per cui, a tempo debito, non resta

che mettere tutti sottaceto o montarli a panna
nel formaggio, versione cameristica dei buchi
neri cosmici; oppure fotografare il mondo

intero e farne fotocopie – sei per nove tuttavia,
il che esclude qualunque piaggeria – affinché
più tardi non debbano arrampicarsi in fretta

l’uno sull’altro, come legname accatastato.
Il secolo finisce con catastrofi aeree
in sottofondo; un Prof., tenendo il dito alzato,

ripete la solita solfa sullo strato
dell’ozono, che spiega il solleone,
ma non come partire da un punto

prefissato per finire là dove a un ammasso
di nubi si mescolano i nostri «Non lasciarmi»,
«Salvami», «Perdono», costringendo il raggio

a cambiare l’oro del secolo in argento.
Ma il secolo, radunando la sua roba,
valuta che anche questo sia rétro.

Al Polo sventola una bandiera e un husky abbaia.
All’Ovest si guarda dentro il pugno dell’Est,
si scorgono baracche e recinzioni

in cui regna animazione. Gli uccelli, spauriti
dalla selva di mani, spiccano il volo verso meridione
dove ci sono aryk, albicocche e meloni,

palme, turbanti e tam-tam lontani.
Ma fissando lineamenti forestieri
è evidente che in qualunque luogo

la somiglianza principale tra una semplice macchia
e, poniamo, un classico dipinto
sta nel fatto che mai vi imbatterete

in un solo e unico esemplare. La natura, come ieri
il bardo con la carta carbone, come il pensiero
con l’espressione scritta, come un’ape con lo sciame,

apprezza apertamente la massificazione, le alte tirature,
temendo l’eccezione, lo spreco di energia,
il cui miglior custode

è la sregolatezza. Lo spazio è popolato fittamente.
L’attrito del tempo gli consente di potenziarsi
numericamente quanto più gli aggrada.

Ma le vostre palpebre si chiudono. Solo i mari
restano imperturbabili e turchini scandendo da lontano
una parola che ora suona «andiamo» e ora «invano».

E nel sentire questo, non vuoi più faticare,
hai voglia di montare su un battello e navigare,
navigare, non per scoprire

isole, piante, organismi ignoti e nuove
latitudini incantate, ma l’esatto contrario;
soprattutto – restare a bocca aperta.

Josif Alexandrovic Brodskij

1989

(Traduzione di Anna Raffetto)

da “E così via”, Adelphi, 2017

∗∗∗

Fin de siècle

Век скоро кончится, но раньше кончусь я.
Это, боюсь, не вопрос чутья.
Скорее — влиянье небытия

на бытие. Охотника, так сказать, на дичь —
будь то сердечная мышца или кирпич.
Мы слышим, как свищет бич,

пытаясь припомнить отчества тех, кто нас любил,
барахтаясь в скользких руках лепил.
Мир больше не тот, что был

прежде, когда в нем царили страх, абажур, фокстрот,
кушетка и комбинация, соль острот.
Кто думал, что их сотрет,

как резинкой с бумаги усилья карандаша,
время? Никто, ни одна душа.
Однако время, шурша,

сделало именно это. Поди его упрекни.
Теперь повсюду антенны, подростки, пни
вместо деревьев. Ни

в кафе не встретить сподвижника, раздавленного судьбой,
ни в баре уставшего пробовать возвыситься над собой
ангела в голубой

юбке и кофточке. Всюду полно людей,
стоящих то плотной толпой, то в виде очередей;
тиран уже не злодей,

но посредственность. Также автомобиль
больше не роскошь, но способ выбить пыль
из улицы, где костыль

инвалида, поди, навсегда умолк;
и ребенок считает, что серый волк
страшней, чем пехотный полк.

И как-то тянет все чаще прикладывать носовой
к органу зрения, занятому листвой,
принимая на свой

счет возникающий в ней пробел,
глаголы в прошедшем времени, букву «л»,
арию, что пропел

голос кукушки. Теперь он звучит грубей,
чем тот же Каварадосси — примерно как «хоть убей»
или «больше не пей» —

и рука выпускает пустой графин.
Однако в дверях не священник и не раввин,
но эра по кличке фин-

де-сьекль. Модно все черное: сорочка, чулки, белье.
Когда в результате вы все это с нее
стаскиваете, жилье

озаряется светом примерно в тридцать ватт,
но с уст вместо радостного «виват!»
срывается «виноват».

Новые времена! Печальные времена!
Вещи в витринах, носящие собственные имена,
делятся ими на

те, которыми вы в состоянии пользоваться, и те,
которые, по собственной темноте,
вы приравниваете к мечте

человечества — в сущности, от него
другого ждать не приходится — о нео-
душевленности холуя и о

вообще анонимности. Это, увы, итог
размножения, чей исток
не брюки и не Восток,

но электричество. Век на исходе. Бег
времени требует жертвы, развалины. Баальбек
его не устраивает; человек

тоже. Подай ему чувства, мысли, плюс
воспоминания. Таков аппетит и вкус
времени. Не тороплюсь,

но подаю. Я не трус; я готов быть предметом из
прошлого, если таков каприз
времени, сверху вниз

смотрящего — или через плечо —
на свою добычу, на то, что еще
шевелится и горячо

наощупь. Я готов, чтоб меня песком
занесло и чтоб на меня пешком
путешествующий глазком

объектива не посмотрел и не
исполнился сильных чувств. По мне,
движущееся вовне

время не стоит внимания. Движущееся назад
сто’ит, или стои’т, как иной фасад,
смахивая то на сад,

то на партию в шахматы. Век был, в конце концов,
неплох. Разве что мертвецов
в избытке — но и жильцов,

исключая автора данных строк,
тоже хоть отбавляй, и впрок
впору, давая срок,

мариновать или сбивать их в сыр
в камерной версии черных дыр,
в космосе. Либо — самый мир

сфотографировать и размножить — шесть
на девять, что исключает лесть —
чтоб им после не лезть

впопыхах друг на дружку, как штабель дров.
Под аккомпанемент авиакатастроф,
век кончается; Проф.

бубнит, тыча пальцем вверх, о слоях земной
атмосферы, что объясняет зной,
а не как из одной

точки попасть туда, где к составу туч
примешиваются наши «спаси», «не мучь»,
«прости», вынуждая луч

разменивать его золото на серебро.
Но век, собирая свое добро,
расценивает как ретро

и это. На полюсе лает лайка и реет флаг.
На западе глядят на Восток в кулак,
видят забор, барак,

в котором царит оживление. Вспугнуты лесом рук,
птицы вспархивают и летят на юг,
где есть арык, урюк,

пальма, тюрбаны, и где-то звучит там-там.
Но, присматриваясь к чужим чертам,
ясно, что там и там

главное сходство между простым пятном
и, скажем, классическим полотном
в том, что вы их в одном

экземпляре не встретите. Природа, как бард вчера —
копирку, как мысль чела —
букву, как рой — пчела,

искренне ценит принцип массовости, тираж,
страшась исключительности, пропаж
энергии, лучший страж

каковой есть распущенность. Пространство заселено.
Трению времени о него вольно
усиливаться сколько влезет. Но

ваше веко смыкается. Только одни моря
невозмутимо синеют, издали говоря
то слово «заря», то — «зря».

И, услышавши это, хочется бросить рыть
землю, сесть на пароход и плыть,
и плыть — не с целью открыть

остров или растенье, прелесть иных широт,
новые организмы, но ровно наоборот;
главным образом — рот.

Иосиф Александрович Бродский

da “So Forth”, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1996

L’angelo sconosciuto – Rafael Alberti

Saul Leiter, Untitled, New York, 1950

 

Che nostalgia degli arcangeli!
Io ero…
Guardatemi.

Vestito come tutti gli altri,
non mi si vedono l’ali.
Nessuno sa come fui.
Non mi riconoscono.

Per la via, chi si ricorda?
Sono scarpe i miei sandali.
La tunica mia, pantaloni
e giacca all’inglese.
Dimmi chi sono.

Eppure io ero…

Guardatemi.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Degli angeli”, Einaudi, Torino, 1966

***

El ángel desconocido

¡Nostalgia de los arcángeles!
Yo era…
Miradme.

Vestido como en el mundo,
ya no se me ven las alas.
Nadie sabe cómo fuí.
No me conocen.

Por las calles, ¿quién se acuerda?
Zapatos son mis sandalias.
Mi túnica, pantalones
y chaqueta inglesa.
Dime quién soy.

Y, sin embargo, yo era…

Miradme.

Rafael Alberti

da “Sobre los ángeles”, Ediciones de la Compañía Ibero-Americana de Publicaciones S. A., Madrid, 1929

Ascoltando Smetana – Angelo Maria Ripellino

Foto di Josef Sudek

 

Quando su Praga piove il giallo e l’oro
dell’autunno decrepito e il fogliame
risplende come un mare di lucerne,
quando una fredda luce bagna i tronchi
dei castagni che annusano la nebbia,
gelide lame di malinconia
mi trafiggono il cuore e tremo e piango.
Una solenne musica straziante
scorre come un corteo d’urne e di spade,
ma dopo frecce e raggere di lampi
cadenti come le scaglie d’un drago,
come un balsamo d’erbe la musica
s’addolcisce nel fioco gocciolìo
del fiume sul cristallo della luna.

Angelo Maria Ripellino

da “Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime”, a cura di Federico Lenzi e Antonio Pane, Torino, Aragno, 2006

Il rifiuto – Velimir Chlébnikov

Velimir Chlébnikov

 

È per me di gran lunga piú gradevole
osservare le stelle,
che sottoscrivere una sentenza di morte.
È per me di gran lunga piú gradevole
ascoltare le voci dei fiori,
che bisbigliano: « è lui! »,
quando passo per il giardino,
che vedere i fucili,
che uccidono quelli che vogliono
uccidere me.
Ecco perché non sarò mai
e poi mai
un uomo di governo!

Velimir Chlébnikov

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

13 settembre 1921.

da “Poesie di Chlébnikov”, Einaudi, Torino, 1968

∗∗∗

Отказ

Мне гораздо приятнее
Смотреть на звезды,
Чем подписывать
Смертный приговор.
Мне гораздо приятнее
Слушать голоса цветов,
Шепчущих: «Это он!» —
Склоняя головку,
Когда я прохожу по саду,
Чем видеть темные ружья

Стражи, убивающей
Тех, кто хочет
Меня убить.
Вот почему я никогда,
Нет, никогда не буду Правителем!

Велимир Хлебников

Январь, апрель 1922

da “Собрание сочинений: Стихотворения 1917-1922”, Том второй, ИМЛИ РАН, 2001