Amleto – Boris Leonidovič Pasternak

Boris Pasternak

 

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, Abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato
e irremeabile è il viaggio, fino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel fariseismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

Boris Leonidovič Pasternak

1931.

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Boris Pasternak, Poesie”, Einaudi, Torino, 1957

***

Гамлет

Гул затих. Я вышел на подмостки.
Прислонясь к дверному косяку,
Я ловлю в далёком отголоске,
Что случится на моем веку.

На меня наставлен сумрак ночи
Тысячью биноклей на оси.
Если только можно, Aвва Oтче,
Чашу эту мимо пронеси.

Я люблю твой замысел упрямый
И играть согласен эту роль.
Но сейчас идёт другая драма,
И на этот раз меня уволь.

Но продуман распорядок действий,
И неотвратим конец пути.
Я один, всё тонет в фарисействе.
Жизнь прожить — не поле перейти.

Борис Леонидович Пастернак

1946

da “Доктор Живаго”, 1957

 

 

Tra Long Island e Manhattan – Piero Bigongiari

Susan McCartney, 59th Street Bridge in Fog, New York City, NY

 

Ma ecco fulmina questa gelatina
l’immensa vanità che si raffina
in vene e sangue, le pantere rampano
sulfuree dai pavimenti musivi, dall’alto
delle fronde dipinte uccelli cantano melliflui
questa morte intermedia che sorride
non più a se stessa, questa che non altra
infinità media che il suo intercedere
proclamandosi amore: e non è morte
già più, forse è sorriso, magari calcolo, certamente oblio.

Ma non ti oblio sull’orlo del bicchiere,
amorosa cicuta: altro son io,
un’altra morte dolce nel rosolio
che un’altra mano innocente ti porge.

Ci attendevano i miracoli del mare,
le ore senz’ora delle isole all’orizzonte,
il taglio azzurro alle radici delle cose,
negli alberghi di passaggio le rose dimenticate
in un bicchiere, fanés gli sguardi delle giovani prostitute
sull’orlo di un altro bicchiere. Ma il cerchio non si quadra,
non torna la morte con la vita, eppure torna,
gli angoli sono così clamorosamente curvi nell’azzurro
che ti sembra di ritornare su te stesso
e sei in una città di torri altissime da togliere il fiato
a quanto si specchia sul vetro gelatinato dell’amore.
Ti specchi e non ti vedi in queste ore azzurrine:
quello che c’è di là, il vuoto inabitato, non ti riempie,
immagine che non si stacca, francobollo già timbrato.

Così s’offre qualcosa di staccato
da tutto, sopra un piatto di nebbia argentata,
e insieme unito al suo rovescio, il tizzo
legato alla fiamma ch’è tizzo ancora
mentre a lungo vapora azzurrorosa.

Tra Long Island e Manhattan i cimiteri
fioriscono, come d’una salsedine, di spruzzi di neve dimenticata.
Le lunghe ellissi sui sepolcri imbiancati dei pionieri
tracciano la parola dell’attesa,
sull’orrenda distesa fiorisce un paradiso momentaneo,
un’innocenza strana, chi ha vissuto tace,
eppure un fuoco di arbusti qua e là cilestrino
apre le bocche a chi deve ancora confidare
che non tutto è finito: il grande silenzio
e il ronzio dei motori e già i gabbiani
ovattati sulle rocce sorvegliano la parola del mare.
Non trattenerti, oh non trattenerti più del necessario,
dove la parola ha origine, o forse è la sua fine.
La curva della parola è già fiamma nella tua bocca
destinata alla neve e in quella dei morti che ascoltano,
il proprio cranio amletico tra le mani,
le suture delle ossa come un’impuntura divina
a che il pensiero non pensi neve, non pensi altro
che quello che è nascosto sotto la fioritura momentanea.

Là forse le mani tinte del sangue del tramonto
porgile – sono le tue – dal finestrino, e scrivi, scrivi, amore,
lungo le ellissi di quelle strade che non so se ripercorrerai,
le maiuscole dell’incipit di quello che non sai,
scrivi scrivi sul bianco raccapriccio che già piglia fuoco
il sorridente capriccio delle tua fulminea eternità.
Là, là dove i denti del dolore quasi ridono.

Piero Bigongiari

3-12 settembre ’76

da “L’identificazione altera”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Afterglow – Jorge Luis Borges

Roberto Nespola, Torvaianica, febbraio 2021

 

È sempre emozionante il tramonto,
indigente o sgargiante che sia,
ma ancora più emoziona
quel bagliore finale e disperato 
che arrugginisce la pianura
quando l’estremo sole ultimo s’inabissa.
Fa male sostenere quella luce tesa e diversa,
quell’illusione che impone allo spazio
l’unanime timore della tenebra
e che a un tratto svanisce
quando ne percepiamo la fallacia,
come svaniscono i sogni
quando scopriamo di sognare.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi, 2010

***

Afterglow

Siempre es conmovedor el ocaso
por indigente o charro que sea,
pero más conmovedor todavía
es aquel brillo desesperado y final
que herrumbra la llanura
cuando el sol último se ha hundido.
Nos duele sostener esa luz tirante y distinta,
esa alucinación que impone al espacio
el unánime miedo de la sombra
y que cesa de golpe
cuando notamos su falsía,
como cesan los sueños
cuando sabemos que soñamos.

Jorge Luis Borges

da “Fervor de Buenos Aires”, Serrantes, Buenos Aires, 1923

La morte – Paul Celan

Yvan Goll

Per Yvan Goll […]

La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, cosí forte, che la rallegri.

Paul Celan

13-2-1950

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

Scritta dopo una visita di Celan a Yvan Goll (1891-1950), scrittore di lingua francese e tedesca, allora ricoverato nell’ospedale di Neuilly-sur-Seine. (Michele Ranchetti)

∗∗∗

Der Tod

Für Yvan Goll […]

Der Tod ist eine Blume, die blüht ein einzig Mal.
Doch so er blüht, blüht nichts als er.
Er blüht, sobald er will, er blüht nicht in der Zeit.

Er kommt, ein großer Falter, der schwanke Stengel schmückt.
Du laß mich sein ein Stengel, so stark, daß er ihn freut.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Itaca – Alexandros Panagulis

Alexandros Panagulis e Oriana Fallaci

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando sbarcasti a Itaca
che tristezza avrai provato, Ulisse!
Altra vita avevi dinanzi
perché arrivare tanto presto?

Senza più scopo restavi
da grande diventavi piccolo
“Se Itaca fosse più lontana”
credo che tu mormorassi
e una nuova Itaca non volesti cercare
per paura di giungere
anche là troppo presto

Dovevi cercare all’inizio
un’Itaca tutta diversa
un’Itaca bella e lontana
che a raggiungerla
non ci prova un uomo soltanto

Questa non era la tua
perché tu solo la desideravi
se fu vista da tanti così bella
il merito è d’Omero.

Aléxandros ‘Alékos’ Panagulis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Vi scrivo da un carcere in Grecia”, a cura di Oriana Fallaci e Pier Paolo Pasolini, Rizzoli, 1974

∗∗∗

Ἰθάκη

Ὀδυσσέα σἂν βγῆκες στήν Ἰθάκη
τίδυστυχία θἂνιωσες
Ἀφού κί ἂλλη ζωή μπροστά σου εἲχες
γιατί τόσο νωρίς να φτάσεις;

Χωρίς σκοπό ἒμεινες πιά
ἀπό μεγάλος ἒγινες μικρός
«Πιό μακρυνή ἂς εἲταν ἡ Ἰθάκη»
πιστεύω πῶς ψιθύρισες
καί πῶς δέ θέλησες
καινούργια πιά Ἰθάκη νά ζητήσεις
γιατί φοβήθηκες
πῶς καί σ’ αὐτή νωρίς θά φτάσεις

Άπ’ τήν ἀρχή ἒπρεπε
ἀλλιώτικη Ἰθάκη να ζητοῦσες
Ἰθάκη ὂμορφη καί μακρυνή
πού νά τή φτάσει
δέν ζητᾶ μονάχα ἓνας

Τέτοια δέν εἲταν ἡ δική σου
ἀφοῦ μονάχος τήν ποθοῦσες
κί  ἂν ὂμορφη τήν εἶδαν οἱ πολλοί
στήν πέννα ἑνός Ὁμήρου τό χρωστάει.

Αλέξανδρος Παναγούλης

da “Μέσα από φυλακή σᾶς γράφω στην”, Ελλάδα, 1974