La danza cieca – Roberto Mussapi

Mario Giacomelli

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Non attraversare la sua pelle, i fiumi che si diramano dalla sua fronte, c’è solo la notte nella stanza alla foce: su quella spiaggia camminerai come su mille lame e i tuoi piedi sanguineranno sempre».

Ma lei si staccò dall’acqua lasciando agli abissi il suo canto, vide il palazzo e le sue fiabe sparire nel vuoto, l’isola era lontana, forse una nave, o forse un gabbiano.

Su quella spiaggia camminò per cercarlo e le lame erano infinite come le luci della città lontana.

Non è ingratitudine, signora della notte, ma l’occhio del grande specchio precipitato dal cielo e la luce del mio coltello sollevato troppo fulminea perché io possa non guardarlo. Ho dormito riflessa nelle nubi sopra di me, volando sulle ali dei miei miracoli, non c’è una stella che non lasci una scia sulla sua nave, l’amore che non è ancora stato precede la sua origine.
Non c’è ingratitudine, sonno, ogni aurora segna la sabbia
bianca delle stesse orme e un principe dimentica il tuo canto, la lingua che hai mozzato, ma la strada è una stella e le lame luce infinita,

«fa’ che sia primavera eterna quando tornerò spuma del mare, fa’ che gli uccelli mi guardino!»

Nell’ennesima stanza crede di aver riconosciuto: ma ha scelto, e ora la sua nave è muta come un cane impazzito, ora i clarini d’oro perforano l’aria e la terrazza si allontana».

«Forse è un gabbiano».

Roberto Mussapi

da “Spume d’inverno”, (1977-79), in “La gravità del cielo”, Società di poesia – Jaca Book, Milano, 1984

Fantasma – Gyula Illyés

Roger Catherineau, La Vitre, 1954

 

Stamani, l’aria è di vetro:
stupito, cammino attraverso un muro di cristallo
e un altro muro,
perché tu veda — anche se
di sera il mio cuore si incrina —
com’è semplice
vivere un miracolo
vivere ancora.

Gyula Illyés

(Traduzione di Umberto Albini)

da “La vela inclinata”, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1980

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Kisértet

Ma délelőtt a lég üvegzerü.
Üvegfalon s új üvegfalon át
ámulva lépdelek,
hogy — este bár szivem majd szétrepedt —
ládd
mily egyszerű
élni csodát, élni tovább.

Gyula Illyés

da “Különös testamentum: Illyés Gyula száz új verse”, Szépirod, Kiadó, 1977

La stanza – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di Krzysztof Dubiel

a Derek Walcott

La stanza in cui lavoro ha sei lati
come un dado.
Contiene un tavolo di legno
dalle linee ostinate, contadine
una poltrona pigra e una teiera
con un labbro asburgico sporgente.
Dalla finestra vedo qualche albero esile,
ciuffi di nuvole e bambini dell’asilo,
sempre allegri e chiassosi.
Talvolta un parabrezza brilla da lontano
oppure, più su, le scaglie argentate di un aereo.
Chiaramente gli altri non perdono tempo
mentre io lavoro, cercano avventure
sulla terra o in cielo.
La stanza in cui lavoro è una camera oscura.
E tuttavia cos’è il mio lavoro,
molta immobile attesa,
sfogliare delle pagine, paziente meditazione,
una passività che non piacerebbe
a quel giudice dallo sguardo avido.
Scrivo così lentamente come se dovessi vivere ancora duecento anni.
Cerco immagini che non esistono,
e se ci sono, sono arrotolate, riposte
come vestiti estivi in inverno,
quando il gelo taglia le labbra.
Sogno una perfetta concentrazione; se la trovassi
di sicuro smetterei di respirare.
Forse è un bene che mi riesca così poco.
Eppure sento fischiare la prima neve
sento la fragile melodia della luce del giorno
e il rombo minaccioso della grande città,
bevo da una piccola fonte,
la mia sete supera l’oceano.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

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Pokój

Dla Dereka Walcotta

Pokój, w którym pracuję, jest sześcianem
jak kostka do gry.
Jest w nim drewniany stół
o upartej chłopskiej sylwetce,
leniwy fotel i czajniczek do herbaty
z wydętą habsburską wargą.
Z okna widzę kilka chudych drzew,
cienkie obłoki i dzieci z przedszkola,
zawsze zadowolone, głośne.
Czasem w oddali błyśnie szyba samochodu
albo, wyżej, srebrna łuska samolotu.
Najwyraźniej inni nie tracą czasu
gdy ja pracuję, szukają przygód
na ziemi i w przestworzach.
Pokój, w którym pracuję, to camera obscura.
Czym jednak jest moja praca –
dużo nieruchomego czekania,
przewracania kartek, cierpliwej medytacji,
bierności, które nie spodobałyby się
sędziemu o chciwym spojrzeniu.
Piszę tak powoli, jakbym miał żyć dwieście lat.
Szukam obrazów, których nie ma,
a jeśli są to zwinięte i schowane
jak letnie ubrania w zimie,
gdy mróz kaleczy usta.
Marzę o absolutnym skupieniu; gdybym je znalazł
zapewne przestałbym oddychać.
Może to dobrze, że tak niewiele mi się udaje.
Ale przecież słyszę jak gwiżdże pierwszy śnieg,
słyszę delikatną melodię światła dziennego
i groźny pomruk wielkiego miasta.
Piję z małego źródła,
moje pragnienie jest większe niż ocean.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, 1999

«Non sa più nulla, è alto sulle ali» – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte 
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.

Ho risposto nel sonno: – È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
solo musica e mi basta -.

Vittorio Sereni

da “Diario d’Algeria”, Einaudi, Torino, 1998

L’ultima estate – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

Dicono addio i colori dei tramonti. È tempo di preparare
le tre valigie – i libri, le carte, le camicie –
e non scordare quell’abito rosa che ti stava così bene
anche se non lo indosserai d’inverno. Io,
nei pochi giorni che ci restano, riguarderò
i versi scritti in luglio e agosto,
anche se temo di non aver aggiunto niente, semmai
di avere sottratto molto, giacché tra di essi traspare
l’oscuro sospetto che questa estate
con le sue cicale, i suoi alberi, il mare,
con i fischi delle navi nei tramonti gloriosi,
coi barcaioli sotto i balconi al chiar di luna
e con la sua misericordia ipocrita, sarà l’ultima.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 3.IX.89

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Fischi di navi, 1989)

da “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

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34. Τò τελευταĩο ϰαλοϰαίρι

Ἀποχαιρετιστήρια χρ ὡματα τῶν δειλινῶν. Καιρός νά ἑτοιμάσεις
τίς τρεĩς βαλίτσες – τά βιβλία, τά χαρτιά, τά πουϰάμισα –
ϰαί μήν ξεχάσεις ἐϰεĩνο τò ρόδινο φόρεμα πού τόσῦ σοῦ πήγαινε
παρ’ ὅτι τό χειμῶνα δέ θα τό φορέσεις. ’Εγὡ,
τίς λίγες μέρες πού μᾶς μένουν ἀϰόμη, θά ξαναϰοιτάξω
τούς στίχους που ἔγραψα Ἰούλιο ϰι Αὔγουστο
ἂν ϰαί φοβᾶμαι π ώς τίποτα δέν πρόσθεσα, μᾶλλον
π ώς ἔχω ἀφαιρέσει πολλά, ϰαθ ώς ἀνάμεσά τους διαφαίνεται
ἡ σϰοτεινή ὑποψία π ώς αὐτό τό ϰαλοϰαίρι
μέ τά τζιτζίϰια του, τά δέντρα του, τή θάλασσά του,
μέ τά σφυρίγματα τῶν πλοίων του στά ἔνδοξα λιογέρματα,
μέ τίς βαρϰάδες του στό φεγγαρόφωτο ϰάτω ἀπ’ τά μπαλϰονάϰια
ϰαί μέ τήν ὑποϰριτιϰή εὐσπλαχνία του, θά ’ναι τό τελευταῖο.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 3.IX.89

da “Σφυρίγματα πλοίων”, 1989, in “Αργά, πολύ αργά μέσα στη νύχτα”, Κέδρος, 1991

 

Ogni anno, alla fine dell’estate, a Karlòvasi, Ritsos impacchettava le sue carte, avvolgeva i sassi che aveva disegnato e preparava le valigie per Atene. Pesanti sempre, il raccolto era buono. Così anche quell’estate dell’89, spossato, la vista indebolita, aveva lavorato ancora. Aveva scritto una serie di poesie intitolate Fischi di navi. Poesie che risentivano dello stesso clima delle precedenti. Anzi, dal manoscritto risulta che all’inizio le considerava una continuazione della raccolta Secondi, ma presto decise di separarle, di aggiungere il titolo e di numerarle rendendole indipendenti. Questo manoscritto deve essere una prima stesura, comunque certamente non quella definitiva – pieno com’è di cancellature, di correzioni e varianti. Come avveniva sempre, sarebbero seguite riscritture successive, con aggiunte e sottrazioni di intere poesie. Le cose sono andate diversamente. O forse, come aveva previsto il suo “oscuro sospetto”.
Dopo insistenti ricerche di quanti conoscevano l’esistenza di questa raccolta, i manoscritti sono stati trovati quando il presente volume era pronto per la stampa. Ma, se anche così non fosse stato, in quanto opera incompiuta, con problemi particolari, la raccolta non avrebbe trovato posto qui.
Nonostante ciò, abbiamo ritenuto opportuno chiudere questo volume con le parole della fine, “L’ultima estate”. Questa poesia di oscuri presagi e di tremenda lucidità; del suo così discreto congedo.
dalla Postfazione di Chrisa Prokopaki a «Ghiannis Ritsos, Molto tardi nella notte», Crocetti Editore, 2020